Mike Doughty: “The Heart Watches While The Brain Burns” (2016) – di Giorgio Cocco

Quando si lascia una traccia indelebile nella storia del Rock con un opera importante come “Ruby Vroom”, capolavoro dei Soul Coughing del 1994 e di tutto il Post/Rock americano, non è facile dar seguito ad una carriera in cui ogni volta si vorrebbe ripetere la stessa favola. Se poi quella band implode qualche anno dopo, tra litigi per le royalties ed una evidente crisi creativa, il rischio di vivere nel ricordo di una memorabile quanto breve stagione può diventare una pericolosissima abitudine. Mike Doughty c’è cascato con tutte le scarpe alla maniera, già vista centinaia di volte, delle rockstar in caduta libera: alcol ed eroina. Un brutto film che andò di pari passo alle pessime recensioni che accolsero gli ultimi lavori della band newyorchese. Nel 2000, dopo essersi dato una bella ripulita, Doughty è tornato con “Skittish” il primo album solistico. Da allora in poi ha onorato la second chance che gli è capitata in sorte, mettendone a segno un’altra decina, tutti contrassegnati da una voce profonda e comunicativa e dal sound riconoscibilissimo fin dagli esordi con i Soul Coughing. Quel Pop sbilenco, con forti attitudini allo spoken word, contaminato da tutto un po’: Electro Funk, Swing e Folk. “The Heart Watches While The Brain Burns” prosegue nel rispetto di questa tradizione, stavolta fa capolino anche il Reggae (Sad Girl Walking in the Rain), e se dovessimo trovare una connessione più stretta nella produzione recente viene in mente il fascinoso e riuscitissimo “Yes and Also Yes” del 2011. Per Doughty è una prima volta fuori dalla sua New York, l’album infatti è stato realizzato a Memphis, dove si è trasferito recentemente, e i 12 brani che compongono la scaletta sono stati ispirati da una relazione amorosa finita male. Comunque sia, e andando al sodo, le sensazioni che questo nuovo lavoro dispensa ai primi ascolti sono contrastanti. Con Mike Doughty d’altronde funziona così da una vita, si storce il naso e intanto si continua a tenere il disco sullo stereo in attesa che il miracolo avvenga. Cosa che puntualmente accade anche a questo giro, la spasmodica ricerca del ritornello, che di primo acchito irrita e non poco, alla lunga fa’ il suo effetto senza curarsi del malcapitato che rimarrà incastrato tra i suoi ricercatissimi marchingegni compositivi. Vedi le splendide: I Can’t Believe I Found You in That Town, Dawn/Gone e Give Me Something, brani che s’insinuano nel cervello e non si ascolta altro per giorni interi.

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