Mogol e Panella… strumenti di Lucio – di Alessandro Menabue

A distanza di quasi vent’anni dalla morte di Lucio Battisti non si è mai sopita una celebre disputa tra i fan dell’artista di Poggio Bustone: meglio i testi del repertorio storico scritti da Mogol oppure quelli degli ultimi cinque album imbastiti da Pasquale Panella? Intanto occorre rilevare come nel dibattito mai nessuno si sia premurato – giustamente – di contemplare le esilissime liriche dell’album “E Già” (1982) scritte da Grazia Letizia Veronese, moglie di Lucio.
La maggioranza del pubblico – è dato assodato – è schierata dalla parte di Mogol, stigmatizza la pressoché totale impenetrabilità delle parole di Panella e lo ritiene il principale responsabile del declino (sia artistico che commerciale) del tardo Battisti. Risulta curioso come questa accusa di eccessivo ermetismo sia spesso mossa da persone che non si pongono lo stesso problema per una Scacchi e Tarocchi di De Gregori o una Iubilaeum Bolero di Ivano Fossati ma tant’è. Per contro, gli sparuti sostenitori del paroliere-poeta romano contestano questa critica considerando l’inaccessibilità panelliana come una sorta di valore aggiunto nella parabola discografica di Lucio; e vedono, in quel decennio finale in tandem con Panella, un musicista orgogliosamente ed altezzosamente libero di esprimere la propria arte. Un uomo che nella sua ostinata ricerca dell’evanescenza si è posto al di fuori di qualunque logica mercantile ed anche attraverso gli oscuri testi del nuovo corso ostenta la sua distanza da tutto e da tutti. Quale delle due fazioni in causa è dalla parte della ragione? Nessuna, secondo il modesto parere di chi scrive. Questo per il semplice fatto che per Battisti, almeno a partire da “Umanamente Uomo: il Sogno” (1972) i testi non sono mai stati una componente fondamentale dei suoi brani. Poco importa che Mogol toccasse vette di inaudita leziosità oppure rasentasse la misoginia (Le allettanti promesse, 1973), o che versi come “ha sentito come un gran rivoltamento, e cateratte urbane e vigili del fuoco e din don dan” risultassero verosimilmente oscuri allo stesso Panella. Unico elemento essenziale era che quelle parole avessero il potere di integrarsi in quell’unicum sonoro che Battisti esigeva pervicacemente per ogni sua composizione. Il resto – compreso il senso delle liriche – era insignificanza. Il paroliere altro non era che uno degli elementi di cui Lucio si serviva in un dato momento per perseguire il suo obiettivo musicale: quando nei primi anni 80 Battisti decise di imprimere una vigorosa sterzata stilistica, Mogol ricevette il benservito senza troppe cerimonie. Anzi, nel silenzio più totale. Lucio, semplicemente, non lo cercò più. Lo stesso accadde a Panella successivamente alla pubblicazione di “Hegel” (1994), capitolo finale della discografia battistiana: pare che nel 1996/97 Battisti avesse composto i brani per un nuovo album che non avrebbe mai visto la luce. Il paroliere, per sua stessa ammissione, non fu mai coinvolto nel progetto, presumibilmente a causa di un nuovo cambio di rotta musicale voluto dal musicista. Questa però è circostanza avvolta dal mistero: solo la moglie, gelosa custode dell’intimità e dei segreti di Lucio, è a conoscenza della verità. Unica certezza è che una volta interrotta la loro collaborazione con Battisti, sia Mogol che Pasquale Panella hanno trascinato le loro carriere scrivendo canzoni per lo più trascurabili e vedendo il loro nome indissolubilmente (e subalternamente) legato a quello di Lucio. Perché loro erano per l’appunto strumenti. Quello che suonava era Battisti.

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3 pensieri riguardo “Mogol e Panella… strumenti di Lucio – di Alessandro Menabue

  • ottobre 26, 2016 in 7:50 am
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    Bel articolo. Condivido la tua tesi. Penso che Battisti fosse uno spirito libero vero, sono rarissimi. Nel senso che non credo fosse uno sfruttatore di collaboratori, ma semplicemente, quando finisce una stagione, finisce tutto quello che ci gira attorno. Quando avviene un’evoluzione (o involuzione) si sente il bisogno di seguire questa nuova ispirazione, e chi non sta al passo rimane indietro. Battisti aveva la sua vita sentimentale e personale completamente blindata e staccata dalla vita artistica. La prima ha sempre cercato di custodirla gelosamente. La seconda l’ha vissuta in continuo divenire. Il legame artistico con Mogol si era concluso, secondo lui. Era stufo di parlare di emozioni. Ha sperimentato, prediligendo la musica al testo. E’ un po’ la storia di tutti coloro che hanno avuto collaborazioni artistiche. Per forza di cose ci si perde, perché l’idea iniziale degli esordi si è trasformata in qualcosa di diverso in ciascuno dei componenti. Non c’è nulla di male. Un po’ triste forse.

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  • ottobre 27, 2016 in 8:30 pm
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    Concordo pienamente. E in fondo non credo che sia nemmeno così triste, le stagioni musicali scorrono e non sono mai uguali a quelle che le hanno precedute. Almeno per chi ha voglia di esplorare.

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  • agosto 25, 2017 in 12:20 pm
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    Dire che Panella sia stato strumento di Lucio significa non conoscere per niente la storia della loro collaborazione, di come sia nata e come si sia poi sviluppata….e anche di come sia finita, è assodato infatti che fu Panella a non voler più scrivere canzoni per Battisti

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