Mount Eerie: “A Crow Looked at Me” (2017) – di Massimiliano Speri

Quello dei “loss album” è un filone che periodicamente riaffiora negli annali del rock. Il capostipite fu con ogni probabilità Neil Young, che dedicò esplicitamente il mitico “Tonight’s The Night” del 1975 “a Danny Whitten e Bruce Berry, che vissero e morirono per il Rock’n’Roll”. La scivolosa mossa di costruire un album sul ricordo di una persona scomparsa (vuoi per tramandarne la memoria, vuoi per esorcizzarne la perdita) negli anni ha finito col trasformarsi in un’impostazione concettuale a se stante, che ha dato alle stampe lavori indimenticabili (da “Magic And Loss” di Lou Reed a “Electro-Shock Blues” degli Eels) e, complice l’esasperato ripiegamento sul privato che è ormai una costante nel cantautorato contemporaneo, sopravvive fino ai nostri giorni, irrorando di sé alcuni tra i dischi più intensi degli ultimi anni: cito solo “Benji” di Sun Kill Moon, “Carrie And Lowell” di Sufjan Stevens e “Skeleton Tree” di Nick Cave. Questo “A Crow Looked At Me dell’uomo-un-tempo-chiamato-Microphones è ascrivibile a pieno titolo alla categoria. La storia è nota: il 9 luglio 2016 un tumore al pancreas annienta la moglie di Phil Elverum, l’illustratrice-musicista canadese Geneviève Castrée, che giusto quattro mesi prima gli aveva dato una figlia. Il caso desta profonda commozione nel mondo indie, anche per via dell’asta di beneficenza indetta per pagare le spese mediche, con la partecipazione di amici illustri come Neutral Milk Hotel, Fugazi e Bikini Kill. Distrutto dal dolore e stremato (anche economicamente, trovandoci negli Stati Uniti) dal penoso quanto vano iter di cure, Elverum a 38 anni si ritrova vedovo e con una neonata da crescere: in una situazione simile, la musica si trasforma per lui in una terapia più che in un conforto. L’album, scritto e registrato in pochi mesi (“in the same room where Geneviève died, using mostly her instruments, her guitar, her bass, her pick, her amp, her old family accordion, writing the words on her paper, looking out the same window” specificano le lugubri note di copertina) e rilasciato dall’etichetta personale del cantautore, si presenta come uno scrigno di scarne elegie semi-acustiche, con un accompagnamento ridotto all’osso a sorreggere la sbilenca voce del Nostro, a tratti sul punto di spezzarsi nel pianto, altre volte così distaccata da inquietare. Questa francescana sostanza musicale, lontana anni luce dall’approccio sperimentale e quasi epico di album quali “The Glow, Pt.2” o “Mount Eerie”, è il condimento ideale per la penetrante autoanalisi di Elverum, che si mette a nudo senza filtro alcuno, alternando sentimenti di tenerezza, rabbia, dubbio e speranza in versi affilati come lame, rendendoci partecipi di una cosa al contempo troppo piccola e troppo grande, troppo intima e troppo universale. A dispetto della nebbia mortifera che pare avvolgerle, sono canzoni di grande intensità, intrise di un forte attaccamento alla vita anche quando lambiscono la disperazione più inconsolabile, ambientate con lirismo in un insolito scenario provinciale (Elverum è nato, cresciuto e vive ancora ad Anacortes, minuscola cittadina portuale a nord dello stato di Washington). Quasi a volersi scusare (innanzitutto con se stesso) per la violenza di una simile operazione, l’autore allega all’album un breve comunicato esplicativo, di cui vale la pena citare almeno uno stralcio: “Why share this much? Why open up like this? Why tell you, stranger, about these personal moments, the devastation and the hanging love? […] I make these songs and put them out into the world just to multiply my voice saying that I love her. I want it known.” Beh, cos’altro aggiungere… Il lapidario incipit di Real Death stabilisce immediatamente le coordinate dell’intero lavoro: “Death is real / Someone’s there and then they’re not / And it’s not for singing about/It’s not for making into art / When real death enters the house / All poetry is dumb.” Tema centrale del brano è l’impotenza di fronte al dolore e la difficoltà nel razionalizzare l’assenza, a cui si aggiunge il rimpianto per l’impossibilità di una vita futura condivisa, non senza toni beffardi (ad esempio quando viene raccontato del pacco ordinato di nascosto da Geneviève e arrivato a casa una settimana dopo la sua morte, contenente uno zainetto per quando la figlia andrà a scuola). La scelta di una melodia quasi spensierata finisce col rendere questa meditazione ancora più straziante. Nella successiva, cupa Seaweed si racconta il pellegrinaggio dell’autore sull’isola di Haida Gwaii (in cui i due speravano di trasferirsi se Geneviève fosse sopravvissuta), scelto da Elverum come altare