Nadia Reid: “Preservation” (2017) – di La Firma Cangiante

“Preservation” arriva ad un paio d’anni di distanza dall’album di debutto di Nadia Reid, giovane cantautrice neozelandese. Nonostante la giovane età, lungo le tracce di questa sua seconda prova, risulta evidente come l’artista abbia già raggiunto un certo grado di maturità andando a comporre un lotto di canzoni spesso minimali nella struttura, nelle variazioni, delicate nei toni e nell’uso delle chitarre, ma molto spesso interessanti negli arrangiamenti, delicati anche questi e mai invadenti; capaci di attrarre l’attenzione dell’ascoltatore su un particolare, su un suono seminascosto sullo sfondo, una nota in grado di donare scie di moderata ricchezza ai brani: capacità di non poco valore che emergono più volte lungo l’ascolto di un album peraltro intriso di una importante (ma sempre gradevole) vena malinconica. Siamo nei territori del folk e del cantautorato al femminile, già al tempo del disco d’esordio di Laura Reid la critica specializzata aveva speso i nomi di Laura Marling e quello di diverse altre star dal mood affine come termine di paragone, sottolineando come qualche passo ancora andava fatto da Laura per un pieno raggiungimento di una personale cifra stilistica. Pur non avendo a disposizione una così vasta gamma di soluzioni vocali da apportare alla causa della sua musica, Nadia Reid sopperisce senza problemi a questa piccola “mancanza” grazie a un’espressività sincera, tecnicamente non sempre così sicura e incisiva, ma sempre toccante e onesta. La title track è perfetto esempio della proposta dell’artista che lo ha inciso, con la sua dolcezza malinconica aperta a sprazzi di ottimismo e squarci di sereno all’orizzonte, mediata da una fiducia conquistata con l’esperienza; un brano affascinante per la messa in campo di suoni che sono richiami, inviti pudìchi a un ascolto più attento. Non mancano inserti elettrici in composizioni che ricorrono ad arrangiamenti un poco più graffianti (The arrow and the aim) e che non alterano troppo l’equilibrio di un lavoro che mantiene sempre e comunque toni intimisti e personali ma che non disdegna sguardi al lato più rock di questo genere di proposta (Richard). Si alternano ballate melodiche, anche più convenzionali se vogliamo (I come home to you), a fraseggi più sentiti, piccole confessioni (Hanson St. Pt. 2) che hanno sempre il sapore della verità. Una bella linea di basso apre Right on time, subito doppiata dall’inserto di chitarra e il brano è bello che costruito, ancora una volta arrangiamenti indovinati a supporto, all’apparenza con facilità e felicità il pezzo prende un andamento vitale per poi smorzarsi nel passaggio alla successiva e acustica Reach my destination. “Preservation” è un album che alterna al minimalismo sognante (Te Aro) composizioni più immediate e canoniche (The way it goes) senza soluzione di continuità; manca forse il pezzo capace di segnare l’ascolto, di rimanere impresso, quella tappa obbligata di un viaggio che si rivela comunque piacevole dall’inizio alla fine.

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