“Miracle at Gino’s Bar” – di Bartolo Federico

Stanno giocando sempre con lo stesso mazzo di carte segnante, e quel professore è un baro. “Bisogna dar fuoco alla casa per liberarci una volta per tutte da queste sanguisughe”. Parlava come fosse Joe Strummer la zia Amalia mentre spegneva la tele. Era talmente incazzata che temevo le venisse un accidenti. Si leggeva chiaro dentro i suoi piccoli occhi semichiusi dalle cataratte l’odio che nutriva verso quei reazionari del potere. Sbraitando proseguì: “sbucano dal teleschermo giocando al “guarda chi si rivede”, non hanno pudore queste facce di merda. Prima si sono mangiati il bue, adesso anche le corna vogliono sgranocchiarsi”. Con i suoi seicentocinquanta euro al mese di pensione doveva pagarci l’IMU, è la colpa era quella di possedere un appartamentino “nientediche”, che i suoi genitori gli avevano lasciato in eredità. Quella casa con il suo lavoro non se la sarebbe mai potuta comprare neanche a vivere due volte. Mica era un boiardo di Stato qualsiasi, infilato senza nessun merito in un posto di rilievo dal suo padrino politico e dalla modesta paga di cinquantamila euro al mese. Lei si era dovuta sempre arrangiare nella vita insieme al suo defunto marito, un ciabattino, un uomo integerrimo che aveva passione e amore per la sua attività. La zia, per far quadrare il loro magro bilancio economico, cuciva gli orli dei pantaloni e andava a fare le pulizie ad ore. Tutto in nero ovviamente (ma è meglio non farglielo sapere a quel boiardo di Stato… la braccherebbe per evasione fiscale). Insieme allo zio Iano, avevano tirato la carretta con modestia e dignità. “A che pro adesso chiedono a me i sacrifici questi vermi schifosi concluse sbattendo la porta della cucina, ormai completamente fuori dai gangheri. Quella domenica mattina mi alzai dal letto cercando di scrollarmi la sbornia della sera precedente. Era il mio primo giorno di libertà, per cui mi sparai ad alto volume “El Santo Grial: la Pistola Piadosa” di Slackeye Slim. Un disco per bastardi che hanno attraversato l’America rurale imboccando le strade secondarie, quelle più dure e polverose. Musica all’apparenza sghemba e malandata, ma suonata con passione e abilità che sembra fuoriuscire da un grammofono a 78 giri che magicamente scatarra rockabilly, western swing, country e blues e ti fa ruzzolare dentro una saga epica del 1800. Un viaggio duro e brutale nel selvaggio west. Slackeye Slim ha una voce sverniciata dall’alcool (Shan Mac Gowan docet) è un attitudine alla musica che, partendo da Hank Williams (a cui assomiglia anche fisicamente), trascina con se tante passioni che vanno da Ennio Morricone a Link Wray, al duo Nick Cave-Johnny Cash finendo, come tutti i romantici malinconici, nelle braccia del più grande ballader della tarda notte… Tom Waits. Al “Bar da Gino”, la sera precedente, con Tony il poeta, avevamo discusso e, al nostro solito, alzato il gomito. Mi aveva raccontato che si era iscritto ad un concorso per nuove promesse letterarie. È da lì che era partita una discussione interminabile sui poeti vecchi e nuovi e su chi secondo noi sapesse scrivere la vera Poesia. Citammo Borges, Dylan Thomas, Allen Ginsberg, T.S.Eliot, Salinas, Ungaretti e quel vecchio sporcaccione di Charles BukowskiPoi, ad un certo punto, Tony si lanciò in un’iperbole ubriaco/letteraria su Omero. Lo ascoltai con meraviglia affabularmi  con l’Odisseaguardandolo con occhi strabici e la testa penzoloni, senza capirci molto di quello che proferiva. Tutta colpa ovviamente di quel vino ambrato fatto in casa che andava giù nelle viscere che era una bellezza. Alla fine concordammo su un punto: i giganti se ne erano andati e non c’era stato nessuno a rimpiazzarli. Anche nel rock era avvenuta quasi la stessa cosa, accidentaccio. Questa mattina però, a mente fredda, mentre mando giù un caffè lungo e amaro, gli avrei detto che c’è un poeta fortunatamente vivente che regge il passo con chiunque. Il suo nome è Bob Dylan. Ci vuole un bel bagaglio di fortuna per affrontare la vita e la mia, come quella di molti altri, è cattiva da tempo. Ma vale sempre la pena provare ad andare avanti per tentare di esplorare quei coni d’ombra che non ci fanno