Murubutu: “Gli ammutinati del Bouncin’ (2014) – di Flavia Giunta

Capita, durante un viaggio in macchina con un’amica, fra una conversazione e l’altra di prestare attenzione alla musica messa in sottofondo. Il cellulare di lei incastrato perfettamente nel vano sovrastante la radio, collegato con il cavetto USB, fa un piccolo sobbalzo ad ogni buca della strada di montagna.
“Da quando ascolti rap italiano?”
“È un periodo”.
“Comunque questo è particolare, si sente”.
“Sì sì, lui è molto bravo, ascolta questa”.
Una voce profonda, vibrante e gutturale, che più che cantare racconta. Storie di pirati, di eroi della Letteratura o di persone comuni. Molto spesso storie tristi. Parole poetiche su basi musicali pregevoli. Lontano anni luce da quel rap italiano più “facile” che sbrodola testi su soldi, mignotte e droga… ma chi è questo Murubutu? Perché non si sentono le sue canzoni alla radio? Murubutu, al secolo Alessio Mariani, è un professore di Storia e Filosofia di Reggio Emilia. La sua carriera musicale inizia nel contesto delle “posse”, fenomeno musicale sviluppatosi attorno ai centri sociali nei primi anni 90, e questo spiega in un certo senso il successo poco commerciale di un prodotto così di qualità; altri artisti italiani si sono formati dallo stesso humus artistico-sociale, come i più noti Neffa e 99 Posse, ma anche Colle Der Fomento, Pitura Freska e molti altri ancora. Murubutu si distingue fin dall’inizio nell’ambito dell’hip-hop, affermandosi come MC (letteralmente “Master of Ceremonies”, colui che è capace di improvvisare rime su una base musicale o anche senza, e che sia dotato di flow, cioè di un ritmo che possa trascinare le folle). L’Artista, non per niente, si autodefinisce un “grafomane” e, dapprima con il collettivo La Kattiveria e in seguito come solista, intraprende la scrittura di canzoni dai temi più disparati, ma sempre accomunate da un lessico ricco ed elegante, dalla presenza di citazioni storico-letterarie e dalla complessità della narrazione. I suoi primi due album solisti sono dedicati rispettivamente al figlio e alla figlia. Da lì in poi, traccia una strada più didascalica: crea concept rivolti ad un unico argomento, eviscerato in tutti i suoi aspetti.
“Gli ammutinati del Bouncin’: ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari” (2014), inciso per l’etichetta indipendente Mandibola Records, è il terzo disco di Murubutu ma anche il primo a seguire il suddetto modus operandi, analizzando il tema del mare. Il mare visto non solo come immensità blu, ma anche come mezzo da attraversare per raggiungere una vita migliore; come inizio della vita ma anche come sua fine; come culla di battaglie storiche; come luogo che custodisce la persona amata, e tanto altro. Ascoltare questo album dall’inizio alla fine lascia in bocca il sapore della salsedine e fa sentire come se si fosse appena conclusa la lettura di un libro. Uno di quelli che ti lasciano qualcosa, come un Moby Dick del rap. Questa impressione viene accentuata dalla varietà di argomenti affrontati, come se si trattasse dei singoli capitoli di un’unica storia, ma anche dal suono delle onde che si infrangono e dal verso dei gabbiani che collegano le canzoni l’una all’altra, creando una vera e propria ambientazione. La critica ha scritto di questo disco: “I rap-conti contenuti nell’album sono immersi nell’acqua come tante isole di un arcipelago che chi ascolta può visitare in successione, vivendone le differenti atmosfere, attraversando i dettagli dei paesaggi; ognuna presenta messaggi immediati che si muovono in superficie e altrettanti significati che emergono solo dopo vari ascolti”. Non avrei saputo trovare un paragone più calzante. Per quanto riguarda la produzione musicale, nella maggior parte delle tracce si nota l’impronta del compagno di Murubutu del collettivo La Kattiveria Crew
del 1998 Il Tenente  il quale riesce ad equilibrare le sonorità dei campionamenti tratti da musica classica, delle chitarre acustiche e del pianoforte con gli effetti tipici del rap. Scorriamo velocemente le pagine di questo libro sonoro.
L’introduzione, su una base di onde e pianoforte, svolge perfettamente il suo ruolo citando “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne; citazione quasi d’obbligo visti gli argomenti che si andranno ad affrontare: “Voi amate il mare, Capitano?”. Diario di bordo, frutto della collaborazione con Dj T-Robb e dallo stesso prodotta, è ispirata stavolta ad un racconto di Luis Sepulveda e ci porta, con un ritmo incalzante, nel cuore della tematica del viaggio per mare, fra avventure e pericoli, incrociandola con il significato del rap stesso. Discorso simile a quello che viene proposto nella traccia Gli ammutinati del Bouncin’, come vedremo. La terza traccia è una delle più riuscite per quanto riguarda i ritornelli, che nella media sono meno incisivi delle strofe. Isola Verde è anche stata scelta come singolo, da cui in seguito è stato prodotto un video musicale. L’argomento trattato in questo caso è la voglia di evasione dei giovani che vivono in piccole realtà, che amano ma che spesso li lasciano insoddisfatti. Come le isole, appunto. Lo svolgersi della storia di Claudio cattura l’ascoltatore, per poi lasciarlo inevitabilmente con l’amaro in bocca; un andamento che si riscontra spesso nello storytellingdi Murubutu. La successiva Il Giro del Giorno in un Mondo, un riuscito featuring con il rapper Easy One, tocca un tema importante e spesso inflazionato come quello della prigionia: qua il mare viene visto come il sogno che può portare lontani, almeno metaforicamente, da una realtà difficile da sopportare ma, è con Sull’Atlantico che vengono raggiunte vette di scrittura notevoli, visto l’argomento perfettamente attuale: l’emigrazione di chi cerca fortuna lontano da casa. Verso la fine del pezzo Murubutu si inimica di certo una determinata fascia dell’attuale elettorato italiano, proclamando: “Il migrante ha un solo colore, un solo nome”.
