Michael Mann:”Manhunter: frammenti di un omicidio” (1987) – di Maurizio Fierro

Fra il 1805 ed il 1820 William Blake dipinge una serie di quattro acquarelli incentrati sulla figura del Grande Drago Rosso. Sono tutti ispirati al Drago descritto nell’Apocalisse del Vangelo di Giovanni. Gli acquarelli ritraggono “Il Grande Drago Rosso e la Donna Vestita col Sole”, “Il Grande Drago Rosso e la Donna Vestita di Sole”, “Il Grande Drago Rosso e la Bestia Venuta dal Mare” e, infine, “Il Numero della Bestia è 666”. Il talento visionario del grande poeta e pittore inglese influenza lo scrittore Thomas Harris, che porta su pagina il potente simbolismo del Drago Rosso nel suo romanzo “I Delitti della Terza Luna”. Lo scrittore, che ha personalmente ammirato il primo acquarello di Blake al Brooklyn Museum, si vede a sua volta trasporre su grande schermo il suo romanzo dal regista Michael Mann, che nel 1986 dirige “Manhunter: frammenti di un omicidio”. Successivamente ci sarà un sequel, “Red Dragon”, di Brett Ratner, del 2002. Il protagonista letterario e cinematografico è Francis Dolarhyde, un serial killer psicopatico soprannominato “The Tooth Fairy”, fatina dei denti, per la sua tendenza a lasciare terrificanti morsi sui corpi delle vittime causati anche dalla inusuale dimensione della suoa dentatura, oggetto di diversi interventi chirurgici. Dal romanzo veniamo a sapere alcune notizie biografiche di Francis, utili per una maggior comprensione del personaggio. Francis Dolarhyde nasce col labbro leporino. Appena lo vede, la madre decide di abbandonarlo in un orfanotrofio. Successivamente viene affidato alla nonna, una persona con gravi problemi di equilibrio psicologico, e il bambino subisce continui maltrattamenti. Quando poi la nonna perde completamente la ragione, viene riconosciuto dalla madre che lo accoglie nella sua nuova casa. Qui, è vittima di ricorrenti abusi fisici e psichici da parte dei fratellastri. Si vendica uccidendo il gatto della sorellastra, e viene rispedito in orfanotrofio, dove continua a subire molestie, non perdendo però l’abitudine di infierire sugli animali. Insomma, il tipico quadro clinico anamnestico di un potenziale psicopatico. Fuggito dall’orfanotrofio, e dopo un arresto per violazione di proprietà privata, Dolarhyde si arruola nell’esercito all’età di diciassette anni. Impara a sviluppare le pellicole e, ritornato in abiti civili, trova impiego in un laboratorio di sviluppo fotografico di Chicago. La sua fragile personalità subisce una fascinazione perversa quando si imbatte nella visione del primo degli acquarelli di William Blake, “Il Grande Drago Rosso e la Donna Vestita col Sole”. Francis ne rimane talmente suggestionato da convincersi di poter trasformare se stesso nella figura mitologica. Decide quindi di tatuarsela sul petto. Sempre più in preda ad allucinazioni, Dolahyde comincia a uccidere… e lo fa in modo rituale, durante i periodi di plenilunio, i più idonei a favorire la sua trasformazione. Sceglie le proprie vittime dopo averle spiate sviluppando i filmini che gli vengono consegnati, e fa strage di due famiglie. Sulle sue tracce si pone Will Graham, ex agente dell’FBI richiamato dal pensionamento anticipato. Graham sta cercando di riacquisire il proprio equilibrio psicologico dopo aver catturato un pericoloso psichiatra antropofago, Hannibal Lecter, che esordisce su grande schermo proprio in questa pellicola. Lecter fornisce a Graham alcuni elementi utili per la comprensione della personalità dell’assassino, e la loro interazione anticipa di cinque anni quella fra Anthony Hopkins e Jody Foster ne “Il Silenzio degli Innocenti”, di Jonathan Demme, anch’esso tratto da un romanzo di Thomas Harris. In “Manhunter”, l’interpretazione magistrale