Nanni Svampa: una Milano che non c’è più – di Maurizio Garatti

Erano i primi anni settanta, quelli duri e difficili delle lotte sociali, delle bombe e dei quotidiani scontri armati tra studenti e forze dell’ordine, tra estremisti di destra e di sinistra; si studiava e si lavorava, ma le ideologie politiche avevano un peso preponderante nella vita di ciascuno di noi. Anche se ci dispiace ammetterlo, eravamo tutti decisamente massificati: lo siamo sempre stati del resto. Come vestivi, cosa leggevi, chi frequentavi, cosa ascoltavi… persino quale sigarette fumavi; tutto dava l’idea di quale schieramento tu frequentassi, a quale “parrocchia” appartenessi. Era importante essere schierati, era preponderante: non potevi esimerti dallo stare alle regole del gioco; essere considerato un conformista era sicuramente peggio di qualsiasi altra cosa. Come di li a poco avrebbe cantato Giorgio Gaber, lucido osservatore di quel periodo, “(…) Il conformista è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza, il conformista s’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza, è un animale assai comune che vive di parole da conversazione (…)” Tra Eskimo e jeans lisi ma non ancora strappati e scarpe a punta su pantaloni stretti, tra contrapposizioni ideologiche di fondo e ambienti vicini ma lontani anni luce, tra piazza San Babila e via Festa del Perdono, una cosa era comune a tutti: la musica di quegli anni. Smessi i panni dell’attivismo politico, si vestivano quelli della gioventù vogliosa di nuovi orizzonti musicali: e se l’Hard Rock di stampo britannico e il Prog italiano (e quello Inglese) dominavano i nostri cuori, il mondo dei cantautori iniziava a farsi largo prepotentemente tra la miriade di note che arrivavano alle nostre orecchie. Ci si incontrava nella tipica piazzetta sotto casa, con l’ultimo disco di Neil Young, degli Zeppelin e anche dei Genesis sotto braccio, per prestarlo all’amico che ce lo aveva chiesto, ma anche con Guccini, Bennato, De Andrè… avanguardie già navigate di un esercito che avrebbe contribuito a cambiare radicalmente la musica italiana d’autore. In tutto questo fulgore ideologico e musicale, non era raro imbattersi nella copertina di uno dei classici album di Nanni Svampa. Quelle bellissime edizioni chiamate “Antologia della Canzone Milanese” raccoglievano il consenso e sopratutto il rispetto di tutta una generazione che iniziava a scoprire l’importanza delle parole che stavano dietro alle note. Svampa ebbe il merito di portare la Tradizione Milanese nel mondo decisamente anticonformista dei giovani, facendogli scoprire George Brassens e tutto un background culturale che godeva di poca visibilità in quel periodo. Nanni Svampa era il cantore della Milano più vera, e le sue trasposizioni delle Canzoni della Mala e delle Osterie, rappresentavano quanto di più vero e puro la città avesse da offrire. Lasciati per strada i Gufi, strepitoso ensemble che influenzerà intere generazioni di musicisti e, sopratutto, cabarettisi, Nanni si faceva interprete di un repertorio popolare e verace che quasi mai cantava l’amore e le sue avventure, preferendo attingere dalla semplice vita delle strade di Milano: dotata di un umorismo mai volgare ma carico del tipico piglio satirico del Popolo, la Canzone Tradizionale Milanese raccontava una città ancora lontana dal respiro internazionale che da li a poco avrebbe iniziato ad agitarla, fatta di gente semplice che cercava di vivere nel miglior modo possibile, spesso non riuscendoci. Sono storie semplici dietro le quali si nascondono i pochi successi e le molte sconfitte affrontate da chi ha saputo fare grande Milano. Nanni Svampa è stato tutto questo e molto di più, con una lucidità e una coerenza tipica dei grandi, e la sua scomparsa ci priva di una delle ormai rarissime memorie storiche alle quali aggrapparci per non soccombere alla quotidiana dose di barbarie che chiamiamo globalizzazione. Ne prendiamo atto con il triste dolore che sempre ci pervade quando una parte di noi scompare nel nulla, mentre lasciamo che ancora una volta il nostro fidato piatto accolga uno dei suoi classici dischi. Ciao Nanni

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