Muddy Waters: “The Montreux Years” (2021) – di Maurizio Celloni

Immaginate una sera di giugno del 1972 a Montreux (Svizzera), salire sul palco del celebrato festival Jazz una band stratosferica ad accompagnare un glorioso bluesman del Delta del Mississippi, cresciuto sguazzando in quelle terre fangose, zuppe di pioggia ed umidità. Il giovane McKinley Morganfield (1913 1983) ne ha fatta di strada dal lontano 1942, da quando davanti alla sua misera casupola arrivò il ricercatore di musica popolare Alan Lomax con una primordiale attrezzatura da registrazione, chiedendogli di suonare come faceva alle feste campagnole il sabato sera organizzate nei Juke Joint, fumosi e altamente alcolici. La nonna (era orfano) lo chiamava Muddy Waters (acque fangose) e questo soprannome gli rimase incollato tutta la vita. L’occasione di celebrare il grande Bluesman è data dalla pubblicazione di un’altra perla emersa dagli archivi della Fondazione Claude Nobs, che raccoglie le tracce dei concerti tenutisi al Montreux Jazz Festival e sapientemente rimasterizzati dalla BMG: il doppio vinile “Muddy Waters – The Montreux Years” (2021). Premetto che nel raccontarvi la musica contenuta nell’album ho seguito l’ordine cronologico dei concerti e non quello dei curatori BMG. Le luci dei riflettori fanno risplendere gli strumenti imbracciati dai musicisti che attaccano Rollin’ And Tumblin’ (McKinley Morganfield), trasportando gli spettatori nella catarsi che dal Delta porta alla Chicago degli anni 50, trasformando il Blues primordiale nel fenomeno mondiale degli anni 60 e 70. La voce stentorea di Waters domina la scena, aiutata dal suo fisico imponente e dal carisma magnetico che trova la massima espressività negli occhi scuri, fiammeggianti e scrutatori.
La ricca scaletta di quella serata del 1972 continua con Long Distance Call (McKinley Morganfield), un classico Blues lento ma vivacizzato dall’interpretazione di Muddy Waters, dalla sua chitarra e dall’armonica di George Mojo Buford che lega ogni stanza del testo con sapienti melodie. Un assolo di slide fa piangere una cascata di note blue in abbondanza, rendendo ancora più partecipato lo stato d’animo dell’autore. Che gran pezzo, trasuda tutta la tensione nell’attesa della chiamata telefonica dell’amata lontana. Il concerto del 17 giugno 1972, tenutosi al Montreux Pavillion, prosegue con County Jail (McKinley Morganfield), altro magnifico esempio di Blues lento e intenso, arricchito dai tocchi alla slide di Muddy Waters e dalla sua voce potente ed espressiva che, assieme a quella di B. B. King, per rimanere in ambito maschile, è da annoverare tra le massime espressioni vocali del Blues moderno. Rosalie (McKinley Morganfield) è un altro struggente Blues che narra una storia d’amore galeotta e finita male. La tensione emotiva del testo è colta appieno dal tono di supplica della voce di Waters e dalla slide piangente. Armonica e basso suonano dolenti in un’atmosfera quasi disperata. Pezzo altamente drammatico ma dalla poetica sublime. L’ultimo brano tratto dal concerto del 1972 è Rock Me Baby (Melvin Jackson), un Blues dall’incedere altalenante tra l’armonica frizzante, quasi impertinente, e la voce di Waters in grande evidenza. La sezione ritmica, morbida ma precisa, mantiene con costanza il medio tempo del brano. I Maestri della “musica del diavolo” sanno come trattare le note per rendere quasi epico il Pathos dei testi.
Dopo due anni dalla sua prima apparizione, nel 1974, il vecchio Muddy ritorna a calcare il palco del Congrés Montreux con una sontuosa versione di Mannish Boy (Melvin R London, Ellas McDaniel, Bo Diddley). La potenza del suono, fortemente cadenzato, asseconda la stentorea voce di Waters. Il brano sembra quasi recitato con improvvise impennate vocali che danno risalto al rito antico dell’amore carnale, dionisiaco e profondo, immutato nel trascorrere del tempo umano. Una versione da brividi, a mio parere, seconda solo a quella contenuta in “Hard Again” del 1977, lavoro prodotto da Johnny Winter. Il secondo brano tratto dal concerto del 1974 è una gustosissima e scanzonata versione di I’m Ready (Willie Dixon). Emerge in questo pezzo l’armonica di Junior Wells, il pianoforte del fidato Pinetop Perkins e la chitarra di un certo Buddy Guy, ancora oggi formidabile icona vivente del Blues di Chicago. Il concerto del 1974 continua con Same Thing (Willie Dixon), dall’inizio quasi sussurrato e notturno, una disincantata litania che è resa ancora più cupa dalla voce quasi strascicata di Muddy Waters. Non si scherza con il Blues, si deve sentire dentro e Waters è nato e cresciuto tra le sue braccia consolatorie. Eppure si tratta sempre e comunque della “stessa cosa”: quella che fa impazzire gli uomini e scatena le guerre. Electric Man (Amelia Cooper, Terry Abrahamson) conclude la serie dei pezzi scelti dal concerto del 1974. Il pianoforte si mette in evidenza nel brano con cascate di note ritmate che danno una particolare freschezza e consentono alla chitarra di Buddy Guy di giocare, per contrasto, sui toni bassi.
Tutto questo avviene con una naturalezza che solo i grandi Maestri sanno trasmettere, senza effetti e marchingegni elettronici, solo anima, fatica e riscatto dalla miseria in cui venivano tenute le masse di africani tradotte in schiavitù nelle terre dei bianchi. Il concerto al Casino Montreux del 23 luglio 1977 è l’ultima delle tre sessioni dalle quali sono estratti i brani contenuti nel doppio vinile. Nobody Knows Chicago Like I Do (Otis Spann) è il primo di questi ultimi, ed è anche il primo del vinile, giusto per mettere in chiaro che stiamo ascoltando “Pure Chicago Bluesanche se si è, a pieno titolo, nel cartellone di un prestigioso festival Jazz. Muddy Waters esprime un Blues essenziale, del tutto diverso dalle ricche orchestrazioni di B.B. King, che faceva l’occhiolino alle grandi orchestre swing degli anni 50. Questo dà la misura della stima goduta dal vecchio Waters in Europa. Ma veniamo a due dei più celebrati brani blues: Got My Mojo Working (Preston Foster) e I’m Your Hoochie Coochie Man (Willie Dixon). Suonati da schiere di bluesman, l’interpretazione di Muddy Waters e della sua Band è di una potenza sconfinata. La prima, parte subito a mille, pochi fronzoli, armonica e pianoforte a dettare i tempi assecondati da una potente sezione ritmica. Non c’è respiro, la voce di Muddy è trascinante e la voglia di muoversi prende il sopravvento. Il secondo pezzo è quanto di più classico nella “musica del diavolo” si possa ascoltare: Waters dà i tempi con autorevolezza fino all’esplosione dei suoni che amplificano le verità appena declinate dal canto. Che forza liberatoria ha il Blues!
La sessione del 1977 continua con Still A Fool e Trouble No More (entrambe composte da McKinley Morganfield). La prima è una composizione dall’incedere lento nella quale brilla la voce carismatica del Leader che narra la storia del suo tradimento amoroso. Tutto sembra rallentato, con l’armonica piangente e mesta in sottofondo, ma alla fine del pezzo scoppia un Boogie liberatorio e autoassolutorio: “sto bene ora, sto bene ora…” urla Waters. Nella seguente, lo stereo ci fa ascoltare un frizzante Boogie giocato nell’armonico sovrapporsi di voce, chitarra e armonica, con assolo di Jerry Portnoy, breve ma intenso. Howlin’ Wolf (Mc Kinley Morganfield), è uno spettacolare Blues lento, una serenata alla donna desiderata, ed io voglio anche pensare ad un omaggio al grande Chester Burnett alias Howlin’ Wolf. La chitarra è tagliente nel duello con l’armonica, ulula cascate di note che portano a risaltare la voce profonda di Muddy. Conclude il concerto del 1977 Can’t Get No Grindin’ (What’s The Matter With The Meal) (McKinley Morganfield), un bel Boogie suonato dal pianoforte di Perkins al modo dei pianisti da saloon e dalla chitarra di Bob Margolin in stile Jazz/Swing per omaggiare la musica oggetto del festival. Grande merito va riconosciuto alla Claude Nobs Foundation che ha saputo preservare la memoria dei grandi musicisti che si sono esibiti al Festival Jazz di Montreux, rendendo così un servizio ai cultori della buona musica. E la storia non finisce qui: chissà quali altre sorprese ci riserveranno gli archivi della Fondazione!

