Murubutu: “Tenebra è la Notte ed altri racconti di buio e crepuscoli” (2019) – di Lorenzo Scala

Il primo febbraio di quest’anno è uscito il nuovo album di Murubutu (Alessio Mariani) “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli” (Irma Records 2019). L’album è una miniera colma di minerali preziosi e sangue mescolato alla terra, una miniera a cielo aperto, un cielo notturno vestito di stelle ma allo stesso tempo nudo spettatore di storie. Questo album è un possente monolite di buio che possiede la capacità di assorbire l’ascoltatore, levandogli ogni punto di riferimento per un ritorno sicuro. Ogni canzone è un piccolo universo autonomo, ogni universo abbraccia la canzone successiva in un’alternanza di stati d’animo che fonde ogni bussola emotiva, lasciandoci sospesi sopra un magma di nozioni, riferimenti, massacri, storie di umano dolore e paesaggi. Per onestà devo scrivere questo: la natura monumentale di ogni disco di Murubutu mi fa sentire inadeguato recensore ma non solo, penso che dischi di tale densità vadano ascoltati e riascoltati, lasciando le “analisi del testo” a chi ne è realmente competente ma avendo comunque la consapevolezza che ogni testo poggia su un impianto letterario completo e tutte le risposte sono racchiuse nell’inchiostro di questi racconti. Ogni brano viene cesellato ad arte e tutti gli  input e le citazioni  non rasentano mai il puro citazionismo, piuttosto gli artisti e gli eventi storici tirati in causa sono come piccole stelle luminose, unendole vengono fuori costellazioni con le quali Murubutu gioca a intessere la trama stessa della sua notte. Basta pensare al titolo del disco che parafrasa un altro titolo: “Tenera è la notte” di  Francis Scott Fitzgerald, oppure alla canzone Franz e Milena, in cui il protagonista scrive lunghe e appassionate lettere a Milena Jesenka, scrittrice, giornalista e traduttrice ceca, deportata nel campo di concentramento di Ravensbruck (a scriverle è proprio lui, un certo Franz Kafka, emblema d’ispirazione notturna, in lui infatti covava una smania infestata da fantasmi di inchiostro che lo portavano a scrivere tutta la notte). Per quanto riguarda le cosiddette tracce didattiche, nella imponente La notte di San Bartolomeo, uno dei miei brani preferiti, viene raccontata le strage degli Ugonotti a Parigi, da parte dei cattolici nel 1572, in un crescendo di pathos e violenza. Ad affiancare personaggi illustri ed eventi storici troviamo piccole (ma enormi) storie d’ epica sofferenza e intimo amore. Alcune di queste canzoni fanno piangere, inutile girarci intorno, le dighe interiori franano come fossero di sabbia di fronte all’incedere di una narrazione fatta di uomini e donne, bambini e bambine, anziani legati dal filo dell’amore e della morte… e sono lacrime belle. Lacrime che ci ricordano non solo la nostra commovente fragilità ma anche l’importanza di riconoscersi sensibili, il valore dell’empatia, la forza che si cela dietro una carezza o una solitudine. Dal punto di vista musicale l’album è vario, forse uno dei più completi di Murubutu, ricco di spunti diversi (alcune tracce persino dal sapore metal). Le collaborazioni tante e mai casuali, dettate dalla stima reciproca e dall’amicizia: troviamo il fedele Dj T-Robb, Mezzosangue, Caparezza (uno dei pochi che riesce a stare dietro alla sua penna, insieme a Rancore presente nell’album precedente, “L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” del 2016), Claver Gold (rapper di nicchia e molto ispirato), Daniela Galli con la sua bellissima voce, Dutch Nazari, Willie Peyote, La Kattiveria e la bravissima Dia. Quindici tracce preziose, canzoni che colpiscono duro, violente ma necessarie a ricordarci la crudeltà della guerra ma anche delicate nei racconti che ci abbracciano tra le stelle. Canzoni che ci invitano a inseguire l’ispirazione tra i sussurri della notte e le pieghe del tempo, canzoni che riconsegnano ai poeti le chiavi delle tenebre.

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