Michail Bulgakov: Ponzio Pilato… da “Il Maestro e Margherita” – di Marina Marino

Napoli, 7 aprile 2019. Nel settimo giorno del mese più crudele, in una Città che o soffre di letargia oppure, come in questi giorni, gli eventi si affastellano, costringendo a slalom o scelte draconiane, nella chiesa di San Rocco a Chiaia, un gioiello, una perla. Si tratta di “Ponzio Pilato”, tratto da “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, ridotto e tradotto mirabilmente da Assunta De Caro. Con le musiche di Mozart e Patrizio Marrone; letto, recitato, interpretato, “sentito” da Gennaro Piccirillo, diplomatosi nel 1992 all’Accademia Teatrale del Bellini. Per quasi novanta minuti sono strappata a me stessa.  Come si fa a decidere della vita di un uomo, decidere se  recidere o no il filo a cui la vita di ognuno di noi è sospesa? La tradizione cattolica ci rimanda l’immagine di un Pilato pavido e imbelle, che tacita i suoi eventuali dubbi con il gesto plateale di lavarsene le mani, accompagnato dalla frase “Io mi lavo le mani del sangue di quest’uomo”. Qui Bulgakov ci restituisce un uomo stanco, profondamente solo, “non puoi riversare tutta la tua affettività su un cane”, gli dirà, con logica affilata, Jeshua,  tormentato da un’emicrania che gli gonfia gli occhi, gli ingiallisce la pelle e gli intorbida i pensieri, rendendogli seducente come un rasoio l’idea di una coppa di veleno scuro a effetto rapido. Un essere umano, insomma. Jeshua, con il viso ferito e un chitone azzurro lacero e liso sembra un condannato come gli altri. Sembra, sono davvero poche, nella vita, le cose, le persone che sono quel che sembrano. Jeshua è docile, dolce, proclama che siamo tutti buoni: quelli che non lo sono è perché sono soli, parlano tra loro in aramaico, greco, latino; le parole sono punteggiate dalla lingua del pianoforte, dai testi che sottolineano e raccontano,  nel linguaggio della musica che, come un sorriso o un pianto, ingloba ogni altro idioma, una storia che si integra e completa con quella  verbalizzata. Jeshua che legge nella mente di Pilato, che lo libera dall’emicrania, mentre scompaiono, per un attimo, i ruoli di carnefice e vittima. Un attimo, Jeshua ha proclamato di credere in un solo dio e in un unico potere, impensabile, imperdonabile per Kaifa, il sacerdote. La fine è nota, la storia anche, qui Bulgakov dona a Pilato il regalo e il tormento del dubbio, il grido senza suono della rabbia inespressa e impotente; gli rende il passo pesante e gli sbriciola dentro ogni granitica certezza, ne fa un uomo che preferisce sfuggire la folla, cosciente di essere stato un servo del potere. L’aria si abbruna, l’attore lascia il leggio, ci si pone davanti per immaginare un incontro, dopo duemila anni, in un posto indefinito, spazio e tempo perdono valore e coordinate, magari in quel momento il processo sarà ancora in essere, magari no, la piccola chiesa candida sembra aprirsi, dilatarsi, sento sulle guance due lacrime lente che non asciugo, hanno sapore di dubbi e domande urlate al cielo. Sono viva, sono umana, sono io.

Foto Pietro Previti©tutti i diritti riservati 
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2 pensieri riguardo “Michail Bulgakov: Ponzio Pilato… da “Il Maestro e Margherita” – di Marina Marino

  • Aprile 14, 2019 in 10:50 pm
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    Grazie Marina, sono anni che lavoro su testi letterari, ma raramente ho avuto una recensione così profonda. Avrei voluto conoscerla la sera del concerto, spero di incontrarla prima o poi.

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  • Aprile 18, 2019 in 2:08 pm
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    Patrizio, sono io a ringraziare lei dell’attenzione.

    M.

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