Mystery Light: “The Mystery Light” (2016) – di Porter Stout

Tra i più recenti e interessanti gruppi americani che hanno saputo rinvigorire quello stile neo-sixties fatto di tradizione R’n’R, Psichedelia e attitudine Garage/Punk dobbiamo aggiungere i Mystery Lights che, con questo nuovissimo album omonimo, tornano sulle scene dopo sette anni di sostanziale assenza. La Band si forma in California lungo i corridoi della Salinas High School per volontà dei due giovanissimi chitarristi Mike Brandon e Luis “L.A.” Solano. A questo primo incontro seguirà la solita gavetta passata a farsi i calli reinterpretando i classici Nuggets e, nel 2009, pubblicando l’album d’esordio, “Teenage Catgirls &  the Mystery Lightshow”. Poi poco o nulla è dato sapere. Il disco tuttavia non finisce nel dimenticatoio e, grazie al passaparola, girerà incessantemente sugli stereo degli appassionati di sixties revival che ne faranno un piccolo oggetto di culto. Fine della storia? Non proprio, visto che i due nel 2012 si rincontrano abbastanza casualmente a New York, dove decidono di regalarsi una seconda occasione. Ingaggiano Alex Amini (basso), Kevin Harris (organo), Nick Pillot (batteria) e riprendono a suonare un po’ dove capita, arricchendo nel frattempo il repertorio con nuove composizioni. Nel 2015 incidono “At Home With The Mystery Lights”, poco più di un’autoproduzione (una cassetta stampata in 150 copie) che comunque intercetta l’interesse di Neal Sugarman della Daptone Records, in quel momento alla ricerca di nuove band per varare la compartecipata Wick, una nuova etichetta da affiancare alla casa madre. “The Mystery Lights” è il disco che ne inaugura il catalogo e, a tre mesi dalla sua uscita, non c’è verso di riporlo sugli scaffali: più lo si ascolta, più crea positiva assuefazione. Sono canzoni acerbe ed essenziali (registrate in analogico, quasi in presa diretta) ma anche ricche di feeling e capaci di divertire con i continui rimandi alla  scena underground dei sixties. Non solo: nel loro sound convivono formule antiche (Seeds, 13th Floor Elevators) e linguaggio moderno (Parquet Courts, Night Beats), le prime per stimolare le corde più intime della sensibilità (la memoria storica) le seconde per cercare di stabilire una connessione con il presente (la memory card). Gli undici brani scorrono via rapidamente (32 minuti in tutto) tra asperità chitarristiche, Farfisa come piovesse e il cantato esacerbato dello schizzatissimo frontman Mike Brandon. Tra le cose migliori la magnetica Follow Me Home, il ruvido R’n’B di Too Many Girls (con tanto di coretto demenziale) la trascinante Melt, forse il brano migliore del lotto (che nell’andamento irrequieto ricorda gli Easybeats di Sorry21 & Counting (una delle chicche provenienti dall’album d’esordio qui in una versione riveduta e corretta) e Before My Own, quasi  un tributo alla immortale I Can Only Give You Everything dei Them di Van Morrison
I Mystery Lights non cambieranno la storia del Rock, ma si fanno ascoltare con grande interesse perché nella loro musica sono racchiusi l’energia genuina e lo spirito anticonformista del miglior Garage/Punk e questo, nell’anno in cui si celebra il 40° anniversario dal debutto dei Ramones, non può che far piacere.

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