Moreland & Arbuckle: “Promised Land Or Bust” (2016) – di Porter Stout

Che siano in gran forma Moreland & Arbuckle lo si intuisce anche solo dallo scatto immortalato sulla copertina di “Promised Land Or Buts”, traboccante energia rosso fuoco che non faticherà a distinguersi sugli scaffali dopo tre anni di attesa dal loro ultimo lavoro “7 Cities”. Per l’occasione debuttano su Alligator Records, l’importante etichetta discografica di Chicago già di Robert Cray, Luther Allison, Buddy Guy e di altre decine tra i migliori bluesman contemporanei, una sorta di certificazione dello status raggiunto dopo una gavetta durata più di dieci anni (“Caney Valley Blues”, l’esordio del 2005).
Da allora la band s’è allargata: completano la line-up Kendall Newby (batterista e membro effettivo da alcuni anni) e, in qualità di ospiti, Mark Foley al basso e Scott Williams alle tastiere; lo stile tuttavia non è cambiato: Boogie ossessivo, ritmico, ora nervoso, ora lento e tormentato. Buone vibrazioni che grondano da ogni nota e che ci riportano alle migliori avventure del Blues bianco: da Johnny Winter al grande (e sfortunato) Stevie Ray Vaughan e, più recentemente, ai North Mississippi Allstars e ai Black Keys dei primi lavori. Produce il collaudato Matt Bayles, già dietro al mixer di “7 Cities” e di band quali Mastodon, Isis, Cursive, Minus The Bear e Screaming Females.
C’è tanta bella roba dentro “Promised Land Or Buts”: Delta Blues e Southern Rock, Garage Rock e ruvidezze Hard, i virtuosismi chitarristici di Aaron Moreland (slide come piovesse) e l’incredibile tecnica di Dustin Arbuckle all’armonica (e anche alla voce). Brani al fulmicotone come Mean And Devil e ballate emozionanti come Mount Comfort, le prelibatezze acustiche di Waco Avenue che potrebbero provenire dal repertorio dell’indimenticato Chris Whitley e il Blues più tradizionale del brano che apre l’album Take Me With You (When You Go). Ben cinque le cover, dalle classiche I’m A King Bee di Slim Harpo e Woman Down In Arkansas di Lee McBee (fenomenale armonicista del Missouri scomparso nel 2014), ad altre composte da amici di lunga data come Hanna di Michael S. Hosty, e un paio di Ryan Taylor (leader della band Roots Rock The Rounders): Long Did I Hide It  e Why’d She Have To Go (And Let Me Down)?  .
Mettiamo quindi da parte i pregiudizi che vorrebbero dischi come questo convogliati presso qualche logica marginale (cioè, è la solita roba) specie da coloro che, una volta sentita la “band of the week” alle prese con Leadbelly o Son House, rimangono folgorati sulle strade impolverate del Blues, per poi dimenticarsene la mattina dopo, imbottigliati nel traffico delle tangenziali. A questo servono dischi come “Promised Land Or Buts”: a ricordarci che la tradizione non è un guinzaglio opprimente che ci lega al passato, ma la salvaguardia di una bellezza raggiunta a cui non ha alcun senso rinunciare in nome di qualsivoglia presunta modernità. Nient’altro da aggiungere, disco magnifico consigliato a tutti coloro che non amano i guinzagli.

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