“My Cup Of Music”: intervista con Tolo Marton – di Gabriele Peritore

Quando si pensa allo strumento della chitarra, in Italia, il pensiero inevitabilmente vola a Tolo Marton, uno dei più grandi esponenti delle sei corde in tutte le forme. Durante il suo, ormai lunghissimo ma mai troppo lungo, percorso artistico ha attraversato tutti i generi musicali e collaborato con i musicisti più importanti del mondo e continua produrre e collaborare sempre nella stessa direzione. La sua tecnica esecutiva gli è valsa nel 1998 il premio intitolato a Jimi Hendrix (uno dei pochi non americani a vincerlo, tra l’altro). Il suo ultimo progetto in studio si chiama “My Cup Of Music”, in cui aggiunge, oltre alla sua sensibilità compositiva i contenuti di sentimento, fantasia e mistero. In attesa di godercelo dal vivo a Cerea (VR) il prossimo 13 ottobre per l’edizione 2018 di Blues Made in Italy, abbiamo incontrato Tolo Marton per conoscere qualche curiosità sul suo percorso artistico ed esistenziale.
Ciao Tolo, tu sei di Treviso e calchi la scena musicale italiana da tantissimo tempo, sei considerato, non solo a mio parere, uno dei più grandi chitarristi nazionali e internazionali. La prima domanda che voglio farti è un viaggio nel tempo. Ti ricordi il primo momento in cui hai provato la scintilla dell’innamoramento per la musica? E quello per la chitarra? Che ruolo ha giocato la tua città in questo innamoramento?
“Beh, attorno ai 5/6 anni, quando la Befana mi portò un pianino giocattolo con meno di dieci tasti colorati. Già allora mi attirava la musica, e ascoltavo dischi di R&R e canzoncine italiane… Modugno ad esempio. I miei fratelli e sorelle maggiori avevano un giradischi e dischi vari, tra cui musica classica successi italiani e americani. Mettevo le dita sul pianino e riuscivo a trovare le note giuste di alcune canzoni. Avevo già trovato la mia strada, anche se non lo sapevo. In seguito compresi che la musica è l’unica “strada” in cui riesco ad orientarmi. La mia città era piena di complessini e a 14 anni vidi da vicino la prima chitarra, che un compagno di scuola aveva portato e durante la ricreazione suonava. Fu una grande sorpresa e feci il possibile per procurarmene una, anche se sotto sotto avrei voluto imparare a suonare il pianoforte, studiare la musica classica… ma non fu possibile e passai alla chitarra (e basso), imparando tutto ad orecchio”
La tua formazione iniziale è avvenuta quindi per intero in Italia, nella tua città ma tra le tue influenze musicali, tra i tantissimi nomi stranieri sembra che non ci sia  neanche un italiano… 
“Purtroppo no, a parte un po’ Ennio Morricone, e la sua influenza si può percepire in alcuni momenti del mio ultimo lavoro “My cup of music.
È strano pensare all’Italia come un luogo in cui si suona Blues, Rock o Jazz, eppure le tradizioni di questi generi musicali sono ben salde nel nostro territorio. Non sono nei circuiti principali ma hanno un grandissimo seguito, addirittura negli anni settanta, il progressive italiano se la giocava alla pari con quello anglosassone. Tu hai attraversato, lasciando segni importanti, tutti questi generi e forse sei l’unico che ci può dire realmente il grado di salute della scena musicale italiana. Come la vedi? Che direzione ha preso e quale pensi che debba prendere?
“Ha preso una direzione sempre più commerciale, dove soluzioni musicali e testi sono visti come mezzi per fare successo immediato e di breve durata. Li chiamo tormentoni, non fanno per me. La musica pop commerciale è sempre esistita, ma l’aggettivo “commerciale” non è da considerarsi negativo, a meno che la musica sia poco interessante, scontata e priva di fantasia. Quindi… la musica la vedo parecchio malaticcia, almeno quella che passa in radio e tv. In più il proliferare di “tributi” nei locali e feste varie toglie ossigeno a quei pochi che vorrebbero seriamente ricercare qualcosa di nuovo. Se si avanti così e nessuno rinnova la musica, fra 10/20 anni, a chi faranno i tributi? Ancora ai Pink Floyd, ai Led Zeppelin, o a Vasco
Fortunatamente grazie al tuo talento ti sei imposto anche all’estero e quindi puoi rifarti fuori dall’Italia. Che differenza principale noti con l’ambiente italiano?