17 giugno 1972Montreux Pavillion.
Muddy Waters: chitarra e voce; Freddy Below: batteria;
David Myers: basso; Louis Myers: chitarra; Lafayette Leake: pianoforte;
GeorgeMojoBudford: armonica.
28 giugno 1974Congrés Montreux.
Muddy Waters: chitarra, voce; Buddy Guy: chitarra; Junior Wells: armonica;
Terry Taylor: chitarra; Bill Wyman: basso; Dallas Taylor: batteria;
Pinetop Perkins: pianoforte;.
23 luglio 1977Casino Montreux.
Muddy Waters: chitarra, voce; Pinetop Perkins: pianoforte;
Calvin Jones: basso, voce; Willie Big Eyes Smith: batteria;
Bob Margolin: chitarra; Jerry Portnoy: armonica;
LutherGuitar JuniorJohnson: chitarra, voce; Bill Wyman: basso.

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Un pensiero su “Muddy Waters: “The Montreux Years” (2021) – di Maurizio Celloni

  • Novembre 14, 2021 in 2:37 pm
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    Maurizio sempre eccezionale nel metterci il cuore in questi che diventano racconti emozionanti e vanno oltre la narrazione della storia di un disco.
    Un ringraziamento poi è necessario perché si aggiunge sempre un pezzettino di cultura musicale a chi come me certe cose le frequenta non con molta costanza

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