“My Generation X”: vs. your generation? Not really – di Stefano Galli

Prendo spunto da taluni fatti e argomenti di conversazione, perché sembra che sia ormai necessario correggere le riscritture della storia a fronte di semplificazioni e sviste frutto di una crescente pigrizia culturale [1]Pete Townshend scrisse “My Generation” che uscì come singolo di The Who nel 1965 (e diede anche il titolo al loro album di esordio). Nel 1977, il lato A del primo singolo dei Generation X è una registrazione di Your Generation, canzone scritta da Billy Idol e Tony James; la copertina – con un artwork astratto in stile Bauhaus [2] – non strilla il titolo [3]Billy Idol non è un artista platinato costruito a tavolino che ha avuto qualche successo negli anni 80 e via; Tony James con i Sigue Sigue Sputnik provò a spostare il limite della banalizzazione commerciale vendendo immagini forti ma grondando riferimenti [4]Billy Idol ha interpretato, nelle rispettive versioni dal vivo, la parte di Cousin Kevin in Tommy” (1989) e del “bell-boy” (dunque lo “Ace face”) in “Quadrophenia” (1996). 
Tony James attualmente è, soprattutto, i Carbon/Silicon insieme a Mick Jones [5]; però nella migliore delle ipotesi la stragrande maggioranza di chi associa qualcosa a “Generation X” pensa a Douglas Coupland [6]. Invece no, la situazione è ben diversa, anche perché è impossibile aver copiato nel novembre 1976 un titolo del 1991. Infatti, per quanto qui interessa, “Generation X” è il titolo di un libro-inchiesta scritto da Jane Deverson e Charles Hamblett a proposito dei giovani dei primi anni sessanta; volume uscito nel 1964 in solo formato tascabile (in almeno due versioni) in Gran Bretagna e anche negli USA. Ebbene, da quel libro fu presa ispirazione per dare il nome alla Band di Idol e James (il primo sostiene di averne trovata copia sotto il letto della madre). Di più, circostanza meno nota, dei ritagli del medesimo libro [7] sono utilizzati graficamente come parte del retro della copertina di “White Riot”, primo singolo di The Clash; ed ancora più curioso può essere il fatto che in uno dei press-clip è un mod che parla agli autori del libro. Reputo che la cortocircuitazione artistico-musicale sia davvero notevole; ed appunto dimostri come non sia mai possibile banalizzare le informazioni. Quelli che convenzionalmente sono chiamati i primi punk dei settanta non erano degli ignoranti, però neanche degli inventori; semplicemente ed intelligentemente (questo sì) avevano ascoltato e letto e visto, come prima di loro avevano fatto altri artisti. Simon Reynolds nel suo ultimo libro, “Retromania: Pop Culture’s Addiction To Its Own Past”, pare preoccuparsi della vacuità del primo decennio del XXI secolo
Poiché il punk non viveva sulla nostalgia, bensì sulla conoscenza del passato musicale e la conseguente capacità di distinguere ciò che vale da ciò che non è importante, dall’evidente vuoto attuale si ha la conferma di quanto sia sempre più grave il rischio di semplificazione ogni volta in cui si danno per scontati fatti ed anche significati. Quella di Simon Reynolds rischia di divenire allora una preoccupazione marginale: essere dipendenti dal passato – se lo si analizza in modo indipendente e non guidato, per cercare una propria via (anche solo alla lettura, all’ascolto e alla visione) – è molto meglio che essere dipendenti unicamente dalla pseudocultura venduta sotto forma di romanzi/elenco telefonico (posati sui pallet di pseudo librerie e centri commerciali) e dei downloading facili e mal compressi di musica dove le rime sono quelle baciate vecchie di decenni (solo vecchie).

[1] Libraries gave us power (da “A Design For Life” dei Manic Street Preachers): cioè anche il proletario può avere cultura; ma viceversa il borghese può leggere solo sciocchezze. [2] L’argomento “art schools” e` molto complesso – posso rinviare a Simon Frith, Art into Pop; quello Bauhaus è addirittura doppio. La copertina, comunque, è di Barney Bubbles[3] Le 4 canzoni costituenti i primi 2 singoli della Band risultano nelle prime stampe come “copyright control” cioè ancora senza editore, il che significa che ci fu un’epoca in cui i contratti fonografici non obbligavano a sottoscrivere quelli di edizione musicale con l’editore indicato dal produttore: costi minori, più fiducia negli esordienti? [4] Inoltre proponendo autentiche pubblicità fra i solchi del vinile: The Who Sell Out anyone? [5] Name dropping di approfondimento: London SS. [6] Forse con Girlfriend In A Coma va meglio? [7] Non proprio “cut up” alla William Seward Burroughs ma evidentemente un riferimento stilistico ai collage delle avanguardie artistiche del primo Novecento.

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