Michael R. Roskam: “Le Fidèle” (2017) – di Maurizio Fierro

“Chi trova Bibì trova anche Gigì”. Dopo la nomination all’Oscar 2012 per il miglior film straniero con “Bullhead”, Michael R. Roskam e il suo attore feticcio Matthias Schoenaerts (presente anche nel successivo lavoro del regista “Chi è senza colpa” (2014) provano a riconfermarsi con “Le Fidèle”(presentato fuori concorso alla 74ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia), un pastiche cinematografico che strizza l’occhio al “Drive” di Nicolas Winding Refn (Premio alla migliore regia a Cannes nel 2011) coniugando il classico action movie con la love story drammatica. Ambientata a Bruxelles, la pellicola ha la scansione temporale della tragedia classica, con due episodi dedicati a ciascuno dei protagonisti e il terzo conclusivo, pas des fleurs, in cui la “coppia” sembra fondersi in una sorta di unità atemporale simboleggiata dalla frase che in qualche modo ha dato il là al loro rapporto: “pas des fleurs”, appunto. Gino Vanoirbeek, detto “Gigì” (un ottimo Matthias Schoenaerts) è un affascinante rapinatore di banche che maschera la sua professione criminale dietro una non meglio precisata attività di import-export di autovetture. Bénédicte “Bibì” Delhany (Adèle Exarchopoulos, già protagonista in “La vita di Adèle”, di Abdellatif Kechiche) è la rampolla di una famiglia benestante che si diletta come pilota di auto da corsa. L’incontro tra i due fa scoccare la scintilla dell’amor fou, e da questo momento Eros – il fuoco che brucia e fa sentire vivi, una forza provvidenziale che ti strappa dalla pelle quel genere di tristezza che anela a qualcosa di grande – la fa da padrone, escludendo ogni altra via e seguendo la propria conducendo per mano la narrazione di Roskam, impegnato a seguire la vicenda della coppia in un continuo saliscendi fra differenti dimensioni di genere, alla ricerca di un sempre precario punto di equilibrio. Sembrano diversi, “Gigì” e “Bibì”. Come diversa è la loro estrazione sociale. Tuttavia, un misterioso fluido li attira: perché poi è proprio l’incontro con qualcosa di molto affine e tuttavia sempre inconfondibilmente altro a creare quel quid pluris che affascina. Lui esprime quel tipo di dolcezza che lascia intravedere una sottotrama fatta di rabbia interiore per un passato di soprusi. Lei ha un’espressione sperduta, tormentata, ed è come se il suo sguardo nasconda una segreta consapevolezza, un’anticipazione di dolore che confonde. Per loro la vita non ha previsto alcun “metro, boulot, dodo”, come dicono i francesi: la tipica quotidianità di chi è schiacciato in un anonimato di routine, scandito da metropolitana, lavoro e nanna. No, “Gigì” e “Bibì” sono entrambi in fuga dai propri tormenti, alla ricerca di qualcosa che li faccia sentire vivi… e non importa se le rapine e le corse automobilistiche sono gratificazioni fuggevoli e pericolose (“Non so perché facciamo quello che facciamo, non lo capisco, lo facciamo da quando eravamo ragazzi. Tutto questo ci tiene in vita, come te quando guidi la tua macchina”, dice a un certo punto “Gigì”). “Gigì” non ha la forza di uscire dal giro e fugge, “Bibì” lo implora di smettere poi lo raggiunge; lui viene arrestato e si pente, le lo va a trovare in prigione e lo perdona… e allora insieme programmano una maternità che possa rendere ancora più simbiotiche le loro esistenze. Quando poi la dea bendata decide di volgere le spalle alla coppia bussando alla porta di Bénédicte, come una fine lontana che non ti accorgi di aver già raggiunto, la prospettiva di sacrificio fa balenare la trama invisibile della sua vita, facendo diventare il piano inclinato del film ancora più ripido e, la forte fisicità che ha accompagnato fino a quel momento la pellicola, scivola verso un finale mélo che il regista sceglie di rendere quasi prossimo al metafisico, facendo fluttuare le ultime sequenze fuori dalla loro banale realtà. Avvalendosi del fascino e dell’intensa interpretazione dei due protagonisti, Michael R.Roskam ha voluto narrare un amore che è “per sempre”, accogliendo in pieno quella “discesa dell’eternità del tempo” che Alain Badiou descrive nel suo “Elogio dell’Amore”. Un viaggio in contromano rispetto all’attuale tendenza nichilistica, una sorta di sospensione del tempo che fa a pugni col politically correct della relatività di ogni relazione amorosa, in cui si vive per sottrazioni, in una sorta di economia delle emozioni.
Bibì: “Di te ci si può fidare?”
Gigì: “Tu certo che ti puoi fidare, sì. Tu puoi”.
Bibì: “Non hai niente da nascondere? Allora dimmi il tuo più grande segreto”.
Gigì: “Faccio il criminale e rapino le banche. Dai, adesso tocca a te, dimmi qual è il tuo segreto più grande?”
Bibì: “Sei pronto? Non è che ti spaventi?”
Gigì: “No, tranquilla, te lo giuro. Su, dimmelo”.
Bibì: Io sono immortale”.
Già: la fiducia e la fedeltà…. e se per rendere questo anelito all’Ideale romantico occorre andare a tutta velocità per le strade di una Bruxelles livida attraversando incroci con il semaforo rosso, beh, vivaddio, anche a questo serve il cinema, a spingerci verso una volontaria sospensione dell’incredulità… e non importa se i segni di un amore eterno durano soltanto il tempo previsto dal copione, e che al termine della proiezione il gioco di illusione sarà finito.

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