mai vedere il sole. Intanto che zia Amalia era andata in gita non so dove con il suo esercito della salvezza, ne approfittai anche per organizzarmi delle seratine a tema di sesso e rock’n’roll. La pollastrella che mi ero portato a casa l’avevo conosciuta al “Bar da Gino”. Avevamo scambiato quattro chiacchiere bevendo del gin tonic che lei mandava giù come fosse acqua minerale… è già questo mi piaceva e ci accomunava. Poi, tra una cosa e un’altra era scoccata la scintilla. Un po’ brilli, non appena fummo fuori dalla porta del bar, cominciammo a palpeggiarci nelle parti intime. Salimmo in casa che eravamo eccitati come due ragazzini alle prime armi. Lei era bella soffice e con la lingua ci sapeva fare, altroché se ci sapeva fare. Tra gemiti e sospiri godemmo alla grande. Quella sera venne fuori una scopata coi fiocchi. Ad un tratto però accadde quello che non ti aspetti e che ti fa vedere una persona con altri occhi. “Senti” mi fa la tipa accartocciata tra le lenzuola nel momento in cui i Rolling  Stones ci davano dentro con It’s Only Rock and Roll “non è che per caso possiedi “Miracle” di Willy De Ville. Lì per lì restai sorpreso della richiesta, perché non mi era mai capitata una “femminuccia” che conoscesse il “gitano”. Mi alzai dal letto e dallo scaffale dove tenevo i vinili tirai fuori quel disco uscito nel lontano 1987, dove per la prima volta Willy usa il suo nome al posto di Mink. Un disco anomalo nella sua discografia, causa la produzione che Mark Knopfler leader dei Dire Straits gli riserva. De Ville non è per niente contento di quel suono che Mark gli ha confezionato. Perché lo fa assomigliare troppo ad un disco degli Straits più che a se stesso. Willy è uno tosto che proviene dai bassifondi e i suoi dischi fino a quel momento hanno sempre puzzato di blues e di rock’n’roll anni cinquanta. La faccenda era talmente seria per uno che non prendeva mai sottogamba il suo lavoro e la sua musica che, alla fine del giro, interruppe con Knopfler qualsiasi rapporto umano. Ma le canzoni che scrive per “Miracle” sono belle fino allo sfinimento. Canzoni che vengono buone quando vi affacciate nei baratri dell’ombra. Canzoni assassine che si insinuano sottopelle e riescono  ad arrivare a quei ricordi rintanati nell’oblio, per farvi un sopralluogo a raggi X del cuore. Cantate come sempre da una voce unica e inimitabile, una voce che ha cuore e anima e che nessun soul lover ha dimenticato. Il tempo fuori non era un granché. Ci stringemmo tra le lenzuola mentre la melodia di Nightfalls imprigionava la notte… allora le chiesi a bassa voce e con tutta la grazia di cui disponevo: “Come ti chiami baby”. Lei guardandomi per un attimo dritto negli occhi mi rispose altrettanto sommessamente: Toot, ma credo di avertelo già detto, tesoro”. La mattina, mentre aspettavo l’autobus per andare a lavoro, incappai in Rino il pianista, uno che suona l’organo Hammond B3 da Dio. Non appena mi vide fermo sotto la grondaia stampò una frenata che solo per fortuna non causò un incidente a catena e, dietro gli strali degli altri conducenti, saltai velocemente sulla sua macchina. Durante il tragitto, a gengive stirate, mi raccontò che aveva sempre diffidato dei grandi quotidiani come il Corriere Della Sera, La Repubblica, La Stampa, il Giornale (non li cito tutti se no facciamo notte). “La loro pseudo informazione, sosteneva, non ha mai toccato i potentati e mai, mai, ripeteva con ossessione, è stata dalla parte dei cittadini. Rispondono solo a quei politici massoni che li sostengono finanziariamente e che fanno parte dei loro consigli d’ amministrazione. Servono per coprire i loro sporchi giochini. Sono organizzati come i mafiosi questi signori attenti a non calpestarsi i piedi a non invadere l’altrui terreno. Alle volte danno l’impressione di alzare un polverone per dare giusto l’idea che loro sono i cani da guardia della libertà d’espressione, di verità e giustizia ma stanno fingendo, soffiano solo un po’ di fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Il problema è che c’è chi ancora ci crede in questi ciarlatani, dove il più pulito dei loro giornalisti ha la rogna. Le elezioni sono alle porte continuò e sono tutti in azione