Neil Young: “Harvest” (1972) – di Fabrizio Medori

Ventisei anni e il successo internazionale, la giovinezza e la possibilità di avere tutto quello che si desidera, la fortuna di vivere nel posto più desiderato dai giovani di tutto il mondo, in quel momento e di essere al centro della rivoluzione culturale giovanile. Dopo gli anni dei Buffalo Springfield, i primi dischi da solista e l’esperienza con Crosby, Stills & Nash, arriva il primo grande successo da solista, “After the Goldrush” (1970), che finalmente certifica le capacità del giovane canadese trapiantato in California. In quattro anni Neil Young è diventato una star di prima grandezza, pieno di progetti, spesso molto stravaganti, e di grandi idee musicali. Preso da un’ispirazione straordinaria mette insieme una serie di canzoni destinate a diventare dei veri e propri classici della musica rock, e si ritira nel suo ranch per provarle, insieme ad un gruppo di musicisti piuttosto eterogeneo ma di enorme efficacia, a cui impone il nome di Stray Gators. Al pianoforte siede Jack Nitzsche, che aveva arrangiato parte del primo disco da solista di Young, era poi entrato nei Crazy Horse e più tardi avrebbe vinto un Oscar per le musiche di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1976); alla slide c’è Ben Keith, uno dei più fedeli collaboratori e amici del canadese; il basso è imbracciato da Tim Drummond e dietro alla batteria troviamo Kenny Buttrey. In pieno stile Hippy, le registrazioni iniziano a Nashville, con l’intervento di un paio di session–men locali e la collaborazione di Linda Ronstad e James Taylor (che suonerà la famosa banjo-guitar in Old Man). Altri brani vedranno la collaborazione occasionale di Crosby, Stills e Nash, ai cori, e una parte di chitarra affidata a David Crosby. L’essenza di “Harvest” (Reprise 1972) risiede però nella sua capacità di mescolare country, folk e rock, di essere un grande classico già al momento della pubblicazione, pur essendo assolutamente originale.
Il disco si apre con Out On The Weekend, con cassa e basso a dettare il tempo, la chitarra acustica a tingere di folk la ritmica rock e la splendida armonica a trascinare l’ascoltatore in un mondo diverso, spinto da un testo poeticamente introspettivo. Harvest, il brano che intitola tutto l’Lp è una sbilenca ballata country, portata avanti dal pianoforte e dai lamenti di una slide che incornicia magnificamente un testo perfettamente legato all’andamento musicale. A Man Needs a Maid si avvale dello spettacolare accompagnamento della London Symphony Orchestra, che arricchisce l’efficace lavoro del pianoforte e racconta di come Young si sia innamorato dell’attrice Carrie Snodgress, assistendo alla proiezione di un film nel quale lei recitava. Struggenti, in chiave adolescenziale, i versi finali della canzone: “When will i see you again?”. Dopo la parentesi romantica arriva il brano più conosciuto del disco, il singolo che ha portato Neil Young al suo unico primo posto nella classifica dei 45 giri più venduti, Heart Of Gold, un allegro brano country, rinforzato da una solida ritmica rock, con un’altra memorabile frase di armonica. Il lato A del disco termina con una stravagante (ma non troppo) Are You Ready For The Country, punto di incontro tra country, blues e rock, con la chitarra slide (suonata dal pianista Nitzsche) grande protagonista e con un andamento musicale fresco e saltellante.
Girando il vinile ci si presenta Old Man, un altro monumento della poetica younghiana, con il banjo di James Taylor a guidare la “banda” e con un testo molto maturo per un ragazzo di appena ventiquattro anni, dedicato al custode del ranch che il cantautore canadese aveva acquistato in California, quasi a voler giustificare il fatto di essere diventato, così giovane, talmente ricco e famoso da poter fare quel genere di investimento. Il brano più controverso dell’album è There’s A World, nella quale il sogno hippie del testo sembra affogare in un arrangiamento orchestrale volutamente formale, al limite della sdolcinatezza, forse un po’ troppo hollywoodiano per la delicata voce di Young. Il brano non è di facile digestione ma, una volta assimilato, potrebbe prendervi il cuore.
“Harvest” non è un disco pieno di contrasti ma, il passaggio alla ruvida chitarra elettrica di Alabama ci proietta in una realtà sgradevole, ed il passaggio brusco serve a spostare la nostra attenzione verso il clima razzista e retrogrado degli stati più meridionali degli States, scatenando l’ira dei Lynyrd Skynyrd, che risposero con Sweet Home Alabama alle critiche di Young. Il clima torna immediatamente verso la tranquillità sonora con The Needle And The Damage Done, perfetto prototipo della ballata folk in stile Neil Young, una piccola gemma della durata di soli due minuti nella quale l’autore riesce a trasmettere tutto il dolore causato dalla morte di un amico, ucciso dall’eroina. Colpisce in maniera particolare la capacità di sposare un testo sanguinante con un giro di chitarra così poetico da non avere bisogno di nessuna variazione nel suo sviluppo. La degna conclusione di un disco così omogeneo e sfaccettato, così classico e rivoluzionario, è tutta racchiusa in Words (Between the Lines of Age), lunga cavalcata psichedelica in cui i suoni si sposano perfettamente con il testo, rinunciando all’effetto speciale creato dallo scollamento totale tra liriche e musiche in quasi tutti gli altri brani del disco. Un disco unico, pieno di piccoli difetti che ne fanno un’opera molto vicina alla perfezione.

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