“Mississippi” John Hurt: “1928 Sessions” (1979) – di Lorenz Zadro

Non ricordo esattamente la data, ma intorno all’anno 2000 (avevo appena compiuto quindici anni) acquistai “1928 Sessions” (Yazoo Records 1979), il mio primo disco di “Mississippi” John Hurt. Molti lettori storceranno il naso, ma tant’è. All’epoca, non avrei mai preso in considerazione l’acquisto di un vinile e, anche a cercarlo, probabilmente, di “Mississippi” John Hurt non lo avrei mai trovato. Tuttavia non è stato un acquisto casuale, anzi. In quegli anni mi stavo immergendo nello studio delle tecniche per chitarra Blues e avevo notato che più di qualche manuale insegnava la tecnica fingerpicking iniziando proprio con i suoi brani, forse perché ritenuti più semplici da eseguire. Partendo da questo presupposto, l’ho acquistato e l’ho ascoltato… Ascoltato e riascoltato. Ad oggi potrei ripercorrere mentalmente ogni singola nota di questo disco (mentalmente, non con la chitarra). Tra l’altro è stato uno dei miei primissimi dischi blues e dunque, credo di averlo letteralmente consumato. Ho scoperto oltretutto che su di me (che fin da piccolo ho sempre sofferto di forte emicrania) ha sempre esercitato un potere terapeutico. Spegnevo la luce, mi rilassavo e, l’effetto della morbida sonorità sulla sei corde mescolata alla sua voce gentile, faceva il suo effetto. John Smith Hurt nasce a Teoc (Mississippi) il 8 marzo 1892, ma trascorre la gran parte della propria esistenza, poco lontano, ad Avalon. Come narra la buona tradizione, impara a suonare la chitarra come autodidatta, iniziando prestissimo a frequentare le feste campestri e i banchetti che si tengono nei dintorni. Di giorno lavora come bracciante agricolo e, nei momenti di dopolavoro, si esibisce nelle canoniche occasioni di incontro sociale nella sua comunità rurale, spesso in compagnia del violinista bianco Willie Narmour. Poco prima della Grande Depressione ha anche l’occasione di diventare una vera e propria stella del Blues: ingaggiato da un talent scout della OKeh nel 1928“Mississippi” John Hurt viene invitato a spostarsi prima a Memphis e poi a New York per incidere tredici brani, con la supervisione di Lonnie Johnson, di cui ne vennero utilizzati sette soltanto. Complice anche la crisi, questo lavoro discografico non trova inizialmente alcun riscontro commerciale e, senza ripensamenti, Hurt torna in Mississippi dalla sua famiglia (composta dalla moglie e quattordici figli) dove riprende a lavorare nei campi e a suonare sulle aie, rimanendo nell’oblio per ben quattro decenni. Nel corso degli anni Sessanta, il favorevole periodo del Folk Blues Revival, in particolare grazie al lavoro di riscoperta di Tom Hoskins, la carriera di “Mississippi” John Hurt ha una svolta profonda. Nel 1963 Hoskins invita “Mississippi” John Hurt (che nel frattempo aveva compiuto 71 anni) a presentarsi in uno studio d’incisione di Washington per incidere l’album “Folksong and Blues” e per tornare di lì a poco, a più riprese, per incidere le voluminose session di registrazione per la Library of Congress e per diverse altre esibizioni nei campus universitari. Hurt diventa così molto richiesto e comincia ad esibirsi nelle coffee house e nei circuiti dei festival folk (è una presenza fissa dal ’63 al ’65 al Festival di Newport). I numerosi ingaggi lo tengono così occupato da decidere di trasferire nella capitale la sua intera famiglia. La morte lo coglie però nel suo Mississippi, a Grenada, il 2 novembre 1966, proprio in piena fase di preparazione di un tour europeo. Alcuni suoi testi di inclinazione sacra, lo allontanano forse dall’essere considerato un vero bluesman, tuttavia la sua paziente raccolta di brani dell’antica tradizione lo colloca tra i più affidabili testimoni della cultura popolare tramandata oralmente. Con la sua inconfondibile immagine, “Mississippi” John Hurt è un artista molto amato dai cultori bianchi del folk revival degli anni Sessanta, i quali rimangono presto colpiti dal suo stile colloquiale, tranquillo, morbido e gentile, tipico dell’artista songster splendidamente lontano dalle contaminazioni moderne, e totalmente immerso nei raffinati disegni melodici della sua chitarra e nella sua immensa dignità di uomo schivo e modesto ma dalla grande saggezza, sempre pronto all’ironia. Il suo approccio introspettivo lo rende quasi inclassificabile e piuttosto estraneo agli stili che si sono sviluppati nella zona dove ha vissuto gran parte della sua esistenza. Del resto, le sue interpretazioni di vecchi brani come Ain’t Nobody Business, Stack O’ Lee, Frankie, Spike Driver Blues e Candy Man, hanno esercitato un’influenza importante nello stile folk degli anni Sessanta… da Bob Dylan a Dave Van Ronk ma anche futuri luminari della chitarra acustica come John Fahey e Doc Watson. Dietro la sua grezza, ma sempre rassicurante voce nasale, la sua chitarra fonde un personalissimo virtuosismo spontaneo, con un pulito ed articolato fingerpicking dai deliziosi risvolti ragtime, con un accompagnamento ritmico che sa diventare anche robusto quando necessario, malgrado la delicatezza del suo approccio, considerando che Hurt suona a dita nude. La sua tecnica chitarristica non è finalizzata a nessuna costruzione melodica complessa o a tutti i costi ballabile, bensì l’elaborazione e la completezza armonica dei suoi brani denotano piuttosto un’attenzione particolare per la musica in sé. Il suo stile sembra quasi messo a punto per una platea che assiste ad un vero e proprio concerto. “Mississippi” John Hurt, forse inconsapevolmente, ha elevato al massimo compimento la formula di derivazione tradizionale del double thumbing, cioè la tecnica chitarristica con l’uso dei bassi costantemente alternati e sincopati, con un incastro ritmico e melodico di note ritmiche e di accompagnamento sulle corde basse, e note melodiche su quelle acute. Questa sua tecnica, negli anni, ha trovato riscontro in tantissimi altri bluesmen, affascinati dalla sua autenticità e dalla sua innata capacità di armonizzare un brano, di concepirlo e di trasporlo successivamente sulla chitarra. Come osservavo all’inizio di questo articolo, molti manuali di tecnica chitarristica che insegnano la tecnica fingerpicking iniziano proprio con alcuni brani tratti dal suo repertorio; in realtà, tali pezzi dovrebbero semmai rappresentare un punto di arrivo per ogni chitarrista, proprio perché concettualmente più complessi, frutto esaustivo di una raffinatezza e di una elaborazione straordinarie: delle vere e proprie opere artistiche. Non a caso dunque, proprio nel 1928, Narmour & Smith (duo bianco del Mississippi) quando videro in azione “Mississippi” John Hurt, si sentirono quasi in dovere di segnalarlo alla Okeh Records come un talentuoso guitar picker nero; e si rivelò presto come una grande opportunità per il nostro eroe, poiché, anche grazie a questa fortuita occasione venne registrato “1928 Sessions”, un disco capolavoro, grazie al quale sono entrato in contatto, in modo definitivo e irreversibile con il Blues, quello vero… mutuato dalla tradizione più autentica e preziosa delle sue antichissime origini.

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