Michael Chapman: “50” (2017) – di Claudio Trezzani

C’è una cosa che molti chitarristi e cantautori folk blues britannici sognano di fare almeno una volta in carriera: registrare un disco “americano”, cioè attraversare l’Atlantico (anche solo metaforicamente) e cimentarsi con il luogo che ha dato i natali alla musica che amano; ed è proprio quello che ha fatto nel suo nuovo lavoro Michael Chapman, facendo il punto su 50 anni di onorata carriera (il “50” del titolo appunto).
Una discografia, la sua, piena di ottimi dischi mai abbastanza celebrati, che si arricchisce oggi della collaborazione con il giovane produttore-cantautore americano Steve Gunn, che coadiuvato da una band di giovani talenti, aiuta Chapman a realizzare il suo sogno americanoIn realtà il disco è stato registrato in Inghilterra ma la squadra statunitense aiuta il folker britannico a sfornare brani di ottima fattura venati di blues che oscillano sempre fra l’elettrico e l’acustico, aiutandoci finalmente a celebrare la tecnica chitarristica di Chapman e la sua voce profonda, segnata dagli anni passati on the road. Il disco è composto da brani nuovi di zecca, scritti per l’occasione e da altri, invece, già presenti nel repertorio del songwriter britannico, riarrangiati ex-novo per l’occasione. Non ci sono filler, e le canzoni testimoniano tutte di un talento compositivo ed esecutivo di assoluto valore, a partire dall’opener A Spanish Incident, dal sapore “texicano” e dalle citazioni di dylaniana memoria, con il banjo e il piano che ci trascinano in un vecchio saloon, alla spietata America del disastro finanziario di Money Trouble, dal sapore vagamente outlaw, tanto da sembrare uscita da un disco di Waylon Jennings. Insomma, “50” è un disco che ha il notevole merito di riportare alla ribalta un artista che avrebbe meritato negli anni una considerazione maggiore anche fra gli addetti ai lavori: le canzoni sono tutte di qualità e la produzione, lineare e mai invadente, lascia spazio al suono e al talento di Michael Chapman, il quale nonostante gli anni anagrafici e di carriera sulle spalle, ha ancora freschezza e voglia di fare musica di assoluta qualità. Alla resa dei conti, dopo aver ascoltato un disco di tale livello, sorge spontaneo il desiderio di conoscere meglio il passato di Chapman, un artista davvero poco considerato dallo star system. Vale la pena, allora, provare a recuperare due suoi vecchi album, che rappresentano i vertici di una cospicua discografia: Rainmaker” (1969) e Fully Qualified Survivor” (1970). Se amate il folk e il blues d’autore non rimarrete di certo delusi. Buon ascolto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *