Michele Placido con Marco Zurzolo & Davide Costagliola: “Suite per voce Solista” (S.ElmoEstate2018) – di Marina Marino

Napoli, 6 Luglio 2018Poesia, forse dal greco poieo, fare, produrre, creare, giocare (molteplici i significati… quasi intraducibile) o, secondo un’etimologia etrusca meno nota: “bocca attraverso la quale parla Dio”. Ieri sera,  a Castel S. Elmo, Michele Placido, con Marco Zurzolo e Davide Costagliola, ci ha regalato emozioni a profusione, senza risparmio, (esiste altro modo di dare?) sotto un cielo estivo in cui le stelle sono coperte dalle nuvole e vanno cercate con lo sguardo. Si comincia con Salvatore Di Giacomo  e “Pianoforte e notte”,  poesia altissima, e quasi si sentono  inudibili note remote… si prosegue con un colpo centrato al cuore, “L’isola” di Pablo Neruda, e li vediamo, i due amanti dormire sulla spiaggia… sembra fosse amatissima da Massimo Troisi, se ne comprende subito il motivo. Placido è prodigo di racconti autobiografici, dal padre che recitava l’Inferno dantesco ai bambini spaventandoli e divertendoli (chi non ha mai fatto questi teatrini caldi e intimi per i propri figli piccoli ha perso un’occasione irripetibile di gioia), da Napoli, luogo fiabesco, in cui rinnovare il guardaroba, pranzare da Zi’ Teresa e alla fine, di sera, stanchi e incantati, godersi il teatro. Si procede con l’amore, sul velluto delle note di Zurzolo che al sax dà nuova vita a classici napoletani (PassioneTammuriata Nera, I’ te vurria vasa’, per citarne solo alcune), e sale sul palco Anna Gargano, in un abito a fiori, “non attrice ma lettrice di poesia”, nonché compagna del figlio Michelangelo, che legge un brano amaro, dolcissimo, che non conoscevo, di Alda Merini“Lettere”… e solo una donna poteva farlo. Il desiderio, il sogno, impossibile e atroce, di dare un figlio all’uomo che l’ha tradita e abbandonata… credo l’abbiamo provato quasi tutte, e l’anima si scudiscia e dilata, toccherà a lei, interpretare la struggente ironia di Elsa Morante (“Dormi qui, riposa nel cerchio delle mie braccia”), e l’amante viene chiamato, quasi invocato. Placido continua con Guido Gozzano e le sue signore golose in pasticceria, una straordinaria interpretazione de “L’infinito” di Giacomo Leopardi… c’è un vento pungente, non recita Eduardo, ne parla come uomo, del suo rapporto difficile con Peppino, come fratello, come padre, vecchio e stanco (“con una voce che sembrava già venire da lontano”), orbo di Luisella, la figlia dodicenne morta anni prima e del figlio Luca, a cui non ha risparmiato nulla nel mestiere e insegnato tutto, del legame con il teatro, totalizzante (“e non ti accorgi che i figli crescono”). La commozione è forte, il resto si lasci al silenzio, come invita Placido in una  poesia  di rara potenza di Edgar Lee Masters, o alla musica, che esprime meglio, a volte, delle parole, quello che non si riesce a dire. Cala il vento ed il continuo e irritante passaggio degli aerei, si conclude con un estratto del V canto dell’Inferno, “Paolo e Francesca”, (“Perché Dante va interpretato, non letto”… un lieve riferimento a Benigni?) e questi versi, che conosco dal liceo, si fanno carne… Francesca è una donna innamorata, non un’anima dannata; Paolo quasi si nasconde dietro di lei, con-dannata e non certo pentita, e all’ultimo, celeberrimo verso, “e caddi come corpo morto cade”, l’attore lascia cadere dalla mano un foglio, che gira su se stesso… un rapido volo, un’idea di fuga, prima di toccare il suolo. Silenziosamente.

Foto Pietro Previti © tutti i diritti riservati 
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