Michael Reeves: “Il Grande Inquisitore” (1968) – di Maurizio Fierro

La campagna inglese del XVII secolo è il teatro in cui si muove il witchfinder Matthew Hopkins, un sadico cacciatore di streghe al servizio dell’inquisizione anglicana. Siamo nel pieno della guerra civile che vede contrapposti i realisti di re Carlo I e i parlamentari capeggiati da Oliver Cromwell e, alla purezza del verdeggiante panorama dell’est dell’Inghilterra, fa da contrasto la bassezza della corruzione umana, simboleggiata dal rosso acceso del sangue ma anche del fuoco, con i roghi a far da camera di combustione della vicenda. Hopkins, nel film di Michael Reeves “Il Grande Inquisitore” (Witchfinder General 1968) è un laconico e imperturbabile Vincent Price (lontano dalla teatralità gigionesca di alcuni sue interpretazioni cormaniane) che viaggia in compagnia del suo scagnozzo, John Stearne, in cerca di donne accusate di stregoneria, attraversando i villaggi rurali della contea del Suffolk, dove i rapporti sociali sono fondati su leggende, superstizione e intimidazione, e la vox populi vale più di qualsiasi Legge. Saziando il suo istinto perverso e crudele, dopo averle violentate e torturate, Hopkins le fa condannare e giustiziare in modo atroce ma, quando le sue attenzioni ricadono su Sarah, la figlia di un prete di campagna, incapperà nella tremenda vendetta del marito della giovane, un ex soldato di Cromwell.
Girata in cinque settimane, con poche risorse a disposizione, (il direttore della fotografia, John Coquillon, utilizza una singola fotocamera Arriflex, mentre la base di produzione è un hangar per aerei della seconda guerra mondiale in disuso), la terza e ultima pellicola dell’enfant prodige della cinematografia inglese (da lì a pochi mesi, a soli 26 anni, Michael Reeves morirà per un’overdose di barbiturici) è una sorta di revenge-movie dai richiami western, ispirato alla biografia affollata di violenza e follia di Matthew Hopkins, uno dei cacciatori di streghe di Oliver Cromwell, accusato di aver ordinato la morte di oltre 200 persone tra il 1644 e il 1647. Accolto con favore dal pubblico, meno dalla critica, “Il Grande Inquisitore” è un film brutale, disturbante, attraversato da una violenza che reca con sé il retrogusto del compiacimento e dell’autoindulgenza, e per questo sottoposto agli strali della censura, che taglia numerose scene a dispetto della volontà di Reeves, che invece le ritiene necessarie per la riuscita artistica tout court. Il regista regala al protagonista lo statuto del cattivo per antonomasia – una specie di incarnazione del male – e i suoi piani sequenza senza stacchi alternano il gelo inquisitore dello sguardo di Vincent Price (una fissità che reca con sé i germi di una tabe atavica, perché poi, come scrive Kierkegaard “ciò che si vede dipende da come si guarda”) ai volti della folla con cui assiste alle esecuzioni con voyeuristica partecipazione, svelando la labilità del confine fra il bene e il male, ci suggeriscono che anche l’innocenza non è immune dal contagio, e che gli istinti repressi riflessi in quei volti trovano sfogo nella brutale perversione dell’Inquisitore.
Già: i volti: feroci eppure docili, vaghi ma precisi, privi di un discorso interiore; volti di una massa pronta a farsi modellare, soggiogare, contagiare, spettatrice del proprio destino, sostanza amorfa e senz’anima, propagatrice inconsapevole delle nevrosi paranoiche di chi detiene il potere. È tutta per lui, la folla, per il Grande Inquisitore, che si accolla le scelte e soddisfa i bisogni di vite vissute senza rendersene conto. Le sequenze delle torture e dei roghi delle presunte streghe – di una violenza inusuale per l’epoca – si alternano a quelle che svelano e rivelano l’estasi animalesca del popolo che assiste ai supplizi, in un continuum narrativo che evoca altri spettacoli, magari meno violenti ma altrettanto macabri; e allora, mutatis mutandis, tornano alla mente i riti musicali e militareschi del nazismo, o quelli delle tremende Purghe staliniane”, in cui il popolo cede il controllo del pensiero ai proclami annichilenti e salvifici del potere.
Più o meno nello stesso periodo in cui il reale Matthew Hopkins compie le sue tristi imprese, un altro Grande Inquisitore, quello letterario di Fëdor Dostoevskij, protagonista di un famoso capitolo dei “Fratelli Karamàzov” (1879), manipola le debolezze degli uomini rinfacciando a Gesù, apparso in una piazza di Siviglia durante l’epoca dei famigerati roghi celebrati dall’Inquisizione spagnola per la gloria di Dio, di aver donato agli uomini un’inutile libertà, mentre “le uniche tre forze capaci di soggiogare la coscienza di questi deboli ribelli al fine di renderli felici sono il miracolo, il mistero e l’autorità”. Perché si sa, il male, lucido e coscienzioso conoscitore di anime, fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze e, fra “l’élite del bene” che pontifica di morale e chiede rigore, che discetta di libertà e responsabilità, e la maggioranza degli uomini soggetta a cadute e contraddizioni, che pretende protezione, sicurezza e semplificazione, a vincere sarà sempre un terzo incomodo, magari nelle vesti di un inquisitore postmoderno, un nuovo mago di Oz, un tiranno degli algoritmi abile nell’orchestrare il complesso spettacolo social-mediatico mercantile che ci circonda, ma sempre capace di sollecitare i bassi istinti degli individui, di far saltar fuori i loro troll e di blandirne le fragilità. “Spera il meglio e preparati al peggio”, recita un proverbio inglese: un panorama senza orizzonte come quello racchiuso negli occhi di Matthew Hopkins: uno sguardo fisso, corto, immerso in un cuore di tenebra e illuminato da una luce di sottile crudeltà.

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