Modest Mouse: “Strangers to Ourselves” (2015) – di Flavia Giunta

E’ difficile, per un appassionato di musica, tenersi al passo con tutte le novità dei propri generi preferiti e riuscire ad ascoltare tutti i gruppi che li rappresentino. Troppe sono le band che nascono ogni giorno nel mondo, infinite le canzoni. Poi però capita di sentire casualmente alla radio un singolo che ti cattura sin dal primo ascolto, ed ecco che arriva un nuovo input da seguire: grazie, inventori di Shazam, per averci dato questo strumento al fine di appagare la nostra curiosità in modo istantaneo. Capita anche di cercare il suddetto singolo, ricondurlo al proprio album di provenienza e trovare una bizzarra copertina: altro input. Cosa vorrà mai dire quello strano labirinto poligonale? E’ forse un quadro postmoderno? No, è qualcosa di molto più concreto e, proprio per questo, inaspettato: la fotografia satellitare di un villaggio turistico per anziani, il Venture Out RV Resort, ubicato a Mesa, Arizona. Una band che abbia scelto questo soggetto come manifesto del proprio album non deve essere esattamente convenzionale. Parliamo infatti dei Modest Mouse, un gruppo indie rock originario di Issaquah (Washington) e formatosi nel lontano 1993, quindi ben prima della recente scoperta da parte di una fan dell’ultima ora come me. Da allora, la cifra stilistica del gruppo (composto inizialmente da Isaac Brock: compositore, voce, chitarra, basso, ukulele, Jeremiah Green: batteria, percussioni ed Eric Judy: basso, contrabbasso, chitarra acustica) è sempre stata contraddistinta da un ottimo songwriting e arrangiamenti degni di nota, che arricchiscono la base dura e “rockeggiante” con strumenti spesso inusuali. In questo ultimo lavoro uscito nel 2015, ben otto anni dopo il disco precedente, si riscontra un’esasperazione delle caratteristiche descritte sopra: 15 tracce così eterogenee fra loro che potrebbero essere state composte da gruppi diversi. Ci sono, ovviamente, dei “fili conduttori” che riportano allo stile della band: le ballate, le acustiche, i ritmi allegri e movimentati… solo, è come se il topo modesto avesse messo tutte le sue carte in tavola per dirci: “Guardate quante cose posso diventare”, allontanandosi anche notevolmente dal suo stile degli esordi per toccare i terreni più disparati, compreso il rap e il folk… a andiamo con ordine. L’esordio del disco è affidato alla traccia omonima, Strangers to Ourselves, con il suo incedere di archi è dolce, malinconica, quasi fotografica, da film di Michael Gondry. Segue il primo singolo estratto, Lampshades on Fire. E’ questo il motivetto catturante di cui parlavo prima. Qui la voce di Brock, che poco fa ci cullava in una sorta di ninna-nanna, diviene scoppiettante e segue il ritmo trascinante di un pezzo che più allegro non si può, fra indie ed hip-hop. Anche Shit in your Cut è ben riuscita, sebbene in modo diverso: più pacata, tormentata e cadenzata da bei riff di chitarra. Insomma, fin qui tutto bene. Poi, un piccolo passo falso: Pistol (A. Cunanan, Miami, FL. 1996) è uno dei brani che più ha fatto infuriare i sostenitori della band; un rap arrabbiato e sghembo che ben poco sembra avere a che fare con il resto del disco. Con Ansel però i musicisti sembrano riprendere la rotta “giusta”; il pezzo è piacevole ed estivo senza diventare sciocco, con un ritornello molto ben costruito. A seguire, un’altra canzone molto apprezzata: The Ground Walks, with Time in a Box, con la sua andatura quasi gipsy, sembra ricalcare in qualche modo i Talking Heads. Coyotes è invece una curiosa folk ballad circolare, altra chicca di questo disco. Lascia poi il passo a Pups to Dust, un brano più in linea con i vecchi Modest Mouse. Sugar Boats sembra ricollegarsi a Lampshades on Fire per l’incipit al pianoforte e per l’andamento movimentato, ma stavolta con un tocco di grottesco nell’allegria generale; nell’arrangiamento sono presenti anche gli ottoni. Subito dopo abbiamo un altro bel pezzo, Wicked Campaign, molto scenografico ed evocativo di grandi spazi, grazie agli effetti elettronici e al coro di sottofondo del ritornello. Si cambia – letteralmente – musica con Be Brave, esasperata, sincopata e quasi urlante. Dopo un breve, ironico intermezzo acustico, God is an Indian and You are an Asshole, arrivano gli ultimi tre brani dell’album: The Tortoise and the Tourist, anch’essa in stile Be Brave, The Best Room, gaia ma con un che di solenne e infine, Of Course We Know, che richiama la canzone iniziale del disco per le sue atmosfere sognanti e chiude l’opera. Possiamo concludere dicendo che, sebbene questo lavoro sia stato definito da qualcuno il “Chinese Democracy del rock alternativo”, con i suoi alti e bassi chiunque vi troverà all’interno qualcosa di suo gradimento. Sperando che non passino altri otto anni per ascoltare il prossimo album.

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