a difendere l’indifendibile come hanno sempre fatto. Incominciare a non comprarli più questi giornali da circo equestre, spegnere la tele e non votare più quella gente che proteggono, sarebbe un primo vero atto rivoluzionario di quest’italietta clericale che mai si ribella, sempre accondiscendente con chi la bastona e la depreda”. Poi nell’autoradio inserì una casetta (uno degli ultimi nostalgici Rino eh!) di Van Morrison e le note magiche di Redwood Tree ci mandarono in paradiso. Una canzone contenuta in un disco uscito nel 1972, dal titolo Saint Dominic’s Preview”, uno di quei dischi dove si sono abbeverati per suonare il loro rock stradaiolo personaggi come Springsteen, Bob Seger e lo stesso De Ville. Musica che è come una goccia di pioggia che, man mano che scivola sul vetro, traccia nuovi percorsi e poi, esitando, si biforca e devia ancora, mentre le altre gocce la rincorrono e, infine,  si unisce ed esplode in una botta di vita senza limiti, con cui si potrebbe fare il giro del mondo correndo come novelli Forrest Gump. Così quella mattina Van Morrison mi cambiò l’umore, che si era fatto nero di rabbia per la discussione aperta da Rino. Per un po’ dimenticai anche gli strani avvenimenti della mia scombinata esistenza. Tra non molto ormai, come accade ogni fine anno, assisteremo a quella kermesse che è lo scegliere i migliori dischi, i migliori film, i migliori libri, i migliori concerti, i migliori vestiti, le migliori attrici… insomma, chi più ne ha più ne metta. Certamente ognuno è libero di  divertirsi come meglio crede. A me non è mai piaciuto parteciparvi, perché non sono mai riuscito a catalogare le mie emozioni e, quando ho provato a farlo, me ne sono subito pentito. Ma se proprio ci tenete a saperlo, visto che sono in tema di confidenze e ancora un po’ alticcio, vi dirò che i migliori sono tutti quelli che stanno lottando senza tutele per un posto di lavoro, e sono in tanti, tantissimi. Gli esodati, i minatori del Sulcis e tutti quelli che come loro hanno tenuto la schiena dritta, accada quel che accada. Gli imprenditori che si sono uccisi perché questo Stato sordo e muto è bravo solo a ramazzarti e a pretendere. Uomini dalla troppa dignità per sentirsi umiliati, vilipesi e svergognati da chi invece li doveva con ogni mezzo sorreggere. Gli abitanti de l’Aquila che resistono dell’Emilia che si sono prontamente rialzati e quelli di Taranto che invece subiscono. E chi non voterà la “balena bianca”. Un pensierino ai peggiori. Quelli che scendono, salgono, e si posteggiano per sempre in politica, evocando l’alto senso civico del loro gesto. Un sonoro vaffanculo a tutti loro. Con il web in questi ultimi anni ho avuto modo di ascoltare molta musica che prima mi sarei solo sognato ma mi rendo conto che è anche troppa e, alle volte, ci perdo pure quel gusto che la ricerca per accaparrarmi un disco mi infondeva un tempo. Allora, quando ne venivo in possesso lo sorseggiavo come se fosse stato un bicchiere di bourbon e l’ascolto durava mesi, alle volte anni. Adesso è tutto più veloce, si consuma nel giro di qualche giorno e si dimentica in fretta. Ma è anche vero che il web, dopo i Clash, è l’unica vera rivoluzione che abbiamo vissuto. Ci ha aperto mille possibilità come quella di farci un blog e di scrivere di noi. Che in un’informazione ovattata come quella che abbiamo non è poca cosa. Oggi di dischi se ne vendono sempre meno e, comunque, il download ha dato il colpo di grazia. Ma con quello che costano, se tieni famiglia e un lavoro malamente retribuito, a conti fatti non ti puoi permettere l’acquisto neppure di un cd (che comunque, per il sottoscritto, resta un supporto orribile). Qualcuno dirà che anche un tempo l’acquisto dei dischi era caro e salato ed era relegato per lo più a chi era benestante e, colui che non poteva comprarsi i dischi si faceva registrare le musicassette da un amico. Quindi, alla fine dei conti, è la stessa cosa che scaricare gratuitamente quello che bramiamo. Vero anche questo. Ma sapete come vanno certe cose, sarà che il tempo passa e quello passato ci sembra sempre migliore, anche quando forse non lo è stato per niente. Non posso non pensare a quando, con quei soldi che riuscivo in qualche modo a racimolare, passato quasi un mese dall’ordine, mi arrivava il pacco postale contenente i vinili desiderati. C’era trepidazione in me nel toccare quelle copertine e, sentire anche solo l’odore del cartone, era inebriante. Con gli occhi sbarrati dallo stupore, poggiavo sul piatto quei dischi come fossero una reliquia. Perché quello che avevo appena aperto era  davvero come un forziere dei pirati, non sapendo mai fino in fondo cosa mi aspettasse di ascoltare. Ma questi sono solo ricordi, nostalgie brucianti, considerazioni di un vecchio rocker che il tempo ha fatto fuori irrimediabilmente e che, citando Bruce, ha imparato molto di più dai quei dischi che dai libri di scuola (o da professori arroganti in loden blu). Stavo ascoltando a tutto volume Carmagnola#3, un brano scritto da Giorgio Canali e i Rossofuoco e cantavo rabbioso insieme a lui: ma non se ne va con i “per favore”, non se ne va chi ha troppo da lasciare non se ne va, con le buone Simon dice: “rivoluzione!” quando il citofono iniziò ripetutamente e nervosamente a suonare tanto che pensai che la zia Amalia fosse già di ritorno dalla sua gita. Spensi in tutta fretta lo stereo e andai a rispondere. Con la sua vocina leggera che sembra che ti prenda per il culo mi rispose il poeta: “che aspetti ad aprirmi sta venendo giù il cielo”. Girai lo sguardo fuori dalla finestra ed effettivamente la pioggia scendeva copiosa. Non ci avevo fatto caso, preso com’ero dalla musica. Entrò in casa spavaldo con una bottiglia del nostro vecchio amico Jack Daniels in mano, riportandomi un cd che gli avevo prestato e che finalmente, dopo tempo immemore, ritornava all’ovile. Ci versammo da bere e subito prese a recitarmi quella poesia che aveva scelto per il concorso letterario. L’intensità che promulgò mi fece rivedere in lui il Robin Williams del film “L’Attimo Fuggente”. In una stanza senza armadi c’è un tavolo senza cassetti, una sedia e un appendiabito vuoto, una torcia elettrica e una bottiglia di whiskey, mozziconi di sigaretta, una chitarra acustica e un armonica in tonalità di mi maggiore. Un pacco di dischi, dei libri, e una lettera d’amore. Alle volte succede che sono le canzoni che cantano gli uomini e le loro gesta e non viceversa. In Public Domain”, un disco pubblicato da Dave Alvin nell’anno 2000, accadde proprio questo. Canzoni con radici nel “sentiero delle lacrime” che come spiriti hanno viaggiato nelle polvere del tempo e di porta in porta, di bocca in bocca, si sono depositate nel cuore delle persone, ritornano vestite di tutto punto per il ballo della festa, lucidate e rimesse a nuovo, pronte nuovamente a risplendere di una nuova luce. Canzoni che sono patrimonio dell’umanità. Che fanno parte di tutti noi e che per questo vanno difese e celebrate. Canzoni alle volte anche ingenue, suonate su tre semplici accordi, sempre uguali, che hanno fatto poi grande il rock’n’roll. Che sono passate tra le dita e il grande cuore di Woody Gutrie, Doc Watson, Tommy Johnson, Johnny Cash, Bob Dylan, Carter Family, Blind Willie McTell, solo per citarne alcuni. Canzoni che parlano di ferrovie, vendette, omicidi, di cuori impavidi, inseguimenti e gelosie, di speranza e sopravvivenza. Di persone lasciate sole. Di te e di me. Tony si era addormentato accovacciandosi sul divano. Erano quasi le quattro del mattino e la pioggia continuava a cadere. Non gli avevo raccontato che ero rimasto stregato da Toot e neanche che ero stato licenziato dalla ditta di pulizie dove lavoravo. La signora Elvira, finita la giornata, con le lacrime agli occhi mi aveva chiamato e dato la paga. Poi, abbracciandomi, mi spiegò che aveva tenuto duro finché le era stato possibile… ma questa crisi feroce e inutile l’aveva sovrastata. Non possedeva più i soldi per andare avanti e la banca gli aveva revocato il fido e chiuso il conto. Ancora una volta tutto quello che toccavo era andato in malora. Mentre aspettavo l’alba di un nuovo giorno provai una stretta al cuore e pensai a mio padre e a Sal, alle loro anime, e cercai coraggio. Nonostante tutto continuai a scrivere, fumando e bevendo troppo. Ma questo voi lo sapete già.

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