Minutemen (1980-1985) – di Abraxas M.

“Non volevamo solo essere una rock band, volevamo essere noi la nostra band”. (Mike Watt). Avete presente il classico incipit delle favole? Tipo, “c’era una volta due amici di infanzia che sognavano di formare una rock band, si chiamavano Mike e Dennes e…” ecco, la nostra storia può iniziare così. Perché questa storia un po’ lo è, una favola. Anni Ottanta, quelli “a stelle e strisce”, per la precisione. Ricordate? Edonismo, business, soap opera e un ex attore di film western diventato l’inquilino della Casa Bianca che annuncia “Il nuovo mattino dell’America”. È lo Zeitgeist, bellezza. Un claim che pervade sottopelle il corpaccione di una nazione che si rivede improvvisamente glamour. Liberismo sfrenato, deregulation, yuppismo e tutto il resto insomma, quanto serve per ridare voce al malcontento di una controcultura che, dai tempi di Altamont (il concerto maledetto del 6 dicembre 1969, che rappresenta l’ultimo fotogramma del sogno “peace&love”), attende di ricevere il testimone della protesta e, una volta di più, la musica popolare è l’epifenomeno ideale per esprimere il disagio di un universo undergound lontano anni luce dall’edulcorato contesto mainstream. Non dista molto da Hollywood San Pedro, cittadina proletaria a sud di Los Angeles che basa la sua sopravvivenza su uno dei principali porti del Pacifico. Qui, negli anni Sessanta e Settanta l’edilizia popolare si è sostituita agli alloggiamenti navali della Seconda guerra mondiale, formando una laboriosa “working class” che vive defilata dalla “fabbrica dei sogni” hollywoodiana e dalle adiacenti colline punteggiate di ville mozzafiato, parate del privilegio e metonimie del successo. Proprio fra i docks portuali e le “case alveare” di una periferia orgogliosa della propria etica di lavoro ha inizio il “c’era una volta” di Mike e Dennes, all’anagrafe Mike Watt e Dennes Boon, amici di infanzia e poi compagni di scuola. Un feeling particolare li unisce: gli stravaganti e surreali monologhi di Dennes affascinano Mike e, crescendo, i due condividono passione e gusti musicali appresi da riviste come Cream e Crawdaddy. Mike strimpella il basso, Dennes la chitarra, ascoltano Bob Dylan, Creedence Clearwater Revival e Captain Beefheart e il punk, certo, che imparano a conoscere frequentando i club nati sull’onda del successo dei Ramones e dei Clash. L’impatto sonoro di quelle band che si scatenano in canzoni di brevissima durata è come un magnete che li attira e i due si convincono che sì, anche loro ce la possono fare. Chitarra e voce, basso e batteria, uno schema semplice, dopotutto. Boon e Watt hanno tanto da dire sul disagio del proletariato, e mentre i loro sodali di strada scrutano nell’hardcore, i due coinvolgono un loro ex compagno di scuola che suona la batteria, George Hurley, abbandonano le cover suonate con gli amici e formano prima i Reactionaries, poi, all’inizio del 1980, i Minutemen (nome mutuato dalle unità speciali delle milizie delle Colonie Americane, i cui membri, sottoposti a un addestramento aggiuntivo, dovevano essere pronti per le emergenze “con un minuto di preavviso”). L’etica dell’impegno l’hanno appresa in famiglia, da piccoli, e quell’imprinting si riflette in tutte le loro scelte: duro lavoro, vita modesta, vestiti semplici e vaffanculo al glamour dell’American way of life… e allora, dopo il tentativo di lanciare una fanzine di taglio politico, “Prole”, Mike e Dennes (che intanto ha deciso di farsi chiamare D. Boon, in assonanza con il nome del vocalist dei Blue Öyster Cult Eric Bloom) organizzano concerti gratuiti per gruppi underground allo Star Theatre di San Pedro e fondano l’etichetta New Alliance alla fine del 1980 (che pubblica “Land Speed Record” degli Hüsker Dü). Registrano di notte, a basso costo, perché la loro filosofia “jamming econo” mira a ottimizzare risultati col minimo dispendio di risorse. Già: “jamming econo”, un’attitudine che non è solo prerogativa di un gruppo che fa due passi indietro rispetto all’immagine della tipica rock band mainstream, ma che si può applicare anche ad altri contesti: per esempio al lavoro, oppure quando si mangia o si fa la spesa, insomma, uno stile di vita. Essere fedeli a se stessi, ecco tutto. Mantenersi ideologicamente sani attraverso un rigido controllo etico, un farsi carico della propria esistenza perché, come cantano Mike e Dennes: “la nostra band potrebbe essere la vostra vita”. Durante le prime esibizioni dal vivo il loro sound mostra in nuce tutti gli elementi dei successivi lavori, con canzoni venate da influenze funk, jazz e folk che sono ruvide scosse ipercinetiche di uno a due minuti, canzoni infarcite da una sintassi distorta che trattano di imperialismo e sfruttamento dei lavoratori, perché è dalla classe lavoratrice che proviene il loro