Michael Zadoorian: “Beautiful Music” (2018) – di Isabella Dilavello

Detroit, Michigan. 23 luglio 1967. Ore 3.37 a.m. La polizia fa irruzione in un bar privo di licenza dando inizio a una sommossa che durerà cinque giorni: 43 morti, 1.200 feriti, di cui alcuni gravi, circa 7.200 arresti e 2.000 edifici distrutti. L’irruzione fu solo la causa scatenante, la tensione era già altissima in città. Perché? La Grande Migrazione all’inizio del 900, dal Sud al Nord, della popolazione afroamericana, aveva incrementato il numero dei cittadini a Detroit, ma non era aumentata l’offerta delle case, del lavoro, della parità sociale. Emarginazione, povertà, rifiuto dell’integrazione, pregiudizi razziali, per quanto all’inizio degli anni 60 fossero in diminuzione, erano ancora una fiamma accesa e bastò quel ramoscello secco per far divampare un incendio rivoltoso di portata enorme. La polizia, quella stessa polizia a maggioranza bianca che chiamava sprezzante i ragazzi neri “boy” e le ragazze “honey” e se le trovava sole in strada le arrestava per prostituzione, irruppe nel bar per chiuderlo, convinta di trovarci poche persone: invece ne trovò 80 a festeggiare i ritorni dal Vietnam, “eroi” se fossero stati bianchi… invece erano neri. Quel tentativo di arrestarli tutti finì con l’arrivo della Guardia Nazionale, dell’esercito, dei paracadutisti. Un assedio. Una quartiere distrutto. Probabilmente una coscienza politica nuova. Sicuramente un cambiamento nell’ambiente musicale cittadino e nazionale. John Lee Hooker per primo cantò la rivolta nel suo blues Motor City Is Burning e  numerose band abbandonarono il garage, per farsi più rabbiose e impegnate. “Sono seduto sul dondolo dietro la nostra casetta nella zona nordovest di Detroit. A un anno dalla sommossa, mia madre finalmente si arrischia a farmi uscire di casa, a condizione che resti in giardino” (“Beautiful Music” pag. 17). È dunque in questa atmosfera, a Detroit, nella Detroit appena dopo la rivolta, che si muove “Beautiful Music”, l’ultimo romanzo di Michael Zadoorian. Senza la pretesa di voler raccontare le sfaccettature politiche e sociali  di quei giorni, di fatto le racconta (quelle di allora e quelle di oggi) attraverso la voce di un adolescente alle prese con la sua fragilità, con le sue insicurezze, con il suo rapporto con una madre fatta di assenza e di depressione e di un alcolismo sempre meno latente, con un padre idolo, amato anche quando non lo capisce e morto troppo presto perché si frangesse ai suoi occhi, con l’isolamento scolastico e sociale perché troppo silenzioso, troppo sfigato, troppo studioso, troppo pauroso. Danny ha imparato a muoversi nei corridoi della scuola rapido e senza far rumore per essere più trasparente possibile e evitare i pugni e le prese in giro dei bulli di turno. Danny è un milione di ragazzini che incontriamo e non vediamo, salvo poi leggerne notizia sul quotidiano locale per un braccio rotto o per un tentativo di suicidio che a volte riesce. Ma Danny si salva. Danny ha una bolla. Danny ha uno scudo. Ce l’ha sin dal risveglio, quando dalla cucina arrivano i suoni attutiti della stazione radio preferita dalla madre, ce l’ha nei viaggi in macchina con il padre sintonizzato sul canale Beautiful music che chiude i programmi al tramonto procurandogli una malinconia che non sa raccontare, ce l’ha nei pomeriggi a costruire modellini ascoltando tutta la musica possibile. Fino alla scoperta del rock. Fino a scoprire che la sua voce in radio funziona. Fino a scoprire che il suo amore per i Led Zeppelin lo rende parte di una comunità. Cresce, Danny. Cresce e si guarda intorno. Cresce e vede il colore della sua pelle, così bianco, e sente le differenze e il dolore delle differenze. Cresce e percepisce il fastidio, sotto l’amore, per i genitori e quel loro sprezzo da razza superiore verso i neri, espresso quasi senza farci caso, senza la volontà di far male, con tutta la contraddizione che questo porta. Cresce e cerca di sopravvivere a quella contraddizione. “Sento la puntina girare sull’ultimo solco del disco, a ripetizione, un piccolo scoppio di elettricità statica ogni due secondi. Fisso la striscia di luce di fronte a me, ormai scintillante, ascoltando il silenzio radiofonico, senza sapere se sono sveglio o addormentato, se sono vivo o morto, e allora penso che alla fine è successo. Sono diventato la dissolvenza. “ (“Beautiful Music” pag. 338). Zadoorian ha il dono di una scrittura lieve e profonda, che sa raccontare l’universale attraverso piccoli particolari. Già con “Second Hand” e con “In Viaggio Contromano” (sempre editi in Italia da Marcos y Marcos) si viene catturati da un lessico quotidiano e altissimo e da quelle atmosfere così umane, delicate e violente insieme, che tratteggiano i volti di chi sa di non essere un vincente secondo lo schema previsto, ma prova con la polvere e con le toppe, a farsi carico di una esistenza vera. Ritroviamo in “Beautiful Music” lo stesso suono di parole indulgenti, una carezza per chi ha i capelli fuori posto, i vestiti fuori moda e cammina praticando l’arte del volteggio per sopravvivere agli schiaffi. Non si tratta dell’elegia del perdente.Quanto piuttosto di uno sguardo lucido sulla realtà delle cose. Perché di vincenti ce ne sono ben pochi. Forse, davvero, nessuno. “Beautiful Music” è dunque un romanzo generazionale, politico, d’amore, di formazione… un romanzo storico (50 anni di differenza fanno storia), un romanzo d’attualità (difficile non ritrovare il presente in questo racconto), poetico, musicale. Un romanzo perfetto? No, per fortuna. È “Beautiful Music”, che a un certo punto chiude le trasmissioni, quando fa buio e si resta in silenzio a contare i nostri pensieri e non vorremmo, e l’ansia da dissolvenza ci fa tremare. Leggere questo libro è accendere la radio. Consiglio la lettura accendendo quella che abbiamo dentro. O una che suona ancora indefessamente Johnny Cash, Led Zeppelin, Iggy Pop and the Stooges, The Who e Jimmy Hendrix…e poi ancora da capo… tutta la musica di ogni adolescenza che cerca lo scarto, l’autodeterminazione, la velocità di un viaggio, la fotografia del tempo.

I see a man without a problem
I see a country always starved
I hear the music of a heartbeat
I walk and the people turn and laugh

Is it in my head
Is it in my head
Is in my head here at the start?
Is it in my head
Is it in my head
Is it in my head or in my heart?

I pick up phones and hear my history
I dream of all the calls I miss
I try to number those who love me
And find exactly what the trouble is

Is it in my head
Is it in my head
Is in my head here at the start?
Is it in my head
Is it in my head
Is it in my head or in my heart?

(The Who: Is It In My Head? –  “Quadrophenia”)

Michael Zadoorian: “Beautiful Music” (Marcos y Marcos 2018)  trad. Claudia Tarolo 

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