Myles Kennedy: “Year Of The Tiger” (2018) – di Claudio Trezzani

Dopo l’ultimo lavoro della sua band, gli Alter Bridge, ci si chiedeva a ragione quando avrebbero fatto quel salto di qualità mai completamente avvenuto fino ad ora. Ecco. Myles Kennedy con questo suo primo lavoro solista lo ha fatto e lo ha fatto in un modo che ha stupito tutti, allontanandosi dai sicuri lidi del metal dei Bridge di Mark Tremonti o dall’hard rock da classifica di Slash. Un disco diverso, per certi versi molto legato alle radici americane, acustico ma venato di scariche elettriche, intenso, difficile, coraggioso e soprattutto riuscitissimo. Una voce quella di Myles Kennedy che è una delle più celebrate degli ultimi anni del rock americano, dotata di un’estensione incredibile e una espressività unica… in questo “Year Of The Tiger” più che mai è la protagonista assoluta. Non c’è canzone in cui non stupisca o passi in secondo piano, nonostante pezzi dotati di melodia e sorretti da bellissime parti di chitarra sia acustica che elettrica. Fa impressione pensare che il nostro sia affetto ormai da anni da una forma acuta di acufene all’orecchio, cosa che non gli ha impedito di diventare un musicista a tutto tondo, grandissimo cantante e ottimo chitarrista. Questo disco è una sorta di concept album, la narrazione del personale viaggio che lui e la sua famiglia hanno intrapreso dopo la scomparsa del padre nel 1974 (l’anno della Tigre del titolo appunto). Una prematura scomparsa dovuta, racconta il singer, alla cieca adesione ad una setta cristiana che rifiutava le cure mediche (curiosamente la stessa situazione che in parte influenzò il leader dei Metallica, James Hetfield). Già dalla intro della title-track posta all’inizio, capiamo quanto diverso sarà questo lavoro da tutto quello che Myles ha fatto finora ma che l’esperienza precedente sarà comunque presente con degli echi propri del sound degli Alter Bridge e dei Mayfield Four, sebbene l’ispirazione più forte dell’intero lavoro siano, come dichiarato da lui stesso, i Led Zeppelin del terzo e quarto disco, il sapore di Battle of Evermore permea molte tracce. The Great Beyond è forse la canzone che più delle altre con il suo incedere maestoso ed epico, potrebbe benissimo stare su di un disco delle sue band passate, con la sua potente voce ad accompagnarci nella narrazione sulla perdita… ma già dalla successiva Blind Faith, ci accorgiamo che qui si suona un’altra musica, una ballad kennedyana sempre intensa e con la sua voce sugli scudi ma con un sapore blues, di slide-guitar, un pezzo stupendo che testimonia il tanto atteso salto di qualità: la creatività e il talento di Myles Kennedy qui sembrano finalmente liberi. Dopo la bellissima dedica al coraggio della madre dopo la morte del padre in Mother, un altro pezzo con la chitarra acustica protagonista che prende ispirazione dalle idee di Jimmy Page di Led Zeppelin III, con l’intensa e sofferta Nothing But a Name, il disco cala il suo capolavoro. Love Can Only Heal è un brano che parte piano, acustico, ma che cresce come l’emozionante testo, dove Kennedy canta che l’amore può solo guarire” certe ferite, certi dolori che non avrebbero consolazione mai. Una canzone da brividi, un’interpretazione vocale che vale da sola il prezzo del disco, conclusa con uno stupendo assolo. Forse la miglior canzone mai scritta da Myles Kennedy. Il sapore roots del disco ha in Songbird il suo esempio più lampante, quasi dal feeling folk e americana e, fa effetto dirlo di un disco del cantante-leader degli Alter Bridge. L’ottimo album si chiude con un pezzo “solare”, One Fine Day, acustico si ma meno “dark” degli altri… una sorta di catarsi in musica che sfocia in uno speranzoso questa amara fine lasciala andare”: la conferma che il tempo allevia tutte le ferite, lascia cicatrici ma si deve andare avanti con speranza e amore per la vita. Tutto il disco forse è stata una catarsi per Myles Kennedy, mai così ispirato mai così intenso, mai così convincente, fate questo viaggio con lui non ve ne pentirete… buon ascolto. 

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