Non finiscono qua i testi impegnati dal punto di vista sociale: Marco Gioca sott’Acqua diviene lo spunto per trattare una tematica delicata come la disabilità con dolcezza e poesia, un lieto fine abbastanza raro nell’universo di Murubutu. Un’altra storia, anzi due differenti storie d’amore (una per ogni strofa), nella traccia Le Sirene, alla quale partecipa anche il bravo Claver Gold: realtà, mito e storia si intrecciano in un modo che si può comprendere a fondo solo dopo diversi ascolti. Dopo l’interludio strumentaleTempesta, è il momento della commovente I Marinai Tornano Tardi: la storia di un marinaio sempre in giro per il mare e della sua bella che lo attende guardando il
porto… che detto così può sembrare un cliché ma in realtà ne è molto distante. Il ritmo lento e la voce addolcita ben si addicono a questo momento di malinconia coniugale e di tenera speranza. Per meglio comprendere la traccia successiva, ovvero la title track dell’album, è bene riportare le parole stesse di Murubutu rilasciate in un’intervista per HipHopRec poco dopo l’uscita del disco: “Il titolo del disco è una dichiarazione di intenti di chi non vuole porsi al di fuori del rap italiano, ma vuole dargli un forte stimolo affinché si emancipi dalle stereotipie compulsive che lo segnano pesantemente sia nel mainstream che nell’underground, spesso a livello di suono ma soprattutto di testi. L’ammutinamento del Bouncin’ è la rivolta a bordo di una nave, il rap italiano appunto, che segue una rotta musicale prestabilita cui la maggioranza obbedisce, dove gli insorti si ribellano alle coordinate ufficiali di navigazione e se ne impossessano cambiandone la direzione”.
Ecco dunque che gli ammutinati del rap, vale a dire Murubutu, Dank, DJ Caster, Fresh Frinext e U.G.O., sparano ciascuno una arrabbiatissima strofa, che inneggia alla loro rivoluzione musicale senza abbandonare le metafore marinaresche che costituiscono la cifra dell’intero album. Si torna ad atmosfere più delicate con Storia di Laura, nella quale viene trattato un altro argomento tabù come l’aborto: è probabilmente per questo che l’artista ha scelto di collaborare con una voce femminile – quella di Dia – nella realizzazione del pezzo e, il risultato ottenuto, è quello sperato. Ad affiancare il rapper nel successivo L’Uomo che Viaggiò nel Tempo è invece il suo vecchio collettivo La Kattiveria, composto oltre che da Murubutu stesso dai già citati Il Tenente, U.G.O., DJ Caster e da Yanez Muraca. In questa storia si affaccia un’ulteriore tematica, purtroppo molto attuale: quella dell’inquinamento, visto come calamità che compromette irrimediabilmente il futuro dell’umanità. Anche in questo caso ad ogni artista spetta una strofa differente (tranne a DJ Caster, cui spetta la produzione). Atmosfere diverse vengono evocate con La Battaglia di Lepanto (1571), in cui le immagini della celebre battaglia storica fra le flotte ottomane e quelle cattoliche scorrono come tante diapositive, animate dalle parole di un narratore esterno ed imparziale. Tra l’altro, questo pezzo è collegato al successivo mediante la ripetizione dell’ultima frase: “Tu affondaci se ci riesci!”, che si udirà appunto in Mari Infiniti, pt. 1 (Remix). Quest’ultimo è un brano recuperato dal disco precedente, “La bellissima Giulietta e il suo povero padre grafomane” del 2013, e mixato aggiungendo alla base effetti solenni come un coro operistico. Anche qui la narrazione torna indietro nel tempo, parlando con la voce dei marinai al soldo della corona portoghese incaricati di esplorare nuove terre e depredare le navi che avessero incontrato, in un perfetto stile alla Emilio Salgari. La vicenda si completa in Mari Infiniti pt. 2, dove il protagonista viene tratto in salvo dal suo naufragio… o almeno così sembra. Con una Conclusione strumentale si completa questo lungo viaggio nei mari interiori di un artista poco convenzionale che è riuscito, con l’utilizzo di una sola tematica, a sondare molti aspetti della vita dell’uomo. Che altro dire? “Chiamatemi Murubutu”.

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