di Tom Noonan conferisce al personaggio di Francis Dolarhyde le sembianze di un pericoloso psicopatico con tratti narcisistici e sociopatici. Una sorta di fuga identitaria, la sua, e la trasformazione nel Drago Rosso, figura mitologica che sprigiona violenza e forza sovraumana, è l’estremo tentativo di rivalsa da una vita segnata dai soprusi subiti fin dall’infanzia. Il rapporto che si viene a creare fra Graham e Dolarhyde non aggiunge nulla di nuovo al tropo cinematografico del poliziotto che cerca di entrare nella mente dell’assassino. Tuttavia, l’interpretazione dolente e minimalista di William Petersen, qui in una delle sue prime prove di attore, esprime bene i tormenti dell’ex agente richiamato in servizio dall’FBI, tormenti che si specchiano in quelli dell’assassino, anima votata alla perdizione, capace di frapporre distanze siderali fra sé e l’umanità che lo circonda. Eppure, nel momento in cui suscita l’interesse di una collega dello studio fotografico, una ragazza non vedente di nome Reba, qualcosa in Francis sembra risvegliarsi. La relazione con Reba pare infatti in grado di anestetizzare la furia omicida del suo alter-ego malvagio e osceno. La donna, non potendo vedere il labbro leporino, fonte di continuo malessere per Francis, riesce a non fargli provare disagio nel contatto umano. La potente forza terapeutica dell’amore si oppone al Drago Rosso, costringendolo a uscire di scena e ad accucciarsi in qualche stanza nascosta della psiche dell’assassino. La sequenza nella quale Francis riesce ad avere un rapporto sessuale con la donna, permettendole di appoggiare la mano sul suo labbro leporino, sprigiona una forte carica emotiva, e sembra aprire al protagonista un varco per un percorso di catarsi… ma è un’illusione. Basta infatti un fraintendimento, nel caso, un innocente bacio scambiato con un altro collega dello studio fotografico che aveva accompagnato a casa Reba, per risvegliare l’impulso irresistibile alla violenza, mandando in corto circuito l’apparente equilibrio di Francis. Il Drago si rimpossessa allora prepotentemente della scena interiore del personaggio che, nel cercare vendetta, rivolgendosi a Reba significativamente sentenzia: “No, non sono Francis, Francis se n’è andato. Francis se n’è andato per sempre”. Nelle “Metamorfosi” di Ovidio Medea afferma: “vedo il bene e lo approvo, e seguo il male”. Francis ha percepito il bene, poi ha seguito la terribile forza d’attrazione del male. Non c’è redenzione, in “Manhunter”. La scena finale in cui Graham uccide Dolarhyde salvando Reba, contrappuntata dalle note ossessive di In-A-Gadda-A-Vida degli Iron Butterfly, è lo scontato epilogo terreno di un’anima segnata dalle stimmate della perdizione. William Blake, genio solitario e complesso, dotato di una spiritualità al limite del misticismo visionario, quando ha dipinto la serie di acquarelli ispirati all’Apocalisse ha permesso al suo daimon di discendere nei recessi più oscuri della sua anima. Qui, l’incontro con il Drago Rosso si è sublimato in quattro raffigurazioni dal simbolismo oscuro. Francis Dolarhyde, folgorato dalla tremenda forza ancestrale che promana dal dipinto, non ha potuto impedire al suo alter-ego maligno di prorompere prepotentemente sulla scena dando presenza al Drago Rosso. Nella disperata ricerca di una trasformazione che potesse essere per sempre.

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Un pensiero riguardo “Michael Mann:”Manhunter: frammenti di un omicidio” (1987) – di Maurizio Fierro

  • novembre 29, 2017 in 7:54 pm
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    Gran pezzo ! Ora mi aspetto un tuo viaggio fino alla casa con le finestre che ridono ….

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