Muddy Waters: “Hard Again” (1977) – di Claudio Trezzani

Se si vuole dare un solo nome al padre della svolta elettrica del Blues americano, ecco quel nome è Muddy Waters; è’ stato lui più di altri a trasformare i “lamenti” acustici provenienti dalle piantagioni del Sud degli Stati Uniti in “scariche elettriche” che meglio si adattavano alla città di Chicago, vera e propria “patria adottiva” del blues moderno. Con l’aiuto determinante della casa discografica Chess, dal 1960 in poi, Muddy andò alla conquista del mondo, ma alla fine degli anni 70 il rapporto con la label era ormai logoro. Senza più ispirazione, dopo qualche album mediocre, Waters decise che era ora di dare una svolta alla propria carriera. Colse al volo l’occasione di collaborare con la Blues Sky, l’etichetta per cui suonava il suo grande amico e grandissimo chitarrista Johnny Winter e da questo incontro nacque “Hard Again”. Oggi, allo scoccare del quarantesimo anniversario dalla pubblicazione del disco, riascoltare gli effetti di quella brillante collaborazione, permette di cogliere Muddy Waters in uno dei momenti di grazia della sua fantastica carriera, condiviso peraltro con una delle più grandi band blues mai assemblate. I nomi, per chi ama il blues e la musica americana, sono tutti conosciutissimi e di spessore eccelso: il citato Johnny Winter alla chitarra e slide (e in veste di produttore) un giovanissimo Bob Margolin all’altra chitarra, il fedelissimo Pinetop Perkins al piano, Charles Calmese al basso, Willie Smith alla batteria e soprattutto, il mitico James Cotton all’armonica. L’album, assecondando un’idea di Winter, viene registrato in uno studio “casalingo”, senza isolamento, con i musicisti tutti nella stessa stanza, in modo da trasmettere un suono in presa diretta assimilabile quasi a un live. Un’idea geniale che conferisce all’intero lavoro un sapore antico, di vero blues d’annata. Il disco inizia subito alla grande con Mannish Boy, forse la canzone più rappresentativa di Waters e manifesto del blues elettrico di Chicago: un brano scritto in condominio con Ellas McDaniels e Mel London, e frutto del riadattamento di un canovaccio standard, rielaborato nel tempo in varie versioni da vari autori, com’era d’abitudine nel blues dell’epoca. Una vera e propria dichiarazione d’intenti, in cui Muddy Waters viene incitato dai compagni di viaggio mentre canta. Capolavoro. La voce di Muddy è, in ogni pezzo, potente, intensa, evocativa: a partire da Bus Driver, passando per la cover di I Want To Be Loved (presa dal repertorio di Willie Dixon) fino alla mitica I Can’t Be Satisfied che ispirò poi due ragazzini londinesi di nome Keith e Mick a comporre la canzone simbolo dei Rolling Stones e quella che diventerà uno dei manifesti del rock anni 60: (I can’t get no) Satisfaction. Muddy, però non è il solo protagonista del disco: gli assolto di chitarra di Winter e Margolin sono fantastici, le partiture di slide fanno girare la testa, il piano magico di Perkins e la solida struttura della batteria fanno da preciso contrappunto alle chitarre, ed è stupefacente l’armonica di James Cotton, che spesso riveste un ruolo principale durante l’esecuzione dei brani. Cotton lancia lamenti devastanti nei suoi assoli, oppure stende tappeti di note che danno ai pezzi una potenza e un’intensità inarrivabile. Un vero fuoriclasse dello strumento. Si potrebbero citare tutti i pezzi in scaletta (un filotto privo di fillers) ma finiremmo per essere ridondanti. Meglio lasciare all’ascoltatore il piacere della scoperta (o della riscoperta) di uno dei dischi cardine del blues elettrico degli anni 70. Il consiglio è quello di celebrare a dovere quest’opera d’arte, ascoltandola a volume alto, tutta d’un fiato, sognando magari di essere in un fumoso club di Chicago e di avere di fronte due ragazzoni neri e un chitarrista albino che ci regalano emozioni senza tempo. Buon ascolto.

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