Neil Young: “On the Beach” (1974) – di Massimiliano Cinalli

Bernard Shakey entra nello studio di registrazione una sera di aprile per partorire “On the Beach” (1974) e ha addosso gli stessi vestiti da quasi una settimana: T-shirt bianca slavata, la grottesca caricatura di Richard Nixon in bella vista ormai sdrucita; jeans sgualciti macchiati di caffè, stivaloni chiazzati di birra e sangue, i Carrera inforcati sul naso per nascondere al mondo intero le profonde occhiaie, un piccolo prezzo da pagare per le continue sbronze e le nottate trascorse a bucarsi e fumare marijuana. Si avvicina al centro della stanza, strascicando i piedi verso il microfono, prende in mano la sua Old Black (quella del 1953) e la collega all’amplificatore. Qualche feedback di troppo ma a lui piace così. Si schiarisce la gola. Poi attacca: “I hear some people been talking me down / Bring up my name, pass it around / They don’t mention the happy times / They do their thing, I do mine”. Sul ritornello di Walk On lo pervade un’euforia indescrivibile, per un attimo dimentica che sono passati quasi due anni dall’ultima volta che ha suonato con Danny Whitten.
Alza lo sguardo: già, al suo posto c’è David Crosby (Dio lo benedica) che sta ricambiando il favore a Shakey dopo che lui lo ha aiutato nel 1971 con “If I Could Only Remember My Name”: adesso suonano assieme Revolution Blues (“Well, I’m a barrel of laughs with my carbine on / I keep ‘em hopping until my ammunition’s gone / But I’m still not happy / I feel like there’s something wrong / I got the revolution blues”). Alla fine del pezzo la malinconia si ripresenta sulla soglia e lui non può fare altro che accoglierla con la sua solita espressione sconfortata, la stessa che fa il barista quando, invece della serie di whiskey doppi che si aspetta che ordini, gli chiedi di servirti solo un triste bicchiere d’acqua. Tra quelli del mestiere, questa peculiarità gli ha fatto guadagnare il soprannome di “Waterface“. “Good times are coming, I hear it everywhere I go / Good times are coming, but they sure coming slowcanta “Waterface” disperato con la voce tremante in Vampire Blues.
Le chitarre elettriche, ripulite da ogni distorsione, a questo punto verserebbero lacrime autentiche se solo potessero. La mente di Shakey, esaurito l’effetto delle droghe, inizia a divagare: “Questo è il mio primo album in studio dopo due anni, e se al pubblico non dovesse piacere?” Una carriera alla deriva come quella che stava affrontando il suo precedente gruppo era decisamente l’ultima cosa che desiderasse. E si sa, le emozioni viscerali e il successo commerciale sono dicotomie impossibili da armonizzare. Il vero artista tenderà sempre, a volte inconsciamente, a far prevalere le prime: “I need a crowd of people / But I can’t face ‘em day-to-day / Though my problems are meaningless / That don’t make them go awaysono i versi emblematici dell’eponima On the Beach. Abbiamo appena compiuto il giro di boa, fuori il cielo si sta tingendo timidamente di rosa. La Martin D28 fa risuonare i primi pacati accordi di Motion Pictures (for Carrie) e con essi si rasserena anche il volto di Shakey: Well, all those headlines, they just bore me now / I’m deep inside myself, but I’ll get out somehow / And I’ll stand before you / And I’ll bring a smile to your eyes”.
La slide guitar di Ben Keith accompagna soavemente la melodia mentre un largo sorriso (sì, ho notato anche una lacrima) compare ad addolcire i rudi lineamenti del nostro loner. Siamo quasi alla conclusione di questa irripetibile session: Ambulance Blues, il terzo per la precisione, una ballata che non sbaglieremmo a definire la sua personalissima Desolation Row, così satura di immagini e tremendamente evocativa, è il perfetto commiato. La riproporrà successivamente nel 1998 allo Shoreline Amphitheatre, sostituendo l’acustica con un banjo e rendendola, se possibile, ancora più epica. Ed eccoci arrivati alla fine: Bernard Shakey ringrazia i suoi amici e collaboratori, e augura a tutti di riposare e passare una piacevole giornata in compagnia delle loro famiglie. Li rassicura dicendo loro che starà bene, di non preoccuparsi, che sa come cavarsela. Prima di uscire definitivamente dalla sala dove il miracolo si è appena concretizzato (o se preferite, il parto è appena avvenuto), ecco che lo vede, il suo amico Danny è lì in fondo, in piedi, e lo saluta con la mano: “Arrivederci Neil, perdonami se non ho potuto esserti accanto quando ne avevi bisogno. Suonare senza di te non è più la stessa cosa”. Esplode in un pianto catartico di gioia. “Anche per me, fratello. Anche per me”. Le luci in sala si spengono, è l’alba, fuori c’è un sole come non si vedeva da mesi.
In quel luglio infuocato Neil Young rilascia “On The Beach, formalmente il secondo capitolo della cosiddetta “Ditch Trilogy” (o Trilogia del Dolore), ma praticamente l’ultimo, visto che “Tonight’s the Night” (1975), pur se pubblicato l’anno successivo, è stato registrato prima. A tutti gli effetti è quindi il vero disco della transizione, dell’uscita graduale ma definitiva dalla tossicodipendenza e dalla profonda depressione scatenata dalle morti di Danny Whitten e
Bruce Berry, oltre che dalle sue tristi vicende personali e familiari. L’atmosfera di totale annichilimento che pervade “Tonight’s the Night” è quindi meno cruda, poiché stemperata da canzoni più radio-friendly come Walk On e in generale, dall’intero lato A. La sua vena polemica non si è però affatto smorzata: Neil ce l’ha un po’ con tutti, dall’amministrazione Nixon, ai CSN, alla società in generale, troppo tollerante e accondiscendente. Ci sono poche parole per descrivere “On the Beach“: resterà per sempre uno dei suoi album più personali e sinceri, una pietra miliare da ascoltare e riscoprire, magari alle prime luci dell’alba, su una spiaggia deserta in pieno inverno.

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