“Miami Showband killings”: musica e sangue d’Irlanda – di Ilario Galati

A partire dalla metà degli anni 50, in Irlanda si diffuse il fenomeno delle showband: gruppi giovanili particolarmente abili nella riproposizione di successi internazionali. Senza che vi fosse uno stile predominante – le showband più in voga spaziavano dal folk al soul, dal rock’n’roll al rhythm and blues – questi complessi erano dediti alla reinterpretazione di cover ballabili e, sovente, accanto a chitarre ritmiche e soliste, basso e batteria, potevano contare su una più o meno nutrita sezione di fiati in grado di consentire loro repertori decisamente trasversali. Il fenomeno in questione, che godette di grande popolarità in particolar modo negli anni 70, fu esclusivamente ascrivibile all’Isola verde: dozzine di complessi si esibivano ogni sera in pub e sale da ballo, nonostante la guerra civile che stava dilaniando il Paese. Anzi, probabilmente fu proprio la ricerca di normalità da parte del proletariato giovanile irlandese a garantire il grande seguito di queste cover band. Inoltre, al tempo, la musica dell’Isola, a parte alcuni emigranti di lusso come Van Morrison, non brillava ancora di luce propria: The Undertones, U2, Pogues, The Waterboys, My Bloody Valentines, Therapy? e compagnia cantante sarebbero arrivati anni dopo per sancire la via irlandese al rock’n’roll. Se dunque le showband sono da considerarsi un fenomeno del tutto peculiare dell’Isola, una tragica vicenda connessa ad uno dei complessi più noti del movimento, varcò agilmente i mari per raggiungere le cronache dei maggiori giornali internazionali. Il 31 luglio del 1975 infatti, nel pieno del conflitto nordirlandese, alcuni componenti della più seguita formazione ascrivibile alla scena in questione, la Miami Showband, furono trucidati da uomini del controverso gruppo lealista paramilitare Ulster Volunteer Force. La Miami Showband fu fondata all’inizio degli anni 60 da Dickie Rock, un talentuoso cantante nato alla periferia di Dublino, e dall’impresario Tom Doherty. Il gruppo subì diversi cambi di formazione ma, a differenza di molte band locali, riuscì ad esibirsi con successo in altri Paesi e segnatamente anche negli USA. Nel 1972 Dickie Rock lasciò la band e, dopo una serie di avvicendamenti, lo scettro del complesso passò a Fran O’Toole, cantante solista e tastierista. Nonostante cambiamenti e defezioni, la notorietà della band in patria non ebbe tentennamenti, anche grazie alla stampa locale che li aveva eletti a beniamini. Si scrisse spesso dei Miami come della risposta irlandese ai Beatles: il giornalista e documentarista britannico Peter Taylor, autore tra l’altro di numerose inchieste sul conflitto nordirlandese parlò, riferendosi ai fan dei Miami di una devozione molto simile alla beatlesmania e di trasversalità dell’audience da ambo i confini irlandesi. Il tutto, negli anni più cruenti dei Troubles, ovvero quel conflitto a bassa intensità che vide fronteggiarsi lealisti unionisti e nazionalisti repubblicani e insanguinò l’Isola per tre decenni.