simbolico da cui disperdere le ceneri con un rituale a dir poco commovente: “I brought a chair from home / I’m leaving it on the hill / Facing west and north / And I poured out your ashes on it / I guess so you can watch the sunset / But the truth is I don’t think of that dust as you / You are the sunset”. L’Artista conta i giorni trascorsi dalla scomparsa mentre guarda crescere la figlioletta, e sembra trovare sollievo solo nell’immaginare la presenza soprannaturale della moglie nella natura che lo circonda, chiedendosi “What could anything mean in this crushing absurdity?” La lunga Ravens, rilasciata come singolo con tanto di videoclip strappalacrime, merita di essere annoverata tra le canzoni più struggenti mai scritte. Se nel video assistiamo ad un montaggio tra vecchi filmini familiari (felici) e riprese recenti della casa vuota attorniata da una natura spoglia (tristi), nel testo Elverum opera un collage simile con uno stile spietato, quasi da cronaca: nella prima strofa affianca un torvo presagio di morte (due corvi svolazzanti su Haida Gwaii prima che la situazione precipitasse) con i fantasmi che ossessionano un presente insostenibile, da cui sente di dover fuggire; nella seconda racconta il ritorno sull’isola insieme alla figlioletta, tra il tormento per gli inevitabili ricordi e il vaneggiamento di una resurrezione dell’amata. Nel finale, tuttavia, l’immagine quasi zen della natura che si rigenera (“Nothing dies here”) sembra aprire qualche spiraglio di luce. In Forest Fire emerge la fatica nel trascinare una quotidianità sempre più opprimente, in cui il passare del tempo perde consistenza e tutto evoca crudelmente l’assenza dell’amata, anche quella stessa natura che altrove sembrava ispirare conforto. La riflessione assume toni rabbiosi, quasi blasfemi (“They say a natural cleansing devastation / Burning the understory, erasing trails. There is no end / But when I’m kneeling in the heat throwing out your underwear / The devastation is not natural or good. You do belong here / I reject nature. I disagree.”) e la sensazione predominante è che “the world is actually constantly ending”. Nella disperata ricerca di sollievo, Elverum arriva ad augurarsi che il fantasma di Geneviève possa abbandonare la casa attraverso una finestra lasciata aperta, “so the room will hopefully stop whispering”. Le ossessioni si fanno ancora più pesanti nella splendida Swims (“I can’t get the image out of my head / Of when I held you right there and watched you die”, “The room I still don’t go in at night because I see you”). Dopo aver ricordato la curiosa coincidenza della morte del counselor di famiglia appena due settimane dopo quella di Geneviève (“All at once, Her empty office with no light on / As if her work was done”), Elverum assesta una massima laica da KO (“We are all always so close to not existing at all except in the confusion of our survived bys / grasping at the echoes”) per poi chiudere con l’ennesima, dolcissima metafora infantile (“Today our daughter asked me if maman swims / I told her ‘yes she does, and that’s probably all she does now.’ What was you is now borne across waves, evaporating.”) Quando riesce a distrarsi dalla mastodontica presenza-assenza di Geneviève, Phil trova comunque modo di tormentarsi: in My Chasm arriva addirittura a colpevolizzarsi per la monotonia dei suoi recenti argomenti di discussione (“I am a container of stories about you / And I bring you up repeatedly, uninvited to / Do the people around me want to keep hearing about my dead wife?”) e a mettere sotto accusa la propria incapacità di reagire (“The loss in my life is a chasm I take into town / And I don’t want to close it / Look at me. Death is real.”). Con la filastrocca di When I Take Out The Garbage At Night si torna a scarabocchiare una quotidianità contesa in una sgradevole dicotomia: se ogni occasione per uscire di casa si trasforma in una comunione panteista con l’Universo, una volta tornato dentro a dominare sono di nuovo ricordi e riflessioni sconsolate, con le ormai abituali tentazioni esoteriche a fare capolino qua e là (“I won’t close the window / Just in case something still needs to leave”). L’ultimo verso, però, sembra dare una sterzata più positiva (“When I take out the garbage at night and then have to go back in / And live on”)Emptiness pt. II è un agglomerato di stanco filosofare, con la solita contrapposizione natura viva-casa morta e un verso da brividi come “Her silence is a scream/Saying nothing”. Questo giovane uomo svezzato dalla vita prima del tempo, ha imparato una severa lezione (“Conceptual emptiness was cool to talk about / Back before I knew my way around these hospitals”) Riflessioni di