Muddy Waters: “Fathers and Sons” (1969) – di Maurizio Celloni

Correva l’anno 1969 e Muddy Waters, Maestro del blues di Chicago, incideva un doppio vinile, dal titolo “Fathers And Sons”. Padri e Figli perché il buon vecchio Muddy pensò di circondarsi, assieme al fidato Otis Spann al pianoforte, da una corte di giovani musicisti bianchi emergenti: Paul Butterfield all’armonica, Michael Bloomfield alla chitarra, Donald ‘Duck’ Dunn al basso e Sam Lay alla batteria. Nel corso delle registrazioni si alternano anche altri collaboratori di Waters: Jeff Carp all’armonica e Phil Upchirch al basso in All Aboard; Paul Asbell alla chitarra ritmica in Walking Thru The Park, Forty Days And Forty Nights e in Sugar Sweet. Non è stata questa la prima volta che musicisti neri e bianchi hanno suonato ed inciso assieme ma, questo disco si trasforma in una sorta di viatico dato dal Maestro nero alla nuova generazione bianca; generazione che saprà fondere blues e rock in una sapiente miscela musicale, sfociando nei grandi successi del seguente decennio 1970/80 e, che questi giovani allievi avessero appreso fino in fondo la lezione, lo si percepisce fin dall’introduzione, in cui l’armonica riproduce iconicamente il forte fischio del treno.
All Aboard, Tutti a bordo, ci invita a salire su quel treno merci (non si potevano permettere il costo del biglietto) che  portava i neri, lavoratori e musicisti, dal Delta del Mississipi verso le città del nord industriale a cercare fortuna e riscatto dalle condizioni inumane nelle quali versavano nelle piantagioni del sud. Su quel treno salgono idealmente anche i giovani musicisti bianchi, già immersi nelle nuove pulsioni della generazione hippie e dei movimenti pacifisti. Il disco contiene alcuni tra i più classici brani di Muddy Waters, al secolo McKinley Morganfield: dal già citato All Aboard a Mean Disposition, Blow Wind Blow, You Can’t Lose What You Ain’t Never Had, Walking Thru The Park e Standin’ Round Cryin. La seconda parte, registrata dal vivo il giorno seguente il termine delle sessioni in studio, contiene altre composizioni di Waters: Long Distance Call e le celeberrime Baby, Please Don’t Go, Honey Bee e Got My Mojo Working part one e part two, originariamente scritta da Preston Foster, in cui Sam Lay e Buddy Miles si alternano alla batteria. Nel disco sono interpretati anche pezzi di Bernard Roth, Forty Days And Forty Nights; Willie Dixon, I’m Ready e The Same Thing; Eddy Boyd, Twenty Four Hours; Melvin London, Sugar Sweet.
Nella versione CD, ottimamente rimasterizzata dalla M.C.A. Chess nel 2001, sono in scaletta altre quattro tracce non inserite nel vinile originale del 1969, forse per mancanza di spazio. Si tratta di Country Boy di Waters; I Love The Life I Live (I Live The Life I Love) e Oh Yeah di Willie Dixon; I Feel So Good di Bill Broonzy. Insieme al successivo “Hard Again” (1977), “Fathers an Sons” rappresenta il meglio della produzione di Muddy Waters e della scuola di Chicago. Sintetizza in modo magistrale la potenza evocativa del Blues con i nuovi suoni derivanti dall’elettrificazione degli strumenti, caratterizzando le note sulle alte frequenze, piuttosto che sugli accordi delle origini. Quanto la figura di Muddy Waters abbia inciso sulla trasformazione del linguaggio musicale è testimoniato dai suoi lavori precedenti e, prima di altri, dalla pubblicazione del concerto al Newport Festival del 1960, accompagnato per l’occasione da una formazione elettrica che includeva James Cotton e Otis Spann.
“Fathers an Sons” ha il pregio di tracciare la linea stilistica che ispirerà il British Blues e i grandi gruppi rock, quali Yardbirds e Led Zeppelin. L’ascolto di questo disco ci fa vivere uno straordinario viaggio, dalle origini del blues fino ai giorni nostri. Questa perla ha influenzato non solo la produzione musicale di fine 900, ma, per la gioia anche degli ascoltatori più esigenti, i molti figli (sons) cresciuti nel solco di quella tradizione. Dei tanti, ne cito due che mi stanno particolarmente a cuore: il texano Mike Zito, con il suo “Make Blues Not War” del 2016 e l’italianissimo Francesco Piu che, con l’album ”Crossing” del 2019, ha rivisto in modo sorprendente i blues di Robert Johnson. In fondo, l’esigenza di elaborare e trascendere dalle ingiustizie e frustrazioni, rimane ancora attuale, seppur queste miserie si presentino in forme più sofisticate e subdole nel nostro primo mondo, ma ancora becere e violente nei diversi sud del pianeta. Quindi, lunga vita al blues, musica originaria di riscatto ed emancipazione, e buon ascolto a tutti.

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