Museo Rosenbach: “Zarathustra” (1973) – di Alessandro Freschi

All’interno della gatefold cover di “Zarathustra”(1973), in basso a destra, accanto alla foto in bianco e nero della band, si scorge una dedica che definire stravagante è a dir poco semplicistico. “Si ringraziano: bottoni d’oro ed occhi di elefante. Un busto di Mussolini, cibi per cani e lacche per capelli. Un parlamentare americano, i denti di una fotomodella, un battaglione di soldati arabi e delle trappole per topi. La libertà sessuale ed i paesaggi toscani. Le cave di pietra indiane ed i deodoranti per coscia. Gli avocados e le bambine pakistane. Le labbra di coniglietto, i libri antichi, le lapidi in memoria di coloro che morirono drogati e tanto dentifricio”. Un allucinato puzzle, un busto di Mussolini che si intreccia a fitti e confusi dettagli materializzando le sembianze di un “arcimboldesco” volto. Un artwork disorientante destinato a non passare inosservato, ad essere ricordato. Sia nel bene che nel male. Ha del paradossale la vicenda legata a “Zarathustra” (1973), album d’esordio dei Museo Rosenbach, formazione bordigotta nata dall’incontro dei componenti de Il Sistema e La Quinta Strada. Infatti, se oggi il disco è legittimamente annoverato nella radiosa cerchia dei capolavori del rock italiano degli anni settanta, ben diverso si rivelò l’impatto con critica e pubblico al momento della sua prima distribuzione quando, a causa degli spiacevoli qui pro quo suscitati dal provocatorio mosaico di copertina, diventò vittima di una irragionevole messa al bando.
Ma per raccontare di ciò è opportuno procedere con ordine. Assoldato dalla scuderia di Nanni Ricordi nell’ambito di una campagna volta a lanciare sul mercato emergenti realtà tricolori (Hunka Munka, Cervello, Rocky’s Filij, nonché Banco del Mutuo Soccorso e Reale Accademia di Musica), il quintetto di giovani musicisti composto da Alberto Moreno (basso) Stefano ‘Lupo’ Galifi (voce), Pit Corradi (tastiere), Enzo Merogno (chitarre) e Giancarlo Golzi (batteria) – quest’ultimo futura colonna portante dei ben più fortunati Matia Bazar – si presenta al cospetto del discografico Angelo Vaggi, portando in dote un lavoro decisamente impegnato imperniato sulle ricerche filologico-musicali effettuate da Moreno. Se le articolate strutture sonore dei quattro movimenti del concept risentono delle influenze symphonic-rock di oltremanica (Gentle Giant, Procol Harum), le liriche elaborate da Mauro La Luce (già paroliere dei Delirium) tratteggiano quello che è il pensiero filosofico di Friedrich Nietzsche. È proprio il richiamo a colui che viene ritenuto una delle menti ispiratrici dell’ideologia nazi-fascista a depistare l’ascoltatore di turno e ad appiccicare l’etichetta di ‘gruppo simpatizzante di destra’ all’apolitico ensemble ligure. Ad alimentare il fastidioso equivoco concorre lo stravagante collage di copertina realizzato dalla talentuosa coppia Caesar Monti e Vanda Spinello.
Mussolini più ‘il Superuomo’ rappresentano argomentazioni insostenibili per il contesto progressivo, storicamente ‘rosso’ e, persino la RAI, ritiene quanto mai opportuno sbattere le porte in faccia a “Zarathustra” censurandone qualsiasi tipo di passaggio radio-televisivo. Il tutto con molta, troppa, superficialità. Ciò che nei suoi primordiali intenti doveva simboleggiare una precisa denuncia all’ipocrisia di certi atteggiamenti bacchettoni si ripercuote come un boomerang impazzito sulla band, relegandola irreparabilmente ai margini del movimento, e a ben poco valgono smentite e dettagliate spiegazioni. Nonostante l’ottima fattura dell’album e le confortanti impressioni destate al IIIº Festival della musica d’avanguardia e nuove tendenze tenutosi nel giugno 1973 alla Mostra d’Oltremare di Napoli, le scarse vendite  del 33 giri conducano mestamente al quanto mai prematuro scioglimento dei Museo Rosenbach. A distanza di due decenni, nel 1992, una scrupolosa operazione di recupero di materiale musicale anni settanta permette all’etichetta Mellow Records di rendere fruibili due compact disc contenenti demo e tracce live antecedenti alla registrazione di “Zarathustra”, riaccendendo inaspettatamente i riflettori sui Rosenbach.
La band ritorna così sulla scena ad inizio nuovo millennio guidata dagli storici Moreno e Golzi (quest’ultimo scomparso prematuramente nel 2015) con l’album “Exit” ed in seguito, grazie anche al coinvolgimento dello storico vocalist ‘Lupo’, realizza il concept ecologico “Barbarica” (2013). Gli ottimi riscontri di critica e pubblico permettano al nuovo corso dei Museo, rafforzato nel frattempo da talentuosi innesti in line-up, di prendere parte a festival di genere in Messico e Giappone (“Live in Tokyo”). A tal proposito, al ritorno dal tour nelle terre del Sol Levante, Alberto Moreno rivelerà di essere venuto a conoscenza dell’esistenza di una rivista musicale nipponica chiamata ‘Museo Rosenbach’. Un bizzarro quanto eloquente riconoscimento che va a stridere con i farneticanti pregiudizi pseudo-politici che mezzo secolo prima avevano inesorabilmente cestinato una eccellente band ed il suo capolavoro rock. Fortunatamente la forza della musica è da sempre quella di non arrestarsi di fronte a simboli e bandiere e di oltrepassare barriere solitamente invalicabili. “L’alba nasce dalla quiete, vergine nel proprio manto, vive e freme già”.

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