“Provo a descrivere alcune differenze rispetto all’America, dove ho suonato molte volte. In Italia i posti per suonare sono più “chiusi e fermi”. Una volta entrato il pubblico rimane seduto fino alla fine, a meno che proprio non gradisca la musica proposta. In USA c’è una dinamica diversa. Molte volte non c’è un vero ingresso da pagare e c’è un continuo via vai di gente, che se incuriosita dalla musica rimane nel locale e con entusiasmo pone una mancia nel Tip jar, una specie di grande caraffa per le offerte. Questo ti fa sentire più a tuo agio, meno tensione e meno responsabilità. Aggiungo che Il pubblico, la gente comune, ha buon orecchio e si diverte ad ascoltare musica. Aggiungerei una particolare curiosità delle persone nello scoprire musica che magari viene interpretata con uno stile a loro un po’ inusuale. La mentalità americana è molto positiva, anche tra colleghi. Difficile riscontrare quel tipo di sentimento un po’ invidioso (che a volte si trova qui da noi) verso altri musicisti che “ce la fanno”. Per dirla chiaramente, lì c’è più meritocrazia e il cosiddetto sogno americano è una cosa reale che si percepisce davvero”.
Credo che tu abbia suonato con tutti i più grandi del mondo e ogni concerto sarà stato per te un’emozione unica. Avrai migliaia di aneddoti. C’è qualcuno però che ricordi con maggiore piacere? Uno di quelli che quando ci pensi ti fa bene al cuore…
“Ce ne sono… ce ne sono. Quando mio fratello grande mi portò nel 1966 a vedere a teatro il grande pianista russo Svjatoslav Richter, ero incantato. Poi le musiche dei cartoon di Tom & Jerry. Quando vidi Rory Gallagher nel 1972. Quando “sbarcai” per la prima volta a Los Angeles per registrare il disco con Le Orme. Gli anni della sala da ballo tra il 1969 e il 1974. La mia premiazione a Seattle nel 1998 da parte di Al Hendrix. Di recente, a Austin, quando Bobby Whitlock (tastierista di Eric Clapton del periodo Derek and the Dominos) mi ha invitato a fare un paio di brani con lui… ma poi mi ha tenuto su per tutto il concerto, dove ho improvvisato senza sapere cosa avrebbe suonato.  Quando Ginger Baker, dopo non avermi degnato di una parola (nel 1984 mi fu chiesto all’ultimo momento di suonare con lui al posto di Roberto Ciotti che era indisposto) al sound check… per cui anche lì non sapevo che pesci pigliare, dovendo cantare e suonare tutta la sera e lui non voleva fare niente dei Cream. Beh, come dicevo, alla fine della serata dove non so come, ho improvvisato tutto, alla fine mi fa chiamare nella sua roulotte e si alza in piedi per stringermi la mano e farmi grandi complimenti… e la mattina seguente il suo manager mi chiama dicendomi “Ginger vuole proseguire il tour con te”.
È bellissimo sentirti raccontare questi ricordi, la tua emozione emoziona anche noi. La musica ti ha regalato infinite soddisfazioni, dai premi internazionali prestigiosi, alle collaborazioni mondiali, c’è qualcosa che devi o vorresti realizzare? Un desiderio segreto?
“E beh tanto segreto non è, vorrei comporre musica per altri, in particolare dei temi per i film… un certo tipo di film. Vivere di questo e poi andare a fare i live per puro divertimento”.
Il tuo percorso artistico ti ha fatto attraversare tutti i generi musicali e nel tuo ultimo lavoro discografico da solista, “My Cup Of Music”, ti sei orientato per un sound minimale basato essenzialmente sulla melodia. Cosa ti ha spinto a scegliere questa soluzione? Pensi che sia un buon modo di comunicare con i tuoi estimatori e soprattutto con le nuove generazioni?
