“Mistica”: l’ultima luce della centrale – di Lorenzo Scala

Può piacere o meno ma è innegabile che in questi ultimi dieci anni Vasco Brondi con Le luci della centrale elettrica ha lasciato un segno importante. Mi gira la testa se penso che ai tempi delle “Canzoni da spiaggia deturpata” (2008, anno di uscita del primo disco, vincitore della Targa Tenco come miglior opera prima cantautoriale) avevo solo ventiquattro anni. Ora, per onestà di cronaca, le canzoni delle “luci” non mi sono piaciute tutte ma un bel po’ sì. Però anche quando il bersaglio non era a fuoco e lo scivolone attendeva in agguato dietro l’angolo, il vacillare di Vasco è sempre stato un vacillare a testa alta, in qualche modo coraggioso. Questo coraggio non è, a mio vedere, l’incarnazione del suo lato sensibile, piuttosto il suo lato sensibile fuso a un approccio visionario, una comunicazione esclusiva che frulla tutti i suoi punti di riferimento musicali e letterari (dal punk ai cantautori e oltre), incanalandoli  verso una voce unica, la sua. Quando si decide di seguire la propria strada si rischia spesso e volentieri di non piacere, di risultare ostici, prendersi qualche commento al vetriolo… ma in fin dei conti molti degli artisti che hanno intrapreso questi percorsi poetici tra il punk e il naif, di tutto questo se ne sono fregati il giusto. Pensate se Federico Fiumani o Piero Ciampi si fossero fatti scoraggiare dalle classifiche o semplicemente da commenti negativi sui testi o sull’intonazione. Pensate a quanto saremmo tutti più poveri se questi artisti avessero mollato influenzati dal mercato che naviga e ha sempre navigato verso altri lidi. Da circa un mese Vasco Brondi ha comunicato la volontà di spegnere Le luci della centrale elettrica, rinunciando così a questo nome che non è mai stato solo un marchio ma qualcosa di più simile ad un piccolo universo inquinato e fecondo. Quando pochi giorni fa è uscita la canzone Mistica, traccia estratta da “2008/2018 tra la via Emilia e La Via Lattea” (2018), Brondi non aveva ancora annunciato la fine del suo progetto e, in un primo momento, così “a pelle” la canzone non mi ha conquistato; non ha avuto infatti lo stesso impatto di C’eravamo abbastanza amati o de I destini generali. Però, ripensando alla conclusione dell’intero percorso musicale ed ascoltandola meglio, si trovano nel testo e nell’arrangiamento chiavi di lettura più ampie e significative. In quest’ottica il suono celebrativo senza troppa enfasi sembra essere un caloroso saluto a chi ascolta, che lascia molti spiragli di luce e, quella frase, “verrei ma non posso, c’è il mare mosso”, sembra voler dire: “non lo so se ci sarò o quale forma assumerò, ma vale la pena essere malinconici per questo?”. Ecco, devo ammettere che ascoltare questa canzone e pensare alla conclusione di questo percorso mi provoca un certo sconquasso della sfera emozionale con conseguente brivido sottocutaneo. Questo per due motivi, il primo: Vasco Brondi è dotato di talento e ha saputo toccare le corde emotive  di un immaginario collettivo di  nicchia (una nicchia bella larga), secondo motivo: io e pure voi, in questi dieci anni ne abbiamo fatta di strada e questa canzone ce lo ricorda. Ricorda che siamo cresciuti: i ragazzini sono diventati adolescenti e gli adolescenti sono diventati donne e uomini, hanno raggiunto vette e disinfestato le anticamere interiori da qualche fantasma, liberando un po’ di spazio per altre creature strane: nuove paure ed incertezze ma con qualche consapevolezza in più. Ora è tempo di andare avanti.

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