Mountain: “Flowers Of Evil” (Columbia 1971) – di Maurizio Pupi Bracali

È un’opera a due facce “Flowers Of Evil” (Columbia 1971), terzo album e probabilmente il migliore degli hard-rockers americani Mountain pubblicato nel 1971 dalla Columbia Records. Due facce che, ragionando in termini vinilici, corrispondono esattamente alle due diverse facciate del disco. Guidato dalla “montagna” (per la stazza corporea) Leslie West, grandissimo chitarrista, tra i più riconoscibili come tocco e suono, quasi mai ricordato tra i maestri di questo strumento e cantante dalla voce sgraziata e sopra le righe, il gruppo newyorkese nasce per volere del bassista e cantante Felix Pappalardi, già produttore e “inventore” dei Cream di Eric Clapton e soci, cercando di ripetere la formula vincente del famoso trio inglese in terra americana.
Con la presenza anche del batterista Corky Laing e del tastierista Steve Knight quei deliziosi e profumatissimi fiori del male arrivano dopo l’omonimo “Mountain” (1969), in realtà attribuito al solo Leslie West, nonostante la presenza di Pappalardi che ne fa un disco dei Mountain a tutti gli effetti, e due altri buoni album quali “Climbing!” (titolo programmatico) del 1970 e “Nantucket Sleighride” del 1971, che già proponevano l’ottima miscela di hard rock, blues e psichedelia che troveremo ancora più accentuata in questo terzo album, specialmente nella sua prima e composita facciata, come evidenziato nel bellissimo blues pesante di Crossroader, nella psichedelica e vagamente progressive Pride And Passion, che vive anche di reminiscenze Cream, e nell’armonia di un brano romantico e classicheggiante come il breve strumentale King’s Chorale, dominato dal pianoforte di Steve Knight.
Ancora la title-track è un piacevolissimo hard rock orecchiabile e non troppo pesante con grande chitarra in evidenza mentre One Last Cold Kiss propone ancora la formula claptoniana nella quale la chitarra del magistrale West sottolinea il cantato, per poi aprirsi a un riff che ritroveremo come tema conduttore nella seconda facciata del disco. E se quel primo lato pur nella sua indiscussa piacevolezza risulta un po’ troppo leccato e patinato per una band di grezzo hard rock, è nella seconda faccia che i Mountain mostrano il loro vero volto, perché, come si dice nei telegiornali, si cambia decisamente argomento. Intanto è una facciata live, dimensione nella quale i Mountain esprimono la loro vera essenza di gruppo brutto, sporco e cattivo, come dimostra la loro discografia che vede a fronte di soli otto album in studio, una trentina di live ufficiali (segnaliamo lo strepitoso Twin Peaksdel 1974, mai ricordato tra i migliori album live del rock pur essendolo senza ombra di dubbio), senza contare gli infiniti bootlegs sfornati nel corso del tempo. E questa facciata live, cosa piuttosto inusuale nel pianeta hard rock, propone una suite di quasi mezz’ora, denominata Dream Sequence, spalmata sui sei diversi movimenti che la compongono che si aprono con un micidiale Guitar Solo di Leslie West di una rozzezza entusiasmante e con un suono di chitarra distorto e sudicio da far paura che dopo vari minuti e una lunga nota ruvidissima e sospesa in feedback si apre a una deragliante e deflagrante versione di Roll Over Beethoven (Chuck Berry) da far tremare i polsi.
A seguire Dreams Of Milk And Honey è una sporchissima sequenza di riff (tra cui quello citato in One Last Cold Kiss sulla prima facciata) e di assoli di chitarra di rara potenza dove la partita si gioca tutta tra il basso parlante” di Pappalardi mostruosamente amplificato e la chitarra di West in uno scambio di domande e risposte (Variations), di rimandi e contrasti, di unisoni e stacchi, di rara potenza sonora e feeling infuocato da dare un senso compiuto al termine hard rock. Incalzati dal drumming torrenziale di Corky Laing, mentre le tastiere di Knight scompaiono nel nulla, i due non si risparmiano creando un miscela esplosiva e pirotecnica tale da far impallidire mostri ben più sacri del rock pesante. Pesantezza ancora più evidenziata nella conclusiva e spettacolare Mississippi Queen (colonna portante del primo album “Climbing!”) blues cadenzato e duro, reso in una micidiale versione brutta, sporca e cattiva dove riappare il pianoforte di Steve Knight. Album quasi capolavoro del quale si consiglia l’ascolto in cuffia e a un notevole volume.

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