Michele Prisco: “La Dama di Piazza” (1961) – di Marina Marino

“Era diventata proprio una bella donna, Aurora De Simone maritata Castiglia, forse un po’ pingue, per chi avesse avuto gusti più fini”. Comincia così la seconda parte di questo romanzo che narra la saga di una famiglia che si intreccia con la Storia di Napoli e dell’Italia. Inizia nel 1919 e termina nel secondo dopoguerra… per usare una frase fatta, nella Storia si incuneano altre storie. La storia della famiglia  De Simone, la vita di Aurora, che seguiamo, che ho seguito senza riuscire a staccarmi.  Aurora, che conosciamo a diciotto anni e salutiamo sulla soglia dei cinquanta, dotata di un’intelligenza senza voli, ma rapida e pronta, che ha la gran fortuna di non rimpiangere, non rimuginare,  non autoinfliggersi tormenti ma perseguire obiettivi. Dalla madre, Amalia, ha assorbito la smania della scalata sociale e, se la madre inizia prestando soldi a usura, lei continua con gli uomini… dimentica in fretta Lillino, il  primo amore, quando si profila un matrimonio con l’avvocato Alfredo Castiglia da cui, per convenzione e dovere, avrà due figli, Tonino ed Emilia. Di questo matrimonio, durato dodici anni, non sappiamo… intuiamo la solitudine dei coniugi. Alfredo timido, taciturno, chiusocoltoAurora “presa e acquietata dalle esigenze materne”. Alfredo morto in Africa, ignaro dell’adorazione della figlia… Aurora di cui non si conosce un’amica, una cugina, una donna con cui parlare. Mai, in tutto il lungo romanzo. Lei, madre distratta e distante, ha come vera creatura il bar che, da “Caffetteria De Simone” diverrà “Bar Addis Abeba” e poi, con l’arrivo degli Americani, “Arizona Bar”. Aurora, che  diventa baronessa sposando, facendosi sposare da Basilio Vasquez, che la inizia ai piaceri del sesso. “Ma tu sei vergine, mia cara!”  “E due figli come li ho avuti, con lo Spirito Santo?“. Aurora che usa il sesso come mezzo o piacere, meglio… sfizio, disincantata e  pratica. Disperso Basilio in guerra, Aurora, cercandolo nel palazzo nobiliare condiviso, si imbatte in un galante militare francese, una veloce avventura e, scendendo, costeggia il cadavere di una vecchia dal cranio spaccato un’occhiata, prosegue. Questo attimo, forse più di Curzio Malaparte, descrive una città piagata, piegata, infettata dal cancro dell’indifferenza… e Napoli sa essere anche così. L’unico uomo che sembra raggiungere il cuore di Aurora è Oscar, giovane cugino ospite in casa, che le regala tenerezza e desiderio. Lei corre il rischio di essere scoperta, l’amore rende liberi o schiavi, ospitandolo ogni notte nel suo letto. Una lettera anonima, scritta da Tonino… e Oscar sparisce dalla sua vita, ma Aurora non è Blanche Duboiscade e si rialza raccontandosi, come spesso facciamo tutti, un’altra storia, un’altra verità e, se l’assale un momento di vaga nostalgia, giunge all’uopo l’adolescente garzone del bar, timido, per una scopatella di controra che la spinge a canticchiare. Si scava nel passato, una mesta relazione con il migliore amico di Alfredo che lei lascia, certa di poter salire quando vuole su un taxi e tornare “Lui non l’avrebbe mai respinta, così come non l’aveva mai veramente desiderata”. Michele Prisco è un maestro dei dettagli, di frasi che aprono altre storie, “Emilia dalle ossa lunghe e sottili”, “i talloni rosei di Oscar”, il buco nella suola di Amalia, morta nel bombardamento alle Poste Centrali, ricordo vivo e pulsante dei miei genitori, il matrimonio in grande di Emilia “alcune partecipazioni rimasero nel cassetto, non si seppe proprio a chi spedirle”, e Aurora che volteggia sulle superficie delle cose, si concede un rimpianto, il primo… Emilia sarà accompagnata all’altare da Lillino “che poteva essere suo padre, se le cose fossero andate come dovevano andare”. Aurora che quel giorno confessa al primo fidanzato “Con te non sarei buona a far niente, non chiedermi perché” e qui Prisco ci fa vedere, non immaginare, le dita contratte e distese della donna nella seta lisa delle calze. Alla fine, Aurora, sola, che dall’autista si fa portare a San Martino e dal telescopio guarda la città, i passanti piccoli come formichine, che soffrono, corrono, s’affannano, “Ma lo sanno che la vita è un boccone? Lo diceva sua madre, Alfredo, o la madre di Alfredo?”. Cosa importa? Michele Prisco ce lo ricorda attraverso la sua eroina… la consapevolezza improvvisa di lei, e lo dovremmo ricordare noi. Sempre. La vita è un boccone. Aurora, come Napoli, sopravvissuta a due guerre mondiali e varie catastrofi personali, ha vissuto voracemente, continuerà a farlo, perché noi possiamo rammentarcene. Difficile provare non solo empatia, ma immediata sim-patia per un personaggio come questo, una donna che non chiede protezione, che fa libero uso del suo corpo… non una mater dolorosa, dotata di un feroce istinto di sopravvivenza, avida e scontenta, forte, spesso ipocritanon da compiangere o da comprare. Una donna che pretende e non chiede, circondata di affetti e infinitamente sola, sempre pronta a saltare sul carro del vincitore, sempre pronta a pagare da sola il bruciore delle sue ferite. Improbabile trovare in Letteratura una donna così. Guardatevi intorno, nella vita, e ne troverete i tratti in una zia, in una nonna, nei volti istoriati di rughe delle anziane che vivono sole e che avrebbero tanto da raccontare. Aurora la troverete nella vita, che resta un boccone, per alcuni un boccone di ruggine e vetro, per altri una delizia da gourmet… ma che non sia mai, per favore, una polpetta pallida e insapore… Aurora non la mangerebbe. E neanche io. Buona vita.

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