sound e là è diretto. Sfidare l’edulcorata scena commerciale ma stupire gli stessi punk, per non rimanere intrappolati nelle regole condivise dall’ortodossia musicale. Fra il 1980 e il 1983 escono uno dietro l’altro “Paranoid Time”, “Joy” e “Bean-Spill”, tre Ep affiancati da due lavori in studio, “The Punch Line” e “What Makes A Man Start Fires?” Questi lavori esaltano quello che è ormai lo stile del gruppo, fatto di ritmi irregolari e “stop and go” improvvisi, con i riff veloci della chitarra di Mike, le figure melodiche del basso di Dennes e i ritmi funk della batteria di George Hurley. Le canzoni che scrive Mike sono astratte, intimiste, mentre quelle di Dennes hanno un approccio meno articolato e più sloganistico, politicizzato e influenzato dall’etica egualitaria del punk, perché per i Minutemen “avere diritto di parola sul posto di lavoro è come aver diritto di parola con la musica”. È la filosofia del “do it yourself”, un appropriarsi della propria vita diventando i boss di se stessi, senza passare l’esistenza come pedine di una burocrazia che avvantaggia solo chi sta in cima alla piramide, perché la distribuzione del potere artistico somiglia troppo da vicino alla distribuzione della ricchezza. Nel marzo del 1983 registrano il loro quarto EP, “Buzz, Or Howl Under The Influence Of Heat”, un disco in gran parte inciso su un due piste per pochi dollari. Poi, sull’esempio dei loro amici Hüsker Dü, che pubblicano “Zen Arcade” (un concept album doppio inciso in tre giorni), i Minutemen cercano di imitarli incidendo il loro terzo album in studio, “Double Nickel On The Dime”, un doppio di quarantatrè tracce mixato con l’ausilio dell’ingegnere del suono Ethan James e completato in una decina di giorni, che vende 15.000 copie in un anno e diventa il “best seller” della band nonché disco paradigma dell’èra indie. Sembra quasi una purga di tutta la musica commerciale che Mike e Dennes si sono sorbiti nel passato e, mentre History Lesson (part II) narra della loro ormai mitica amicizia, la cui eco risuona anche nella commovente Anchor (presente nel precedente lavoro in studio), non mancano i pezzi a sfondo politico, a cominciare da United Song For Latin America, che esprime la solidarietà per i ribelli di El Salvador che lottano contro il governo repressivo installato dagli americani, per proseguire con Viet Nam e This Ain’T No Picnic, un loro classico sul tema del razzismo. Dopo l’uscita di “Double Nickel On The Dime” la band va incessantemente in tour, perché il concerto, lungi dall’essere un mezzo per promuovere il disco, è l’unica possibilità per guadagnare qualcosa e mantenersi. Dopo l’Ep “Tour Spiel” del 1984, i Minutemen pubblicano l’anno dopo il loro decimo lavoro, “Project:Mersh”, un disco di solo sei canzoni che, giocando sull’ironia del termine “mersh”, fa il verso al tipico sound commerciale vendendo la metà di “Double Nikels”. Nel 1985 esce “3-Way The (For Last)”, un disco più rilassato rispetto ai precedenti, con echi psichedelici, ritmi latini e con alcune cover dei Meat Muppets, Blue Öyster Cult e Creedence Clearwater Revival. Segue un tour con i R.E.M. e, l’idea per un nuovo disco da sviluppare dopo il ritorno di Dennes dall’Arizona, dove gli tocca trascorrere le feste dai genitori della sua ragazza. Sono all’apice del successo, i Minutemen. Al ritorno di Dennes li attende un lavoro affascinante: scrivere la musica su una decina di pezzi che il famoso critico e scrittore Richard Meltzer (paroliere dei loro idoli Blue Öyster Cult) ha dato a Mike. Insomma, tutto alla grande e…“c’era una volta due amici. Si chiamavano Mike e Dennes…” siamo partiti da qui, ricordate? Come in una favola. Già, però le favole spesso hanno un finale amaro, e anche la nostra, purtroppo, non sfugge a questa regola. Il 23 dicembre 1985 Dennes è a bordo del camper della band. Sta percorrendo la Interstate 10, direzione Tucson. Non si sente bene, è disteso sui sedili posteriori. Alla guida c’è la sua ragazza. La strada è poco illuminata. Un colpo di sonno, una sbandata, l’urto fatale. Per Dennes Boon non c’è scampo. Il percorso terreno del “bambino sognatore” di San Pedro termina a 27 anni, in una fredda notte dell’inverno dell’Arizona… e con il suo, finisce anche quello dei Minutemen, un percorso visto con gli occhi di due amici d’infanzia, perché quando l’oscurità ne inghiotte uno, anche l’altro non potrà più ritrovare la luce per proseguire ma, ogni favola che si rispetti deve concludersi con una frase, giusto? Una frase concisa ma significativa che sia una sorta di morale. Magari come quella che, molti anni dopo, Mike Watt pronuncerà alla fanzine Fluke quando, al giornalista che gli chiede come vorrebbe essere ricordato, risponderà semplicemente: “Come il bassista di D. Boon”.

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