Faris Amine Bottazzi: “Mississippi To Sahara” – di Emanuele Cinelli

Il Sultanato di Granada fu l’ultimo regno musulmano in Spagna a cadere nel 1492.
Nel corso della Reconquista il regno di Castiglia liberò l’ accesso alle coste atlantiche e, probabilmente per questo, i sovrani Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia accettarono l’impresa proposta loro da Cristoforo Colombo, che il 4 agosto 1492 salperà da Palos per raggiungere le Indie.
Il calcolo errato e l’aiuto dei venti favorevoli permisero a Colombo, dopo settanta giorni di navigazione, di scoprire il continente Americano il 12 ottobre 1492… musicalmente parlando, mi sono sempre chiesto come sarebbero andate le cose se Colombo invece che chiedere il supporto dei Sovrani di Spagna lo avesse chiesto al Califfo di Granada. 
Oggi un’idea ce la possiamo fare, grazie a
“Mississippi To Sahara”, l’ultimo album di Faris Amine Bottazzi, artista italo-algerino di grande talento. Faris sin da piccolo, per esigenze familiari, ha avuto la possibilità di vivere in Algeria, PortogalloFrancia, per poi fermasi in Italia. In famiglia tutti sono musicisti dilettanti, fatta eccezione per lo zio jazzista e poli-strumentista, che lo ha introdotto nell’universo della musica afroamericana… ma anche la mamma (con le sue tradizionali percussioni Tuareg) e il papà (con la sua collezione di dischi da tutto il mondo) sono stati importanti per la formazione di Faris. 
Un’ altro passaggio importante della vita di Bottazzi sarà poi la collaborazione con la leggendaria band  Tinariwen.
All’inizio viene Adottato e introdotto al’Assouf, la musica tradizionale Tuareg, partecipando ad eventi informali e Jam Session,  per poi giungere al  prestigioso Festival au Desert in Mali, nel quale, oltre alle grandi stars della musica africana, negli anni hanno partecipato artisti internazionali  come Robert Plant e Bono degli U2. Ben ispirato da tutte queste influenze Faris decide di reinterpretare dieci classici del Blues americano, riscrivendo i testi in tamasheq e in inglese, suonandoli nello stile Assouf.

Questo reintegrare brani altrui è una forma molto diffusa nel popolo afroamericano; esistono numerose registrazioni di brani celebri del Delta Blues edite poi nel periodo Classico e Chicago Style, con testi diversi e modifiche nell’arrangiamento… pur mantenendo una familiarità evidente all’ascolto.
Tutti i brani sono avvolti da un’intimità pura destabilizzante, c’è tanta nostalgia per quello che potrebbe essere ma che i più non vedono… a differenza dei figli della globalizzazione che diventano sempre più isolati e tristi nella nella loro sterile tecnologia, Faris (che invece è frutto delle più sane contaminazioni) decide di sfruttare la desolazione del deserto per trovare il giusto Mood per questo lavoro.
Riascoltando i brani originali, si ha l’impressione che Faris li abbia semplicemente riadattati al suo paesaggio sonoro; alla frenesia del lavoro dei campi ha sovrapposto la calma e la quiete del deserto dilatandole, pur mantenendo immutato il messaggio originale, ricco di un’intima nostalgia.
Intimità che ci disarma. I brani, disadorni da ogni tipo di virtuosismo, sono arricchiti da più puri melismi ed echi del Shael che conferiscono fierezza e credibilità; derivano da una rilettura di pagine celebri del Blues più arcaico.
Tra gli autori scelti da Bottazzi troviamo Son House, Fred McDowell, Vera Hall, Felix Dukes, Muddy Waters, Blind Willie Johnson e Skip James… forse il più ammirato da Faris.
Oltre a queste celebri canzoni “pagane”, troviamo anche due spirituals… No More No Lord e Since I’ve Lade My Burner Down, interpretate con grande spiritualità: sentimento nobile solo per coloro che non conoscono differenze e sanno viverle in comunione.
Faris Amine Bottazzi ci regala una risposta alla domanda iniziale… peccato però che in nessuno dei libri sul Blues si fa cenno agli uomini Blu… i Tuareg, autentici e naturali appartenenti a questa Musica.
Ascoltate ogni singolo brano ad occhi chiusi e date libero sfogo all’immaginazione.

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