Neil Young: “After the Gold Rush” (1970) – di Fabrizio Medori

Quando è uscito “After the Gold Rush” (1970) Neil Young non è ancora, in Italia, la superstar che diventerà in seguito, ma gode di una più che discreta fama a causa della sua partecipazione al progetto Crosby, Stills & Nash. Il canadese era da poco diventato il quarto del gruppo, partecipando con loro al Festival di Woodstock e al fortunatissimo “Déjà Vu”, distribuito pochi mesi prima. Pochi conoscevano il suo lavoro precedente, i suoi primi due dischi da solista e i tre dei Buffalo Springfield e il suo stile, originale e personale, nelle sue mille sfaccettature, era quasi una novità. Probabilmente questo disco e il successivo Harvest (1972) sono usciti nel momento migliore, proiettando il loro autore nella leggenda, per due dischi consecutivi la cosa giusta, fatta dalla persona giusta nel momento giusto. Come la stragrande maggioranza dei progetti di Neil Young, anche “After the Gold Rush” viene realizzato in maniera piuttosto differente da come era stato concepito all’inizio, insieme a un piccolo ma efficacissimo gruppo di musicisti. Nonostante il disco sia uscito a nome del solo Young, i Crazy Horse sono presenti in parecchi brani, con il contributo di Jack Nitzsche, Nils Lofgren – utilizzato al pianoforte, nonostante sia un chitarrista di ottimo livello, Greg Reeves e l’intervento di Stephen Stills ai cori.
Young, David Briggs e Kendall Pacios producono il disco dandogli una splendida continuità, a dispetto della grande differenza di stili affrontati dal canadese. Si parte con una semplice ed efficace filastrocca country, Tell Me Why, due voci e una chitarra, una partenza che, nella sua limpida bellezza, non lascia presagire la ricchezza del resto del disco. After the Gold Rush è, invece, una ballata pianistica che nasconde un testo visionario e, per certi versi, psichedelico, ispirato alla sceneggiatura di un film – mai realizzato – che avrebbe dovuto avere lo stesso titolo. Splendido il poetico solo di corno, prima della parte che conclude il brano. Only Love Can Break Your Heart è un valzer country dai toni moderatamente allegri e dal suono vellutato, impreziosito dai bellissimi cori che, nella sfumata finale, ripetono “ad libitum” le parole del titolo. A questo punto arriva la prima scossa, Southern Man, perfetta invettiva elettrica contro il razzismo, ancora radicato tra le popolazioni del sud degli Stati Uniti. La lunga cavalcata elettrica, destinata a diventare uno dei più significativi “cavalli di battaglia” di Young, si snoda tra strofa, ritornello e lunghi soli di chitarra eseguiti nel classico stile del “loner”, lirici e lancinanti al tempo stesso.
Per chiudere il primo lato del disco, Neil Young torna alla filastrocca country con Till The Morning Comes, un breve brano che mette ancora una volta in risalto i bellissimi cori. Il lato B del vinile si apre con una cover, Oh Lonesome Me, vecchio successo di Don Gibson che l’interprete rende assolutamente omogeneo al resto dei brani presenti nel disco, una ballatona impreziosita da un’armonica struggente e dai soliti cori micidiali. Il disco segna il doloroso distacco dal chitarrista Danny Whitten, divenuto ormai ingestibile a causa del crescente abuso di eroina e alcool, e la disperata offerta di aiuto da parte di Neil Young è racchiusa nelle drammatiche parole di Don’t Let It Bring You Down, un brano acustico che si attesta senza nessuna difficoltà tra i punti più alti del disco. Immediatamente dopo, in un ulteriore scatto verso le vette espressive dell’autore, un altro capolavoro dello Young più poetico e intimista, Birds, splendida ballata per voce, pianoforte e cori, contrastata dalla successiva When You Dance I Can Really Love, rock tirato e potente
 nel quale compaiono il già nominato Danny Whitten, a duettare con Young in un notevole intreccio di chitarre, e il pianista Jack Nitzsche, con i suoi interventi sempre precisi e puntuali.
Il finale lascia presagire un seguito acido e delirante, invece arriva una nuova perla acustica, I Believe In You, con la rinomata “firma” delle perfette armonie vocali e soprattutto la protagonista principale di tutto il disco: la voce di Neil Young, sempre riconoscibile e perfettamente inserita, sia che si parli della lunga cavalcata rock o che interpreti un desolato lamento acustico, sia che saltelli nel piccolo intermezzo country, come nella conclusiva Crippled Creek Ferry, che chiude il disco nella stessa leggera semplicità del suo incipit, nello stesso difficile equilibrio tra sincera essenzialità ed elegante cura del particolare. È particolarmente difficile trovare, in questo disco, una sola nota fuori posto, una sbavatura produttiva o un solo suono superfluo, questo è uno dei tanti episodi in cui Young ha dimostrato la parte più significativa del suo talento, prima che il suo carattere capriccioso e le sue innumerevoli vicende sfortunate lo portassero a ripetuti tentativi di perdere popolarità e appeal nei confronti di un pubblico che non ha smesso mai di considerarlo un caposcuola, un genio inarrivabile.

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