Mina: “Ancora, ancora, ancora” (1978) – di Francesco Picca

Anno del Signore 1978. RAI, Radio Televisione Italiana. Durante la trasmissione “Mille e una luce” la schiena del Bel Paese viene attraversata da una scarica improvvisa. Lo sguardo dell’intera nazione si coagula attorno alle immagini di un video musicale registrato, ritenuto oltremodo audace dal regista Piero Turchetti, tanto da costringerlo ad una serie di effetti multi screen per opacizzarlo e ovattarlo. Quella sera di settembre Mina Mazzini apparve per l’ultima volta in Tv. Il brano musicale era Ancora, ancora, ancora, testo di Cristiano Malgioglio, musica di Gian Pietro Felisatti e arrangiamenti di Alberto Nicorelli. La purezza artistica della performance, registrata durante la calda estate versiliana, ritrovò piena dignità, nella versione originale, come sigla finale della trasmissione televisiva “Minissima 2010”. Fu lo stesso ideatore e conduttore del programma, Paolo Limiti, a ricordare che la mattina successiva alla messa in onda le rivendite di dischi furono prese d’assalto e le copertine di Mina volatilizzate come borotalco al vento. Sono quindi occorsi più di trent’anni affinché un manifesto assoluto e inattaccabile della sensualità femminile potesse trovare pieno accoglimento e piena legittimazione. Sottolineo il termine “inattaccabile” perché, a distanza di decenni, il tema della sessualità resta ancora un campo di feroce scontro dialettico e ideologico, bloccato su retaggi anacronistici che sollevano numerosi dubbi sulla reale portata del balzo in avanti compiuto. Dovrebbe, la sessualità, rappresentare un ambito protetto di scambio vivo ma libero, scevro da qualsiasi steccato moralistico. La modulazione del pensiero a riguardo, invece, soffre di cuspidi e sbalzi estemporanei che ricordano le preoccupanti extrasistoli di un cuore sofferente. Quella del video di Ancora, ancora, ancora è una Mina allusiva, impertinente, che passa più volte la lingua su due labbra incredibilmente lucenti per effetto di un rossetto distribuito senza parsimonia. Proprio alcuni primi piani della bocca erano stati l’oggetto della censura nel 1978, oscurate al pari della nudità di un martire nel quadro di un pittore impazzito. Gli occhi sono incorniciati da tanto mascara e da un ombretto glitterato. Una sottile catenina al collo, quasi troppo stretta, fa da supporto per una pietra trasparente come una goccia di cristallo. Un anello al pollice della mano destra, un semplice cerchio, fende l’aria come un’arma, l’ennesima, tra le sue mani. Niente smalto sulle dita magnetiche che sciupano le onde dei capelli, li scompigliano, li portano da un lato all’altro della testa mentre gli occhi della Tigre restano fissi sulla camera, tra sorrisi e ammiccamenti. Le spalle scoperte lasciano immaginare una nudità provocatoria. Ecco, l’immaginazione. E’difficile, difficilissimo, quasi impossibile rendere l’idea di questo video senza mostrarlo. E’ come dover descrivere ogni singola piega del drappeggio della Nike di Samotracia. Corrono in aiuto le parole del testo. Alcuni passaggi sono cruciali. La sommessa accettazione che il partner possa andar via, ad esempio, già in apertura, con la bruciante rassegnazione intimamente legittimata da un “ti capisco” che sigilla il tradimento paventato. Oppure quel “sensuale sul mio cuore”, sospeso tra carnalità e romanticismo. Un irrituale “pigliarmi”, intercalare tipicamente partenopeo che sembra voglia dare maggior credito al gesto e rafforzarne la passionalità; un richiamo ad abbracci e baci del cinema nostrano, come quelli sofferti e quasi disperati tra Mastroianni e la Loren sul terrazzo soleggiato di una Roma ingabbiata. E poi alcune parole che riportano il testo ad ambiti più concettuali, come “percezioni”, oppure “inclinazioni”, salvo poi tornare alla fisicità della “bocca”, delle “mani”, del “collo”, mentre l’implorazione “ancora” quasi si sostituisce alla punteggiatura e, sul finale, incornicia il desiderio di “restare” per “consumarmi”. Il testo, il video, l’interpretazione di Mina reclamano un doveroso esercizio di contestualizzazione. Il 1978 è il cuore di un triennio cruciale, il ’77-’79, quello che la studiosa Anna Rossi-Doria individua come la “crisi” del femminismo. Negli ultimi giorni del 1977 il Senato aveva approvato la Legge 903, promossa da una donna, il ministro del lavoro Tina Anselmi: un sostanziale passo in avanti per l’eliminazione delle disparità di genere in ambito lavorativo, impunemente perpetrate per un lungo trentennio che aveva visto clamorosamente disattesi numerosi dettami costituzionali. Del 1978 è la legge sull’aborto, licenziata dopo quasi cinque anni di estenuanti discussioni politiche e di iniziative parlamentari e referendarie. A Mina va riconosciuto il merito di aver accompagnato la nostra società lungo un difficilissimo, impervio percorso di apertura culturale, reso ancora più ostico dal manto grigio ed opprimente di un puritanesimo cattolico tanto inflessibile quanto contraddittorio. Un rumore di fondo, quello del formalismo e dell’intransigenza, che per decenni ha influenzato e limitato i percorsi di molti artisti. La stessa Mina era già incorsa nel 1962 nella longa manus della censura: la causa era stata la sua maternità al di fuori del matrimonio. Quando fu fotografata sorridente, col pancione, al fianco del compagno Corrado Pani, un rotocalco non ebbe altro da dire se non “ma chissà cosa avrà da ridere”. Il prezzo, allora, era stato l’allontanamento per un anno dagli schermi TV. Ma l’effetto dirompente di Mina non risparmia nemmeno la cosiddetta “seconda ondata” del movimento femminista, quella che indicava proprio i mezzi di comunicazione di massa come delle trappole sociali pervase da dinamiche sessiste. La stessa Mina ha più volte ricordato come la stampa di quegli anni la definisse una “pubblica peccatrice”. Dovremmo chiederci quante altre occasioni di libera espressione artistica siano state sacrificate sull’altare della legnosità morale, quante di esse siano andate irrimediabilmente perse. Tornando alla tecnica censoria operata dal regista Turchetti, va sottolineato che al video si mise mano a partire dalla seconda puntata del programma. Pertanto, parlando di “mano”, sono tentato di immaginare quella curata e inanellata di un alto prelato in tenuta purpurea che, dopo la prima proiezione,  afferrò la cornetta e articolò paradigmi affilati all’orecchio ossequioso e riverente di qualche dirigente RAI. Facciamo tesoro dell’audacia di Mina. Custodiamo gelosamente la dirompènza delle note articolate dalla sua voce unica, la sua S sibilata a rimarcare la carnalità delle parole, i suoi grandi occhi che illuminano la scena e la stessa storia del nostro Paese. 

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