Mike Cooper: “Five Albums On Three Discs” (2019) – di Pietro Previti

Per quanto ristampati in formato CD per la prima e sola volta, singolarmente, nel lontano 2006 dalla giapponese Strange Days Records, va senz’altro segnalata l’encomiabile uscita della BGO Records che ha riunito in un’unica confezione i primi cinque albums di Mike Cooper: “Oh Really?!” (1969), “Do I Know You?” (1970), “Trout Steel” (1971) “Places I Know” (1972), “The Machine Gun Co. with Mike Cooper” (1973), accompagnandoli come bonus tracks ad un paio di introvabili singoli. Si tratta di un importante lavoro di recupero che farà la gioia non solo degli appassionati di blues acustico, ma anche quella degli ascoltatori legati all’intramontabile stagione musicale inglese a cavallo tra i fine Sessanta ed i primi Settanta. Notevole l’opera di rimasterizzazione compiuta da Andrew Thompson nel 2019 presso gli studi Sound Performance di Londra. Mike Cooper, nato a Reading, Inghilterra il 24 agosto 1942, bluesman, chitarrista e cantante, compositore, musicista avant-garde e cittadino del mondo è tutt’ora in attività alle soglie degli ottant’anni.
Attraversa tutti gli anni 50 e 60 ascoltando e suonando musica. Inizialmente è lo skiffle, un blend inventato dagli americani che riunisce country e blues, jazz e folk e che porterà successivamente alla nascita del rock’n’roll. La vera svolta avviene, però, nel 1961 ad un concerto di Sonny Terry e Brownie McGhee. Mike viene folgorato dal blues acustico in tutte le sue anime e derivazioni, dal country blues al delta blues. Contrariamente alla maggioranza dei coetanei inglesi che si avvicinano alla musica dei bluesman di colore perché affascinati dai suoni elettrici, Cooper approfondisce le tecniche chitarristiche slide e bottleneck. Acquista una chitarra in metallo della National Reso-Phonic e fonda in quello stesso 1961 The Blues Committee. Gli anni a seguire sono di formazione ed incontri. Tante serate ad esibirsi in compagnia o da solo nei folk club inglesi, ma anche europei. Mike è ovviamente di casa in quello di Reading, dove passano i vari John Renbourn, Bert Jansch, Davey Graham, Al Stewart, Michael Chapman e Roy Harper.
Arrivano anche le prime pubblicazioni discografiche con i due EP, “Out of the Shades” (1965), a nome suo e del chitarrista Derek Hall, e “Up the Country Blues” (1968) con Ian A. Anderson (musicista folk, da non confondere con il leader dei Jethro Tull). I tempi sono maturi per il primo album a suo nome Oh Really!?” che arriva nel 1969 per la Pye Records. Vi compaiono tredici brani di blues acustico ad iniziare da Death Letter di Son House e Bad Luck Blues del leggendario Blind Boy Fuller. Ma già dal terzo brano Mike rivela le sue non comuni qualità di compositore, provvedendo a scrivere da sé tutti gli altri pezzi secondo le varie declinazioni del country-blues. Da questo punto in poi Cooper comporrà tutti i brani che compariranno nei suoi dischi. Nelle note di copertina un entusiasta Mike Absalom rivendica the emergence of a white blues sound. In un paio di brani compare il suo vecchio compagno Derek Hall, ma si segnala soprattutto la presenza come produttore di Peter “Ace” Eden, che aveva ricoperto un ruolo determinante per la carriera di Donovan.
È l’inizio di un sodalizio che sarà fondante anche per i successivi quattro album che comporteranno il trasferimento di Cooper dall’etichetta madre a quella sussidiaria, la mitica Dawn, label riservata alle musiche underground e progressive. Gli undici brani di “Do I Know You?” (1970) rappresentano una naturale evoluzione dell’artista verso forme maggiormente cantautorali. Ancora una volta il bluesman di Reading fa tutto da sé, dando sfoggio delle sue abilità chitarristiche in Theme In C ed in Thinking Back. Da questo lavoro iniziano a comparire anche le prime registrazioni ambient (campane, mare, cinguettio di uccelli), preludio a ciò che verrà negli anni a seguire, mentre la presenza di collaboratori è limitata soltanto al controcanto di Poor Little Anne in Think She Know Me Now e alla conclusiva Looking Back, ove ad accompagnarlo al contrabbasso è il jazzista sudafricano Harry Miller, già presente in incisioni di Manfred Mann, Mike Westbrook e nei Centipede di Keith Tippet.
