Neil Young: “Hitchhiker” (2017) – di Fabrizio Medori

L’uscita di un nuovo lavoro di Neil Young è sempre e comunque una festa, se non altro perché, sempre e comunque, caso raro tra quelli della sua generazione, è invecchiato piuttosto bene. Non tutti i suoi dischi degli ultimi vent’anni sono stati all’altezza della fama che si è guadagnato in oltre cinquant’anni di carriera, ma difficilmente gli arrangiamenti delle sue incisioni, non sempre perfettamente a fuoco, sono riusciti ad offuscare il suo unico e sempre riconoscibile timbro vocale, così come rimane un costante marchio di fabbrica il suo caratteristico modo di suonare la chitarra. Fin dai tempi dei Buffalo Springfield la sua discografia è costellata di “dischi fantasma”, lavori pronti per essere pubblicati e, all’ultimo momento, bocciati dal suo geniale – e pazzoide – autore. Questo disco è uno di questi, anomalo nella forma e nel contenuto (dieci canzoni inedite – all’epoca – registrate con il minimo supporto strumentale possibile). Quarantuno anni dopo la registrazione, Young ci presenta “Hitchhiker” (Autostoppista, in Inglese), un disco fatto di dieci canzoni registrate in una notte del 1976, in uno studio di Malibu, con il solo accompagnamento della chitarra, e di un pianoforte in The Old Country Waltz. A fargli compagnia, in quella notte, il produttore David Briggs, l’amico attore Dean Stockwell (due volte Oscar), qualche birra e un po’ di sostanze illegali. Il canadese veniva dal periodo più nero della sua carriera, fiaccato da problemi fisici, lutti dolorosi ed abuso di alcool e droghe, aveva appena iniziato a rialzare la testa con il sorprendente “Zuma” (1975). Preso da un’incredibile smania produttiva registrò un grande quantitativo di materiale, rimasto per lungo tempo nei cassetti, iniziò la brillante avventura della Stills- Young Band con “Long May You Run” (1975), – lasciata improvvisamente in sospeso e mai più riesumata – e mandò in fumo almeno altri due progetti discografici registrati e già pronti per la distribuzione. Molto del materiale inciso per “Hitchhiker” e degli altri “dischi fantasma” è stato in seguito recuperato, inserendolo in parecchi progetti discografici successivi, tantissimi sono gli inediti. Quasi tutte le canzoni di questo disco, ad esempio, ci sono note attraverso i dischi successivi alla loro prima incisione, con l’eccezione di due brani: Hawaii, che qui ascoltiamo per la prima volta, e Give Me Strenght, che parecchie volte è stata proposta nei concerti, anche in tempi recenti. Probabilmente, se “Hitchhiker” fosse uscito nel 1976, sarebbe diventato un best seller; oggi la sua uscita sul mercato assume un significato completamente differente ma, alla fine, si tratta di una manciata di canzoni, spesso veri e propri capolavori assoluti, registrate in un momento di grande creatività e in maniera veramente spontanea. I brani, spogliati degli arrangiamenti, acquistano un fascino straordinario: la voce è più emozionante che mai, la sola versione acustica dell’iniziale Powderfinger vale ampiamente il prezzo del disco, la splendida foto di Gary Burden, in copertina, è la ciliegina sulla torta.

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