“My cup of music è un disco al quale avevo pensato per 15 anni. Credo sia il più sincero e importante album che ho registrato fino a oggi. Attraverso questo disco avevo bisogno di esprimere sensazioni e sentimenti che ho dentro da sempre, ma che fin’ora avevo rivelato solo parzialmente attraverso la musica che sono solito suonare. Una melodia alla portata di tutti, come mi  è stato confermato dagli ascoltatori. Creare My Cup of Music era un sogno, un desiderio… quasi un dovere. È una dedica a tutte le persone che hanno cuore e pensieri tersi, accompagnati ad un velo di mistero”.
Un lavoro che tira fuori sentimento, fantasia, mistero. Ci puoi dire qualcosa in più dei contenuti del disco?
“In questi ultimi 15 anni ci sono state queste idee musicali che affioravano dal nulla, frammenti di melodie che registravo subito per non dimenticarle. Ho scelto quelle che in un certo modo appartenevano ad uno stesso mondo di melodie molto delicate ed evocative. Ci sono tre sezioni: Fantasy, Sentimental e Mistery, legate assieme da un filo conduttore. Non credo ci sia bisogno di spiegare poi il mood delle tre parti, perché i loro titoli già lo fanno immaginare. Ho ritenuto di dividere il disco in tre sezioni anche per “suggerire” all’ascoltatore di prendersi qualche pausa senza necessariamente doverlo ascoltare per intero subito. Se hai notato molti dei brani sono a soluzione continua, senza i classici due secondi che separano uno dall’altro. E’ stata una scelta voluta. Mi ero proposto molto tempo fa che prima o poi avrei realizzato un altro disco strumentale, alla stregua di “One Guitar Band” del 1983, che però conteneva generi più legati al Country, Swing e Jazz. E’ stato un momento piuttosto lungo (almeno due anni). Mi sento a mio agio in questa dimensione. Non per niente il titolo “My cup of music” riecheggia quel modo di dire inglese tipico “it’s not my cup of tea” che comunemente sta indicare quando non ci si sente a proprio agio o portati per una certa cosa o situazione. Ecco, invece con questa tazza di musica diciamo che mi sento bene”.
Quando suoni questi pezzi dal vivo che impatto hanno con il tuo pubblico?
“Suono dal vivo parte di questo disco ma non nascondo che lo faccio con una certa difficoltà… ma è senz’altro proponibile e sto portando queste musiche in giro, a volte inserendole in un apposito momento durante i concerti elettrici. Capita anche di dargli uno spazio più consistente se il luogo è più adatto, ad esempio in un teatro o piccoli ambienti che non siano esattamente dei club dove si beve o si cena. Il pubblico lo accoglie con sorpresa, un certo spiazzamento e in silenzio. Di certo non si aspettano questo tipo di cose. Posso dire che, dopo la sorpresa, tante persone (anche ascoltando poi il disco), hanno reazioni simili tra loro. Ad esempio mi descrivono le sensazioni che “My cup of music” provoca in loro. Ognuno con parole diverse, dice la stessa cosa, che queste musiche evocano un ricordo, dei momenti da loro vissuti, viaggi… In certi brani (Flamìca e Liam song) addirittura succede che spunti una lacrima. Altri piacciono molto ai bambini, come Vendo Musica e Mero Mero. Curiosamente le loro sensazioni sono le stesse che ho avuto anch’io mentre immaginavo questo disco e durante la fase di realizzazione”.
Cosa puoi consigliare ad un ragazzo che vuole intraprendere il viaggio musicale della chitarra?
“Essere se stesso, avere sempre in mente il motivo che l’ha incuriosito e spinto ad avvicinarsi a questo strumento. Più che guardare video su youtube, sforzarsi di “vedere” attraverso le orecchie e la propria immaginazione. Ascoltare i propri compagni mentre si suona per cogliere ciò che succede sul palco e interagire in modo appropriato. La chitarra non è il fine ma il mezzo, quindi poca ginnastica e molta fantasia. Tentare strade nuove e provare a comporre ricercando soluzioni che lo portano a sorprendersi. Non dare per scontato che suonare in una tribute band sia sempre accettabile. Perché scegliere la strada più facile, cioè assecondare e viziare un pubblico, non è scontato che sia la scelta migliore. Il pubblico non ha colpe, emozionarsi quando ascolta ciò che già conosce non è una colpa. Fa parte di tutti noi ed è una tendenza naturale. Ma siamo noi musicisti che abbiamo il compito di educare alla buona musica. La musica vive solo se si rinnova”.

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