nuovo profondissime dettano legge in Toothbrush/Trash, in cui l’autore realizza come le fotografie della moglie si siano ormai sostituite al ricordo che aveva di lei da viva, mentre l’eco di tutti i rumori che popolavano la casa fino a qualche mese prima svaniscono nella memoria. Quando una porta chiusa dal vento lo fa sobbalzare nell’ennesimo momento di abbandono superstizioso, Elverum capisce che è giunta l’ora di riprendere in mano la sua vita con il più classico dei riti di purificazione: disfarsi di tutti gli effetti personali della defunta. Se la mosca che svolazza nella stanza fosse l’ennesima supposta reincarnazione, stavolta la cosa migliore è farla uscire dalla finestra. Gli inquieti sei minuti di Soria Moria sono forse l’apice del disco. Il tema è quello classico delle distanze incolmabili (“The distance was the point”), motore di irrequietezza nell’adolescenza e di vitalità nell’età adulta. Nella prima strofa, dopo aver meravigliosamente inquadrato la questione (“All my life I can remember a longing / Looking across the water and seeing lights”), viene raccontato il viaggio di formazione che un Phil ventiquatrenne fece in Norvegia segnando la sua definitiva maturazione (“I stayed through the winter and emerged as an adult”), seguito a stretto giro dall’incontro/amore a prima vista con Geneviève, due eventi indissolubilmente legati nella simbolica trasformazione dell’autore in un uomo. Nella seconda invece Elverum rievoca come quelle stesse “slow pulsing / red tower lights / across a distance / refuge in the dust” furono la sua scialuppa di salvataggio durante la tremenda routine ospedaliera, ricordandogli con il loro baluginio l’unico monito da tenere sempre a mente (“Just keep going / There is a place where wind could erase this for you”). Forse a volte bisogna semplicemente accettare di rimanere in sospeso, se una luce lontana ci prospetta una rinascita. Il dipinto citato nel titolo, raffigurante un ragazzo che guarda in direzione di un castello illuminato attraverso un banco di nebbia (conservato in un museo norvegese visitato da Elverum durante il suo viaggio), diventa così l’icona sacra che connette la difficoltà del presente con l’esperienza del passato, proiettandolo nella speranza del futuro (“I have not stopped looking across the water / From the few difficult spots where you can see / That the distance from this haunted house where I live to Soria Moria is a real traversable space / I’m an arrow now/mid air”). L’autore ha finalmente assolto il suo calvario, uscendone più forte e più saggio. Questo incredibile brano è un raro esempio di sensibilità prestata alla musica rock, una piccola gemma di toccante lirismo. E già dal primo verso, con il sano imporsi della seconda persona a spezzare il teso rivolgersi a se stesso finora predominante, Crow non può che confermare la palingenesi. L’interlocutore è la figlioletta, che porta fame di vita e di futuro nella scrittura. A chiudere impeccabilmente il cerchio aperto dai primi brani torna l’immagine del corvo, non più ombra di morte ma anzi presenza positiva e necessaria. Sia la natura che l’aleggiare ectoplasmatico di Geneviève (di cui, per la prima volta, viene pronunciato il nome: altro segno di guarigione emotiva), sono tornati ad essere rassicuranti. La conclusione, sospesa tra sogno e realtà, è un altro grande momento di delicatissima poesia cantautorale. A fine ascolto è difficile non sentirsi storditi da una mescolanza di sensazioni differenti, le stesse che si potrebbero provare dopo un’esperienza davvero “forte”, traumatica o esaltante che sia; e, come dopo ogni esperienza sconvolgente, si ha la sensazione di rimanere lì con la testa anche quando le ultime braci si sono consumate. Il merito è di una scrittura straordinariamente ispirata innanzitutto a livello musicale, tanto da permettere l’immedesimazione anche trascurando i retroscena o non volendo soffermarsi sui versi: un lusso che possono permettersi solo i dischi destinati a rimanere. “‘Death Is Real’ could be the name of this album. These cold mechanics of sickness and loss are real and inescapable, and can bring an alienating, detached sharpness. But it is not the thing I want to remember. A crow did look at me. There is an echo of Geneviève that still rings, a reminder of the love and infinity beneath all of this obliteration. That’s why.” Forse un giorno ricorderemo questo piccolo grande album a fianco dei classici citati a inizio recensione, consegnando così all’eternità la storia d’amore tra Phil & Geneviève, stroncata dall’indifferente insensatezza della Natura, resuscitata dalla potenza vivificante dell’Arte.

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