Do I Know You”? può considerarsi alla stregua di un piacevole album di transizione alla ricerca di uno stile più personale e maturo che trova la sua piena realizzazione in “Trout Steel“. Questo è sicuramente l’album da avere, se ne desiderate uno solo. Le sessioni di registrazione vengono portate a termine negli studi della Pye nei mesi di agosto e settembre 1970. In effetti vi è una distanza siderale rispetto al disco precedente. Sorprende, inoltre, la presenza di tanti musicisti invitati a collaborare, segno della considerazione e stima che Cooper iniziava ad avere in ambiti musicali anche distanti dal suo. Si ritrovano solisti di estrazione jazzistica come Mike Osborne e Alan “Skid” Skidmore nei sette minuti di Pharaoh’s March di ispirazione free-psych jazz. La varietà dei generi dei brani è tanta, ma la qualità resta alta. Si passa dalla westcoastiana In The Mourning alla breve nenia acustica di A Half Sunday Homage To A Whole Leonardo Da Vinci (Without Words By Richard Brautigan). Weeping Rose è un folk-blues acustico che sembra scritto dai Pentangle, la lunghissima suite I’ve Got Mine è il momento di maggiore spicco, tra ingenuità hippy e tensioni improvvisative.
Nei credit del disco compaiono gli Heron, oscuro gruppo compagno di scuderia alla Dawn, il pianista jazz John Taylor, i contrabbassisti Roy Babbington e Harry Miller, il batterista Alan Jackson (Mike Westbrook), i chitarristi Bill Boazman e Stefan Grossman ed ancora altri collaboratori, tutti a suonare sotto gli sguardi divertiti e partecipi di Norma Winstone e dello stesso Mike Westbrook invitati a presenziare alle registrazioni. D’altronde la crescita di Cooper nel 1970 era passata anche per l’EP Your Lovely Ways (Part 1 & 2), articolato brano con la direzione di Michael Gibbs, che vede la presenza del formidabile chitarrista Chris Spedding, poi Roy Babbington e John Marshall (futuri Softs), il percussionista Frank Ricotti e i pianisti Michael Pyne e John Michell.
Il percorso con il produttore Eden continua con questo EP ed i due album successivi. La novità è che a partire dal quarto album, “Places I Know” (1971), Cooper riunisce un gruppo di musicisti di Reading, composto da suoi vecchi conoscenti ed amici, con i quali in passato più di una volta aveva incrociato le strade nel locale folk club. Nascono così The Machine Gun Co., band aperta composta da Alan Cook (piano, ex-Trader Horne), Bill Boazman (chitarra), Geoff Hawkins (sax), Johnny Van Derrick (violino), Jeff Clyne (basso), Laurie Allan (batteria), Les Calvert (basso elettrico) e Tim Richardson (percussioni). “Places I Know“, che almeno inizialmente si immaginava in formato doppio LP, presenta nove brani di orientamento cantautorale, alcuni dei quali impreziositi dagli arrangiamenti del ritrovato Michael Gibbs, mente illuminata del movimento jazzistico britannico. Nella sognante Time to Time compare come eterea voce solista la stessa Norma Winstone, presente pure nel coro denominato Dawn Chorus. Da segnalare Broken Bridges, ballad acustica in equilibrio tra piano e violino, Paper and Smoke con il vivace inserto fiatistico, la conclusiva Places I Know per sola chitarra acustica, pianoforte e campane di cavallo castigliano (!).
Nel 1972, quando oramai era prossima la conclusione di questa fase di carriera, esce “The Machine Gun Co. with Mike Cooper”. Questa volta il nome del gruppo è anteposto a quello di Cooper, ma sarebbe un errore ritenere che Mike si limiti soltanto a ricambiare il favore alla band per la partecipazione all’album precedente. Il punto è che si tratta di brani registrati in due nottate, nei giorni 28 e 30 giugno 1971. Sia chiaro che non siamo in presenza di jam allucinate o alcoliche. I cinque brani, sempre a firma di Cooper, mostrano una band assolutamente affiatata e convincente, formata dallo zoccolo duro dei soli Cooper-Hawkins-Cook-Calvert-Richardson. So Glad (That I Found You) è il capolavoro dell’album. Quindici minuti di musica improvvisata, creativa e stravolta. Non ci sarà un seguito, però. Sempre in quel 1972 vede luce il 45 giri “Time In Hand/Schaabisch Hall”. Se nelle intenzioni di Eden e della stessa Dawn doveva essere la facciata A la traccia in grado di trainare la carriera del musicista di Reading, è proprio Schaabisch Hall a lasciare il segno e a chiudere questa prima, interessantissima fase dell’artista. Una delicata melodia per pianoforte e violoncello a chiudere un percorso e a preannunciarne un altro. Questa, però, è un’altra storia che continua ancora ai nostri giorni.

Foto video e articolo Pietro Previti©tutti i diritti riservati 
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