Nazareth… Mistero nascosto – di Girolamo Tarwater

Mentre entriamo a Nazareth, guardo la nostra guida, Andrea, che va spedito verso la Basilica dell’Annunciazione. Lui è arabo, un cristiano cattolico, un melchita, proprio di Nazareth. Questa è la sua città anche se ora si è trasferito a Gerusalemme. Fa una strana sensazione, per uno che viene per la prima volta in Terra Santa, pensare di essere in un villaggio arabo proprio in Israele. Passiamo per una specie di piazza che sarebbe dovuta diventare moschea (vecchie promesse elettorali non mantenute, sapessi che novità…) e che solo l’intervento di Giovanni Paolo II riuscì a liberare. Intrighi internazionali e beghe locali, in cui è più facile dire che politica e religione (magari tirando in ballo il fanatismo integralista) si confondono, piuttosto che rischiare di perdersi in un’analisi più approfondita che cerchi di dare ragione del motivo per cui – volenti o nolenti – in buona parte del mondo i rapporti tra Islam e Cristianesimo sono per lo meno complicati (pensiamo alla presenza degli immigrati in Europa e a quella dei cristiani nei paesi musulmani). Discorsi in cui teologia e sociologia sono allegramente, drammaticamente schizofreniche, tra illusione e disperazione, tra ideali e realtà che vanno per i fatti loro. Questo è, comunque, il nostro mondo e da esso – per ora – non possiamo scappare. I piedi stanno fissi per terra, la stessa che un paio di millenni fa ha calpestato pure Gesù. Anzi, proprio qui ha mosso i primi passi, ha imparato a camminare; in questo villaggio che allora oltre che piccolo (oggi invece Nazareth ha più di 70.000 abitanti) era del tutto insignificante (ora è capoluogo della Galilea), quasi una parentesi o una distrazione della storia e della geografia delle Scritture, fuori dalle rotte sacre e profane. Oggi Nazareth è una conca debordante. Il cuore cristiano, al centro, quasi la culla di un nido di uccello, è sempre più minoranza. La Città, nonostante tutti i problemi (in primis la disoccupazione, autentico flagello soprattutto nei Territori Palestinesi) si sta espandendo. Del resto la natalità qui è altissima. Le famiglie musulmane hanno in media sei figli, quelle ebraiche quattro, le cristiane due (minoranza anche in questo). Il villaggio di Gesù ha la forma di un nido un po’ pendente, con una parte alta e l’altra che sembra aprirsi a mo’ di cuneo verso l’esterno, uno spazio accogliente aperto al cielo tra le colline della Galilea. Qui il Cielo si è conficcato in terra, si è impiantato tra le rocce in cui abitava Maria. Il muro se ne è volato in Italia, lasciando una grotta aperta su cui negli anni 60 del secolo scorso è stata costruita la più grande chiesa mediorientale. Passato, presente e futuro si combinano in modo strano, e anche la geografia è un puzzle bizzarro, un concentrato di umanità variopinta (frati e pellegrini) a metà strada tra Babele e Pentecoste. Qui sta pure, incisa su un graffito, la più antica Ave Maria scritta al mondo, oltre che la prima ad essere stata pronunciata e che ogni giorno viene ripetuta una infinità di volta in quasi tutte le lingue. È un luogo di cominciamenti che, nonostante tutto, mantiene il suo tenore di umile nascondimento. Non è un caso che qui abbia maturato la sua vocazione Charles de Foucauld. Nei brevi tempi liberi, oltre che a perdermi nel mercato, ho provato a cercare la sua cella ma, trovatala, non c’era nessuno per aprire. Quello che una volta era un convento ora è una scuola gestita da un’opera religiosa italiana, almeno dal nome. Una indicazione della direzione che il cattolicesimo (post-conciliare, post-tutto) sembra aver preso. Niente distrazioni, quindi. Ma torniamo ad Andrea. Dopo la pietra della casa-grotta di Maria, custodito, quasi come una nicchia, e sovrastato dal cemento della basilica, e quelle del piccolo museo, ci muoviamo con il gruppo di pellegrini napoletani tra i vicoli che portano al Pozzo di Maria e alla chiesa ortodossa che custodisce la sorgente d’acqua dove – secondo la tradizione del Protovangelo di GiacomoMaria ebbe il primo annuncio. Passiamo accanto a un cimitero