Neil Young & Crazy Horse: “Colorado” (2019) – di Girolamo Tarwater

Immagino che la maggior parte dei lettori di questo pezzo conosca Neil Young meglio di me e abbia più dischi suoi di quanti ne abbia io (mi pare sette… non riesco a trovare “Ragged Glory”… aiutooo!). Per cui è meglio tagliare subito la testa al toro, anzi al “cavallo pazzo”, e partire dalla fine. Per quanto possa valere il mio parere, “Colorado” (Reprise Records 2019) è un gran bel disco; non scopre l’America né l’acqua calda ma è probabilmente il più ispirato e coeso del Nostro (anzi dei Nostri) da “Ragged Glory” (1990). Possiamo ora ripartire dall’inizio, da Think of me, la prima delle 10 canzoni di “Colorado”, una ballatona acustica bluesy, con ritmica decisa ma non serrata, con tanto di armonica e di coretti e pure un discreto pianoforte a trillare sulle settime. Il tutto fa molto anni 70 (più rivolti ai 60 che agli 80) ma in realtà è puro Young che del tempo se ne fotte. Poi parte She showed me love con un riffone elettrico abrasivo che potrebbe venire da “Ragged Glory”, ma meno rabbioso e più avvolgente. Arriva l’assolo ed ecco una cavalcata lisergica tra abbandono e tensione. Non nascondo la mia predilezione per il Neil Young elettrico.
Ho sempre avuto la sensazione che lui non tanto (o non solo) suonasse la chitarra elettrica ma che ci parlasse. Non sarà certo un virtuoso ma riesce a farla “parlare” con una sua lingua che magari non è un rock urbano, colto ed elegante, piuttosto sempre ruspante, magari non raffinato, ma diretto e chiaro, sempre carico di energia anche dopo 50 anni che la fa parlare. Sono oltre 13 minuti che da lisergici diventano ipnotici, quasi un mantra narcolettico o invasato, con il titolo ripetuto in un ad libitum che potrebbe durare ore, una scorribanda psichedelica che si fa danza interiore. Non c’è tempo di riprendersi che parte Olden Days con un intro ancora graffiante, solo più pacato. Si sente che la band si diverte a suonare e lo fa con gusto. C’è poi il ritornello in falsetto con la voce ad arrampicarsi in alto, marchio di fabbrica. Mentre le chitarre disegnano le loro sghembe ma non complicate geometrie, mi ritrovo a pensare che tanto indie rock low-fi deve praticamente tutto a questo Young. La vera sorpresa sono i 4 minuti della successiva Help me lose my mind, che sembrano tirati fuori direttamente dallo straordinario “Lulu” (2011) di Lou Reed & Metallica (ascoltate il canto urlato, il giro elementare ma decisivo di accordi e basso e l’incedere nevrotico della batteria), grandissimo disco di rock frusto, morboso e determinato. Il ritmo rallenta ma l’intensità e l’aria si fanno più pesanti. Il peso specifico del suono diventa decisamente importante… ma il ritornello è farina solo del suo sacco, quasi un’ancora di salvezza lanciata alla decadenza del Reed metallico.
Altro cambio mozzafiato con Green is blue. Il riff passa al pianoforte che si scioglie poi in un ritornello sognante, abbandonato più che rallentato. Ci possiamo finalmente rilassare? Non sia mai! Parte una incazzatissima Shut it down con un altro riffone ingolfato e abrasivo, appena ammorbidito dal ritornello, con un solo così teso che diventa sincopato. Anche qui c’è eco del Lou Reed più polemico misto a una specie di danza della guerra. Altri umori ancora per Milky way, ballatona elettrica che più youngiana non si può, col suo incedere meditabondo e con tutto l’armamentario di falsetti, cori, cambi di tonalità, di ritmi, di cavalcate insomma, quasi tutta la grammatica e la sintassi del Nostro passata in rassegna (non a caso è il secondo pezzo più lungo del disco, con i suoi sei minuti tondi tondi) anche se tutto fila liscio come l’olio. Segue la più breve Eternity (manco tre minuti) che potrebbe venire da “After the gold rush” (1970) ma fatta a mo’ di scherzo, come una malinconia su cui si può riderci sopra. Ci mancava pure un Neil Young che non si prende sul serio. Rainbow of colors inizia in modo innico, quasi retorico, a partire dal titolo (senza colori che arcobaleno sarà mai?) ma è solo una presa in giro, poi la canzone prende la sua piega ed è vero, sarà sempre la stessa passeggiata, lo stesso sentiero, ma non stanca mai… così siamo arrivati all’ultimo pezzo (I do) e allora, tanto per confondere le carte, si torna alla ballata acustica, la più intima delle canzoni del lotto, quasi dimessa ma con un suo carattere, anche se non sa bene dove andare a parare… e con questo può bastare. È stato un onore oltre che un piacere (misto a un po’ di imbarazzo) recensire o piuttosto cercare di descrivere Neil Young ma, soprattutto, è stata una sorpresa, come la prima volta che ho recensito un concerto, o che ho scritto degli Swans prendendo il posto del direttore…

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.