Mumford & Sons: “Delta” (2018) – di Francesco Picca

Il processo di crescita e di rinnovamento dei Mumford & Sons trova la giusta dimensione in questo ultimo lavoro e certifica come, la collocazione della band nel genere indie-folk, sia ormai troppo angusta. Gli ingredienti base che avevamo saggiato nei primi tre album si ritrovano tutti, equamente distribuiti, ben orchestrati e solo parzialmente rivisitati. L’album, registrato a Londra e affidato alla produzione del guru Paul Epworth, si propone ben bilanciato ed equilibrato nella successione dei brani. Potrebbe non incontrare il favore di chi ha apprezzato il suono più elettrico e deciso dell’album precedente, “Wilder Mind” (2015), così come, per le orecchie più intransigenti e  per certe firme della stampa specializzata, potrebbe risultare un tantino autoreferenziale. Sorge anche il sospetto che sia stato abilmente confezionato attorno al tour mondiale di ben quaranta date. Tuttavia, benché alcune sequenze appaiano oltremodo diluite ed eccessivamente morbide, non si può negare una ulteriore crescita della qualità compositiva che troverà sicuramente una facile sponda nell’ascolto di molti e spingerà l’album verso i piani alti delle classifiche. Non fosse altro per l’evidente prestanza cinematografica e pubblicitaria ostentata da alcune tracce, perfette per essere sceneggiate e proposte in formato spot: su tutte Wild, Darkness visible e Slip Away. Gran parte dei brani di “Delta” regalano una spazialità evocativa dell’on the road a stelle e strisce, una ariosità che sa di deserto e di montagne rocciose. Ma non solo: è facile cogliere limpidi richiami alle tonalità fresche e verdeggianti di una mamma Europa che concede alla raffigurazione anche le scogliere e l’oceano. Queste immagini offrono lo sfondo ideale a testi che si propongono di affrontare i grandi temi della vita e che indugiano su tematiche tanto comuni quanto complicate da trattare; come ad esempio il senso di vuoto e di smarrimento conseguenti alla perdita, o quelle altrettanto ostiche degli stati depressivi e delle tossicodipendenze. Infatti, lo spessore della narrazione e il conseguente rischio dell’inciampo retorico, mettono a nudo una certa inadeguatezza delle parole, spesso non utilizzate al meglio e che non aderiscono come dovrebbero al corpo nodoso degli argomenti sviluppati. Non avrebbe guastato un po’ di coraggio in più, un po’ di incisività, di immediatezza, un linguaggio più audace e meno preoccupato del comune sentire e della pax commerciale. Le strofe, alla fine, sembrano adattarsi più alla linea melodica che all’intento narrativo. Manca forse un passo deciso verso la consacrazione di un gruppo che festeggia più che dignitosamente i dodici anni di carriera. Probabilmente i tempi non sono maturi e le potenzialità non ancora del tutto espresse. Il tour mondiale di “Delta” è partito il 16 novembre da Dublino e il 29 aprile toccherà Milano. Se ritenete di essere composti di acqua e di buona musica, confidate in qualche replica al Mediolanum Forum: la data prevista è già sold-out.

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