musulmano. Era la strada che quasi sicuramente faceva pure Maria, visto che quella era l’unica sorgente del paese. Certo, le bianche pietre non saranno più le stesse, ma il posto è quello. Mentre me ne torno da solo in Basilica a guardare la gente che prega, mi fermo un po’ davanti alla grotta davanti alla quale sostano qualche attimo i pellegrini. Qualcuno si ferma un po’ di più, altri giusto il tempo di un’Ave o di una foto. I più devoti mi sembrano un piccolo drappello di eritrei o etiopi con i loro veli bianchi indossati quando entrano in chiesa. Oltre agli immancabili selfie, sono quelli che si fermano di più in preghiera, inginocchiandosi, prostrandosi, baciando la statua di Maria. Sono quelli dalla fede più esteriore (per la veste liturgica, per la gestualità, ad ogni modo dignitosa e composta, e anche per la croce incisa sulla fronte) ma forse anche più sentita. La guida mi ha detto che sono emigrati dalle parti di Gerusalemme dove lavorano. Anche loro – come me – sono a Nazareth in gita-pellegrinaggio. La casa di Maria, diventata un piccolo oratorio, nel quale hanno accesso pochissime persone, c’è una scala, sempre in pietra che sale raggiungendo – immagino – l’altra parte del sito archeologico che costituisce il museo. Qui il Verbo si è fatto carne, anche se ancora non visibile. Nella solenne veglia serale (siamo arrivati alla vigilia della festa dell’Annunciazione) fa impressione vedere prima il Vangelo e poi il Santissimo posti sull’altare tra una nuvola di incenso. Eppure in questo luogo sacro, con un cancello a rendere lo spazio separato e diverso, non è difficile immaginarsi la ragazza che era Maria scendere di corsa gli scalini e mettersi a fare qualche servizio. Con dentro, in un grumo ancora informe di sangue e carne e nervi, il Vangelo in persona, il suo stesso Corpo, quello che ogni cristiano mangia ogni volta che partecipa alla Messa. Della liturgia a venire solo la sostanza, ignara anche alla stessa Madre. Solo vita quotidiana, lontana dalla solennità e dal rigore del Tempio, a Gerusalemme, con il suo culto e i suoi sacrifici. Qui tutto è presente e tutto è ancora nascosto. E poi, camminando a fianco di Andrea, realizzo una cosa che mi lascia un po’ stordito. Lo guardo e gli domando: “Ma non ci pensi mai al fatto che sei paesano di Gesù?”. Ogni credente ha un legame con Gesù, una relazione spirituale. Ma in questo caso il legame non ha nulla di spirituale, nasce dal fatto di venire dallo stesso paese, di essere legati alla stessa terra. Io – ad esempio – con tutta la fede e l’amore che posso avere per Gesù, questo legame non ce l’ho. Non sono né ebreo, nè – tantomeno – galileo. E invece Andrea sì! Certo, a ben vedere, per Gesù questo legame (che comunque è stato il più lungo su questa terra) non è poi così importante. A parte il fatto che il luogo di nascita non è nemmeno questo, appena inizia il suo ministero cambia casa e cambia vita. Va ad abitare a casa di amici pescatori che lasciano tutto per seguirlo, ma anche lì non resta molto. Va in giro per villaggi e – soprattutto – la sua vita, il suo destino sono ritmati da un’urgenza interiore: fare Pasqua a Gerusalemme. La sua vita è tutta un esodo. Per lui non conta la provenienza, ma la meta. Eppure ci sarà un motivo per cui lì ha scelto (l’unico uomo che abbia potuto fare una cosa del genere) sua madre, e lì ha abitato una trentina d’anni. Non è che i Vangeli ci dicano molto al riguardo e forse così ci deve bastare. Un mistero nascosto di cui sono testimoni ora delle pietre. Quelle di roccia – certo – che cercano in modo non sempre convincente di riportarci ad una archeologia spirituale, ma anche – e soprattutto – quelle vive (forse le più fragili e deboli oggi) quelle che fanno la chiesa, che qui appare sempre incipiente, germoglio da custodire e proteggere. In fondo piccola cosa. Ma il Cielo qui ha deciso di posare il suo sguardo e la sua mano invisibile, facendosi visibile, anche se poi noi ci accorgiamo che preferiamo guardare tante altre cose.

Foto Raffaella Valori©tutti i diritti riservati 
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