“La pizzica” morde sempre la Donna – di Ginevra Ianni

Le donne ballano la pizzica. Con i capelli sciolti, d’estate. Le donne ballano la pizzica scalze, selvagge, al ritmo ossessivo dei tamburi che ne scandiscono il battere forte del piede a terra. L’estate del Salento vibra tutta al ritmo di quella danza mentre la Taranta scatena la follia collettivaUn fenomeno catartico, liberatorio ed ora gioioso, ma che racconta una lunga tradizione popolare non sempre correlata a celebrare una festa. La Taranta è una danza antichissima, le prime tracce documentali della sua esistenza sono state riportate dai diari dei  viaggiatori che  attraversavano il Salento già nel XVIII secolo, sebbene si ritenga che essa abbia origini più remote, vista anche la stretta parentela che la lega alla famiglia delle tarantelle e dei saltarelli che viaggiavano, grazie ai pastori itineranti, dall’Abruzzo alla Puglia con il fenomeno ben più antico della transumanza. Purtroppo, trattandosi di una tradizione popolare e dunque non scritta, nulla resta della reale origine del fenomeno se non una orale memoria collettiva. Solo dalla metà del novecento sono stati eseguiti seri studi in materia grazie a ricerche etno-antropologiche del fenomeno ed agli studi di Ernesto De Martino. Curiosamente ciò si è verificato in un momento storico in cui il fenomeno de la pizzica può già dirsi scomparso a causa dell’emigrazione verso nord della popolazione che ha svuotato i territori e perché, essendo  legata a tradizioni che sono di fame e di  miseria, non veniva più praticata dai medesimi, in ossequio alla benefica modernità, principale filosofia di vita ai tempi del Miracolo Economico Italiano. Un po’ come (con i dovuti distinguo) era accaduto all’antica lingua gaelica degli irlandesi sotto la dominazione inglese: chi parlava il gaelico era identificato come un povero, un contadino mentre l’inglese era la lingua dei signori, dei ricchi; Infatti, il risultato sorprendente degli studi e delle ricerche ci consegna la pizzica come ballo simbolico che non nasce come danza di gioia o celebrativa, bensì come momento catartico e corale di un malessere dell’individuo prima e del suo contesto sociale poi, inteso nel senso ristretto di famiglia, clan che partecipa alle convulsioni della tarantata con la propria presenza, come espressione di condivisione e sostegno della sua situazione.In tale contesto la danza diviene terapeutica, guaritrice e si fa accompagnare da tamburi e violini che con i loro accordi sembrano avere addirittura un potere esorcizzante sul malessere della donna. La danza prende il nome dal morso del ragno (pizzica o tarantola appunto) ma può essere spesso inferto da un animale non sempre ben identificato… sia esso un ragno, un serpente o uno scorpione comunque si attribuisce all’elemento scatenante quasi un’identità: un antico daimon greco a cavallo tra questo mondo e il sovrannaturale. La Puglia è sempre stata ed è una terra di grande bellezza… e il malessere dei poveri, di quelli che ballavano la pizzica, di quelli in fondo alla scala sociale, doveva essere stato soprattutto in passato fortissimo, tanto da generare un forte contrasto, una disarmonia tra questi due aspetti. Le dure condizioni di vita scatenano una crisi di presenza, un disagio profondo dell’individuo che dinanzi a difficoltà insormontabili si scopre incapace di agire e modificare la situazione in cui versa… ed  ecco lo sfogo, il pretesto, il morso di una tarantola che ingenera finalmente lo spunto per lo scatenarsi del proprio malessere e la condivisione di esso con la famiglia, con gli altri. Il morso, la frenesia diventa rito e si fa danza che aiuta a sopportare ciò che a livello consapevole non trova parole per esprimersi o sfogo per parlarne ma che si trasforma in comportamenti rituali che rassicurano e ripetendosi nel tempo diventano tradizione. Non è un caso che la vittima predestinata del morso sia proprio una donna; infatti in ogni situazione di difficoltà le donne rappresentano da sempre il soggetto più debole, quello che maggiormente risente del disagio (per se stessa e per gli altri) e non si fa fatica a immaginare che le condizioni delle contadine del Salento non siano state diverse o migliori di quelle delle altre in un contesto sociale simile di miseria e sopruso. Un passo di una celebre canzone che si chiama appunto Fimmene Fimmene, recita proprio così: fimmene fimmene ca sciati allu tabaccu, ne sciati doi e ne turnati quattru” (donne donne che andate al tabacco – inteso come coltura – andate in due e tornate in quattro)… come dire che la violenza sulle donne era ed è cosa tanto frequente da finire persino nei canti che raccontano la vita quotidiana delle contadine; è anche vero però che la donna è più sensibile a questo tipo di espressione, a fungere da tramite verso una situazione “altra”, diversa, liberatrice… trasformando la pizzica da malessere in terapia. Dunque, l’episodio che sta all’origine del fenomeno, il morso del ragno,  è aneddotico e ha un valore solo emblematico; è il pretesto per un quadro più ampio e, non è un caso che, con l’arrivo di un maggior benessere e di migliori condizioni di vita delle persone, la danza sia praticamente scomparsa intorno alla metà del secolo scorso. Gradatamente sono venute a mancare le condizioni che l’avevano generata e chi ne conservava la memoria la identificava come un ricordo di fame e miseria da non preservare. Il tardivo recupero di questo rito millenario è stato avviato recentemente, per riscattare tutte le antiche tradizioni, affidate ormai solo alla memoria e ai racconti degli anziani, colmando così, almeno in parte, il buco nella trama del tempo. Un vuoto che ha anche permesso di rinnovare l’antica pizzica, trasformandola in una danza di gioia che, all’ombra dei fantasmi di antichi riti, ha inventato nuovi passi, nuove movenze più acrobatiche rispetto al minimalismo elegante e senza sforzo apparente degli antichi contadini… così la pizzica resta ancor oggi una forma di libera espressione del corpo, di trascendenza femminile tra terra e cielo, al ritmo pulsante dei tamburi che scandiscono i battiti del cuore.

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