Mina: “Città vuota” (1963) – di Francesco Picca

Jerome allungò il bicchiere verso Mort, che improvvisava una variazione melodica, a testa bassa, e sembrava non essere li. Allora posò il cristallo sul legno laccato, lentamente, per non smorzare le vibrazioni che si liberavano dalla cordiera. Mort sollevò le dita dalla tastiera, incrociò lo sguardo liquido di Jerome, afferrò lo scotch tintinnante e accennò a un brindisi. Mancava qualcosa all’aria londinese. Forse mancava semplicemente l’aria di Brooklyn. Me la immagino così una pausa di lavoro di Jerome Solon Felder, in arte Doc Pomus, e Mort Shuman. Entrambi allevati nella culla di Brooklyn ed iniziati al R&B nei club newyorkesi, si ritrovarono a Londra nei primi anni 60. Il primo cantante e cantautore, molto apprezzato come performer blues, il secondo più incline alla composizione e alla produzione. Nel 1962 scrissero It’s A Lonely Town, per la voce nera di Gene McDaniels. Il testo finì tra le mani del siciliano Pino Cassia che lo tradusse per la voce di Mina. La trasposizione non fu fedelissima: le strofe italiane si fecero smunte  e la musica originale, traslocata dal Do# al Si bemolle, venne scarnificata al limite della sussistenza con un movimento cromatico piuttosto standard. Ma Cassia sapeva bene che il resto mancante lo avrebbe garantito il talento della “Tigre”. Il brano uscì negli ultimi giorni del 1963 con il titolo di Città vuota. Mina lo cantò in diretta Rai la sera del 10 gennaio 1964, dopo un anno di esilio dal grande schermo a causa della nascita di un figlio al di fuori del sacramento coniugale. L’ostracismo bacchettone della dirigenza di via Mazzini allineato alla cappa clericale che mortificava ogni ambito artistico fu sotterrato in una sola notte dall’enorme successo del brano. La mattina successiva era già al nono posto in classifica. Per sei mesi rimase saldamente tra le prime dieci hit. Nell’estate del 1978 la stessa Mina propose un remake, questa volta affidato a un arrangiamento in chiave Jazz di Pino Presti che si adattò perfettamente agli indimenticabili live sul palco del Bussoladomani. La retorica del testo di Città vuota è abbastanza popolare, con le strade affollate, il vociare e le risate della gente, una città brulicante di vita che tuttavia continua ad apparire vuota in mancanza della persona amata. Eppure, mettendo da parte i tecnicismi, resta sul banco un piccolo capolavoro. Il brano è una sintesi perfetta della società italiana degli anni 60, la “società del benessere” riversata in strada, sorridente e frenetica, intrisa dei successi di quel “miracolo economico” che proprio nell’autunno del 1963 ebbe il suo punto apicale. Uomini e donne impegnati nella rincorsa al cambiamento, ingegnati ad afferrare ciò che mai avevano avuto, che forse non avevano mai nemmeno desiderato. La misura del progresso è data da un’automobile, da un frigorifero, da una lavatrice. Mancano ancora più di dieci anni alla presa di coscienza di alcuni errori di fondo e al conseguente inevitabile conflitto sociale. Intanto, però, prende forma la “società civile”, intesa come intreccio tra il modernismo industriale e l’inclusione sindacale, tra la mobilitazione civica dell’associazionismo e una nuova cultura giovanile fortemente influenzata dalle suggestioni musicali. L’euforia è il rumore di fondo di questa rincorsa e mi sembra di ritrovarlo compiutamente nella musica e nelle parole di Città vuota. L’iperbole vocale di Mina, poi, rende al meglio la colorazione di questo drappeggio che, però, io amo immaginare in bianco e nero. Forse perché lo associo alle foto di quegli anni, alle istantanee che ritraggono mia madre, con i capelli scolpiti dalla lacca, il vestito sopra il ginocchio, le grandi lenti da sole e una sigaretta tra le dita che rappresenta un poderoso manifesto di emancipazione e di ribellione. In quelle foto ritrovo tutta l’euforia, la tenera illusione, la curiosità inespressa, il desiderio di desiderare… e resto a guardare quegli scatti sfumati nelle declinazioni del grigio, stretto tra le mie labbra che ammiccano un sorriso, mentre ascolto: “Le strade piene / la folla intorno a me / mi parla e ride / e nulla sa di te / io vedo intorno a me / chi passa e va / ma so che la città / vuota mi sembrerà / se non ci sei tu”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Un pensiero riguardo “Mina: “Città vuota” (1963) – di Francesco Picca

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.