Nanni Moretti: “La messa è finita” (1985) – di Gianluca Chiovelli

Ma chi è davvero Nanni Moretti? Una figura a parte del cinema italiano. Unica. Infatti egli non rappresenta nessuna corrente estetica; men che mai una tendenza; e, per carità, nemmeno una moda. Moretti rappresenta sé stesso e basta. Il suo miglior cinema fu l’oggettivazione delle proprie viscere, un’operazione di ostentazione autobiografica che andò in onda a metà degli anni Ottanta. Dapprima “Bianca” (1984), laddove le ossessioni erano personali; quindi “La messa è finita” (1985), quando furono trasposte a livello epocale; per finire con “Palombella rossa” (1989) che fu un esplicito resoconto-liquidazione del vissuto politico dei Settanta. In seguito il Nostro si rabbonirà licenziando episodi minori: più accessibili, un po’ snob, e quasi divertiti. “La messa è finita”, invece, è una piccola apocalisse. Chi fu Nanni Moretti, in fondo? Il figlio di una tranquilla coppia borghese, benestante e istruita; egli, di conseguenza ebbe la fortuna di crescere privo di soverchie preoccupazioni economiche e di sfogare intelligenza e creatività senza l’incubo pressante del salario. Di sinistra. Una sinistra comunista, ma di un socialismo già pallido e tendente al rosa, compromissorio, istituzionale.  In tale clima (occorreva essere un pochino ribelli!) egli trovò naturale intrupparsi nel movimentismo romano del tempo, più champagne che molotov. I resoconti di quelle lotte infruttuose e fallaci furono stilati, con un pizzico di goliardia, in “Ecce bombo” (“Vedo gente faccio cose…”). E poi? E poi Nanni vide quel mondo di blanda contestazione svanire sotto i propri occhi e cominciò a interrogarsi. A capire, insomma, ch’egli, in fondo, a quel mondo apparteneva poco (e “Palombella rossa”, che piacque pochissimo a sinistri e sinistrati, lo affermerà a piena voce). A ben guardare Moretti apparteneva a un’altra sensibilità, tradizionale e borghesissima: quella comunista d’antan, dura e seriosa, obbediente e devota, che vedeva sé stessa rispecchiarsi – senza vergogna – nel contraltare politico cattolico: duro e serioso, obbediente e devoto. Sì, questi due universi contrapposti erano l’habitat naturale di Nanni: il PCI, la DC, il cattolicesimo tradizionale del presepe e delle feste comandate coi parenti, la sezione comunista (fumosa e vociante) il prete e il sindacalista, l’aspersorio e la tessera del Partito… Don Camillo e Peppone. Sì, egli era comunista, ma con molta pruderie, complessi e pregiudizȊ; anche cattolico, quindi, e sommamente italiano. Il proprio tranquillo conformismo lo portava, insomma, a condividere il diavolo e l’acquasanta. Sì, era bello quel mondo! Solido, semplice, immutabile, definitivo. Possedeva un centro di gravità permanente, una propria inscalfibile morale e un patrimonio culturale comune. Non mi ricordo chi fu quel dirigente comunista che, accogliendone uno democristiano, ebbe a dire: “Molto ci divide, ma questa” e, nel dirlo, indicò una biblioteca di classici italiani “è la nostra comune patria”… o una cosa del genere. Nanni avrebbe sicuramente sottoscritto tale massima, commuovendosi un poco, magari. Ti ricordi… ti ricordi… ti ricordi… Nanni ricorda di sicuro… e capisce. Ma cosa capisce? Egli si rende conto, con orrore, che l’universo politico e umano del dopoguerra (il buon “Don Camillo e Peppone” dei tempi andati) è in via di dissoluzione; e lo è in favore di un nuovo edonismo individualista, ignorante e sciocchissimo: quello che viviamo ancor oggi. Egli capì questo prima di parecchi sociologi. Con somma chiarezza; e lo rappresentò in questo film perfetto, di quieta disperazione: quattro anni prima del 1989, in cui cominciò a svanire il PCI, e sette prima di Tangentopoli (quando svaniranno tutti gli altri attori politici del dopoguerra). Il film vive di rimpianti ed è un rimpianto esso stesso. Moretti lo interpreta in prima persona, come un Don Camillo di fronte alla catastrofe. Un prete in cerca di purezza, umiltà, giustizia (in fondo un comunista con la tonaca) e che trova solo macerie su entrambi i fronti. I vecchi compagni sono stati travolti dalle suggestioni del terrorismo o inghiottiti dalla depressione oppure hanno esercitato l’arte antica del saltafosso. Il mondo cattolico non sta meglio: la parrocchia è una bicocca disertata dai fedeli, il vecchio reggitore d’essa, un mezzo erotomane, s’è spretato e vive nei pressi con la famiglia, i novelli sposi dileggiano i corsi pre-matrimoniali… e la famiglia, come sta? L’anziano padre del protagonista ha qualche grillo erotico per la testa e tradisce la consorte d’una vita, la sorella vive una relazione a distanza e vuole abortire, la madre si toglie la vita… Tutto è in sfacelo. Dove sono le antiche coordinate morali, sembra chiedersi Nanni: i doveri, l’equilibrio, la disciplina (di sacrestia e di partito)? Possibile che di quel mondo che pareva eterno non sopravvive se non un’umanità ridanciana, tribale e spietata (la scena in cui cercano di affogarlo in una fontana perché reclama un parcheggio è, forse, la più crudele e paradigmatica del suo primo cinema)? La risposta purtroppo è desolante: sì. È possibile porre rimedio? La risposta, ancora una volta, non lascia spazio alla speranza: no. L’unica via è ritirarsi in un mondo solitario, con qualche reduce, in Patagonia magari, fra gente ancora umile, per cui il vecchio mondo conserva una parvenza di senso e dove soffia un vento impetuoso che impedisce di sentire lo squallido chiacchiericcio del quotidiano; e qui, dall’eremo morale, cullarsi nella nostalgia, come fa il protagonista nell’ultima scena quando, finalmente sorridente, in un afflato di sincero e puro entusiasmo, guarda tutti gli attori della propria vita che ballano, riconciliati, sulle note di Ritornerai: Ritroverai le stesse cose che / tu non volevi vedere intorno a te / e scoprirai che nulla è cambiato / che sono restato l’illuso di sempre. Il puritano Nanni, il conservatore e uomo d’ordine Moretti, aveva capito tutto, insomma. I nuovi tempi lo disgustavano, ed egli non poteva che ridursi a vivere nel ricordo e nel disincanto. Magari fingendo una via d’uscita che lui, per primo, mai imboccherà. Quando lo incontro (a dir la verità molto spesso), seduto al tavolo del bar del quartiere, o mentre, ingrugnato e ingobbito, cammina silenzioso pensando a chissà che cosa, mi vien voglia di toccargli delicatamente il braccio e dirgli: “Ti ricordi… ti ricordi… ti ricordi…”. Ovviamente non l’ho mai fatto, né mai lo farò. Entrambi siamo troppo discreti e misantropi per queste espettorazioni di giovialità. Non ci resta che degustare un passato che non tornerà più. I nuovi tempi ci assordano con la ridda della propria vittoria. La messa è finita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *