“Monkey Gone To Heaven” – di Lorenzo Scala

Apro gli occhi e capisco subito che non riuscirò ad alzarmi facilmente. Provo a tirarmi su ma quattro  fitte lancinanti mi immobilizzano nella posizione iniziale. Impreco ma non mi abbatto. Nonostante tutto sto bene, non ho niente di rotto. Affronto il dolore imprecando nuovamente e riesco ad alzarmi. Mi dico che devo solamente arrivare al telefono. Prendo l’agenda mettendomi seduto molto adagio. Di chiamare  Fernando non se ne parla, dopo la nottata che abbiamo passato rischio di fargli fare un altro incidente. Rassegnato e po’avvilito cerco il numero di mio padre. Proprio quando ho composto metà numero attacco violentemente. Cerco il numero di Angela e lo compongo. Mi sforzo di assumere un tono normale, il meno provato possibile.Oh bello! Ciao, dimmi tutto.”
Angela, Angela, angelo mio, scusa l’ora ma dovrei chiederti un favore.”
Ahconsidera che attacco tra un’ ora però” 
Senti… ho avuto un piccolo incidente stanotte, sto bene ma mi servirebbe
un passaggio all’ ospedale.”

Va bene va bene, figurati…tanto abiti sotto Albano no?
Spiegami la strada e tra un quarto d’ora sono da te.”
Un vero angelo. Spero che abbia capito la strada e un po’ trasognato provo a vestirmi. Niente da fare. La schiena mi fa un male boia, non posso piegarmi neanche di un centimetro. Come avrò fatto ieri a togliermi i pantaloni non lo so. Anche il braccio destro soffre di dolori ossei, lo tengo rigido lungo il fianco. Invece il ginocchio destro è tutto scorticato ma nulla più. Abbandono l’idea dei pantaloni e arranco verso una sigaretta. Il telefono di casa produce un unico squillo da me percepito come un tromba bitonale di un tir angelico. Mi ridesto dallo stato di dormiveglia in cui stavo per immergermi. Sicuramente non trova il numero civico nascosto dall’ edera”. Prendo un’altra sigaretta ed esco in mutande. Ciondolo fino al cancello. Lo apro ed eccomi in strada immerso in una luminosità abbagliante. Sento l’iride dei miei occhi incazzarsi facendosi piccola e l’espressione mi si accartoccia su se stessa. Metto una mano sopra gli occhi e scruto la strada da parte a parte. Una macchina blu di medie proporzioni si dirige verso di me. Una macchina che mi fa squillare vari campanelli nel cervello, melodie dissonanti che sguinzagliano feromoni e adrenalina per una strana eccitazione che si mischia ai dolori delle ossa. Spero solo non si sia messa quel profumo, una fragranza dalle impeccabili proprietà erotiche, quando bussa in prossimità di percettori olfattivi li bagna procurando erezioni marmoree nel più fiacco dei maschi beta. Faccio gli scongiuri e cerco di distrarmi mentre accosta. “Cos’è mi devo preoccupare per la mia incolumità?” Ride, porta degli occhiali da sole e il suo profumo arriva prima ancora che lo sportello si apra. Cerco di rassicurarla, Perchè mai dovresti preoccuparti?” e lei“Mi accogli in mutande! Lo so di avere un effetto travolgente sulle persone, ma te mi sembri troppo sensibile, voglio dire, ti faccio uno squillo e ti fiondi mezzo nudo per strada?”. La sua malizia è un’arma che arrapa e deride, irride e irrigidisce. Muovo il braccio procurandomi un gran dolore. Un lampo a contrarmi i muscoli così da soffocare il principio di erezione. Sono un po’ rigido, non fare caso a come cammino. Ho provato a vestirmi ma ho incontrato qualche problema. L’hai fatta colazione? Lei mi risponde, “Adesso entriamo, tu ti metti seduto, io faccio un bel caffè e poi ti do una mano a vestirti. L’ospedale sta a cinque minuti da qui  e io devo stare al centro tra tre quarti d’ora”. Smette di parlare e mi osserva attraversare la cucina. “ Sicuro di non avere niente di rotto?”… Beviamo il caffè senza avere molto da dire. Si porta una sigaretta alla bocca e mi chiede dove tengo i vestiti. Le dico dove si trova la camera e sparisce tra il fumo della Camel. Quando torna è serena e distaccata, per lei sembra normale tutta questa situazione. Una donna che ha marchiato sulla carne, da qualche parte, il timbro a fuoco del buon samaritano. Le chiedo se solitamente nel tempo libero le capita di curare infermi o portare da mangiare ai senza tetto e se ha mai pensato di entrare tra i caschi blu. La sua risposta mi manda completamente in pappa il cervello, effetti pirotecnici eruttati da capillari che si scontrano, tutte le zone neutre del mio animo prendono fuoco come zone rosse sotto attacco dei lacrimogeni. “Io non sono una brava ragazza, mi piace farlo credere ma non lo sono per niente… al contrario di te, che sei un bravo ragazzo ma ti diverti a fare lo sporcaccione scapestrato.” E’ fatta. La sua voce. Gli occhi. Le labbra che scandiscono lente le parole. L’erezione mi arriva in gola. Metaforicamente parlando. Mi arriva in gola e lei mi deve ancora mettere i pantaloni. Se ne accorge. Non so se imbarazzarmi a tal punto da crocifiggermi con la sola forza del mio imbarazzo, o mettermi a fare lo sciolto spiegando che noi maschi funzioniamo così, specialmente la mattina. Sto per balbettare qualcosa quando vengo interrotto dal suo sguardo. Si avvicina. Mi bacia lenta. La mia mano si lascia trasportare dall’emozione accogliendo il suo seno sinistro. Con la mano scende verso i boxer, si intrufola disinvolta e comincia a massaggiarmi. Il mio sesso si stupisce a tal punto da diventare quasi insensibile. Lei bisbiglia che forse farà dieci minuti di ritardo al centro, poi si raccomanda di non abituarmi a tante attenzioni e scende con la bocca ancora calda per il caffè. Per cinque minuti ci dissociamo infrangendo una realtà fatta di conti che non tornano. Quando due corpi  si toccano, ci si abbandona e tutto torna. Tutto è destinato a mettersi in ordine. Persino la morte con la  sua schiacciante, suggestiva occhiata di ieri che in un frangente di pochi secondi concitati come eserciti impazziti mi ha fatto cagare sotto, persino lei sembra essersi messa in fila, tornata finalmente al suo posto, il più lontano possibile col suo stupido numero in mano. Vengo. Quando gli animi si calmano e Angela ha avuto modo di sentirmi ansimare in più lingue, mi pulisce teneramente con un fazzoletto e mi veste. Non parliamo, ma ci viene da ridere sotto i baffi. Ha una guida sportiva. Dagli altoparlanti della macchina i Pixies cantano di una scimmia pronta per il paradiso, ovvero Monkey Gone To Heaven. Dai finestrini la luce ci inonda costringendoci ad abbassare entrambi i parasole. “Non lo voglio neanche sapere cosa hai combinato ieri e soprattutto come hai fatto a tornare a casa dopo l’incidente.” rispondo, “Fai bene a non volerlo sapere, credo proprio di avere esagerato, ho perso il controllo della cosa.” e lei, “il controllo di cosa?“ concludo, “della serata! Di cosa sennò…”. Lei assume un’espressione strana. Tra l’ironico e lo scettico, poi sussurra, della serata, come no!”. Fuori dall’ingresso dell’ospedale c’è un nugolo di gente, per lo più anziani. Chi appoggiato a un muro, chi passeggia freneticamente avanti e indietro. Tre signore con le mani conserte sedute su un muretto. Nel vedermi camminare a gambe larghe con la velocità di una lumaca sbuffano infastidite. Capiscono che dovrò passargli avanti. Suono al campanello e un’infermiera sudaticcia e paffuta apre sforzandosi di assumere un’ espressione il meno seccata possibile. Allora, che succede?”, le chiarisco, “un incidente con il motorino, forse ho una costola rotta.” Lei sentenzia, ”Tranquillo, se la costola era rotta me lo dicevi in lacrime, comunque trauma da incidente, hai la precedenza, aspetta cinque minuti e ti riapro”. Angela mi dà un pacca sulla spalla facendomi barcollare e vedere tutti i santi ballare il tip tap sulla mia spina dorsale. “Devo scappare”. Esita come stesse vagliando il concetto giusto da lasciarmi in custodia mentre rifletto in ospedale. Prova a rilassarti, non c’è bisogno di andare sempre a mille. Tenersi in movimento continuo vuol dire che spesso non si vedono le cose”. Dolorante sorrido. L’infermiera apre e mi vede. “Seeee questo se la ride beato lui” e, improvvisamente, con mio grande stupore, mi viene da piangeree piango. L’infermiera mi prende un braccio e mi accompagna dentro. “Sei tutto scemo” mi dice.

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