Prima della nuda cronaca di quello che avvenne quel maledetto 31 luglio del 1975, è necessario dare uno sguardo d’insieme al contesto: a seguito della guerra anglo-irlandese terminata nel 1921, sei contee dell’isola erano rimaste sotto il dominio inglese formando così l’Irlanda del Nord. In quei territori i cattolici erano minoranza e vivevano una condizione di apartheid; anche laddove erano maggioranza, come nella città di Derry (luogo tristemente noto per la “Bloody Sunday” del 1972), le circoscrizioni erano modellate di modo che i cattolici non potessero mai vincere le elezioni. Alle organizzazioni operaie cattoliche e di sinistra, si opponevano spesso gruppi paramilitari lealisti, in un crescendo di tensioni e violenze tali da rendere Belfast, la capitale dell’Irlanda del Nord, una sorta di città fantasma. Nel 1975 si ebbe una vera e propria escalation di violenze con le azioni dei due principali gruppi paramilitari lealisti, l’Ulster Volunteer Force e l’Ulster Defence Association, ai danni di sindacalisti e militanti, alle quali rispondeva la Provisional IRA, con gli attentati dinamitardi che inevitabilmente finivano per coinvolgere anche i civili. In tutto questo, gli attori statali ed in particolar modo la Gran Bretagna, assumevano decisioni con le quali sembrava si volesse di proposito gettare benzina su un incendio già fin troppo esteso. Lungi dal voler riassumere in poche righe un conflitto durato trent’anni e che è costato la vita ad oltre 3.000 persone, è però quanto mai necessario tracciare un quadro d’insieme nel quale far muovere le vittime di questa tragica vicenda, le quali erano del tutto estranee al conflitto. Si è cercato negli anni di individuare connessioni tra i musicisti della Miami Showband e questo o quel gruppo nazionalista repubblicano, senza dimostrare mai nessuna vicinanza o affiliazione. La realtà è purtroppo ancora più brutale: la band era composta sia da cattolici che da protestanti, e non era interessata alla politica. Semmai, come vedremo, furono i paramilitari lealisti a cercare di sfruttare la fama della band per i propri sporchi fini. Nel 1975 la Miami Showband si era assestata attorno ad una line-up di sei membri: Frank O’Toole (voce e tastiere. Cattolico), Tony Geraghty (chitarra. Cattolico), Brian McCoy (tromba. Protestante), Des McAlea (sassofono. Cattolico), Stephen Travers (basso. Cattolico), Ray Millard (batteria. Protestante). Il più giovane aveva 24 anni, il più vecchio 32. Due di loro, O’Toole e McCoy, erano sposati con figli. La loro musica era definita contemporanea e guardava in particolar modo al pop americano del tempo; in nessun caso le loro canzoni o i loro atteggiamenti erano riconducibili al conflitto irlandese. Il 31 luglio del 1975 la Band si sta spostando con un Volkswagen Type 2, pulmino molto diffuso all’epoca, verso Dublino, dopo aver suonato in una sala da ballo di Banbridge, una cittadina del County Down. Sono in cinque, poiché il batterista Ray Millard ha deciso di raggiungere i suoi genitori nella città di Antrim. Alla guida del furgone c’è McCoy con accanto Travers, a quei tempi probabilmente il bassista più famoso d’Irlanda. Mentre percorrono Buskhill road, una strada di campagna ad una sola corsia, il furgone si imbatte in un gruppo di uomini armati in uniforme che fanno gesti con una torcia: niente di strano, le strade dell’Ulster sono disseminate di check point dell’esercito britannico. I militari sembrano gentili e chiedono al gruppo di scendere dal “van” per un rapido controllo, ma quando i musicisti sono fuori, ecco arrivare altri uomini armati, una decina in tutto, con le armi spianate. La situazione sembra comunque sotto controllo: McCoy si fa avanti e presenta la band, mentre uno dei militari scherza con loro chiedendo chi fosse Dickie Rock, il membro fondatore che da anni ha abbandonato i Miami. Stando al racconto dei sopravvissuti, durante il controllo giunge un’auto con a bordo un militare la cui uniforme è differente da quella degli altri soldati e comincia ad impartire ordini. Secondo la ricostruzione del giornalista Martin Dillon (autore, tra l’altro, di “The Shankill Butchers” (1989), un saggio su un’altra vicenda di inusitata violenza che ruota attorno al conflitto nordirlandese), si tratta di un comandante dell’Ulster Volunteer Force, gruppo paramilitare lealista già noto per le violenze contro civili cattolici. Secondo Dillon, mentre i membri della band allontanatisi dal furgone conversano coi soldati, due uomini armati piazzano una bomba ad orologeria da 4,5 kg sotto il sedile del conducente del pulmino. Il piano, si scoprirà in seguito, è quello di far credere che la band sia un corriere che trasporta esplosivi per conto dell’IRA, di modo da poter dare il via ad un’ondata repressiva nei confronti dei militanti cattolici delle zone di confine, nonché mettere in serio imbarazzo la Repubblica d’Irlanda che avrebbe dovuto così aumentare i controlli al confine, limitando le azioni dei gruppi repubblicani irlandesi. Ma le cose non vanno secondo i piani poiché, per un errore dei paramilitari la bomba esplode subito (probabilmente per una saldatura mal fatta o un problema col timer). Muoiono sul colpo i due terroristi dell’UVF Harris Boyle e Wesley Somerville. A questo punto, gli altri soldati del gruppo paramilitare, storditi dall’esplosione, capiscono che bisogna eliminare i testimoni del check point fasullo, che nel frattempo sono stati sbalzati dalla violenza della deflagrazione a svariati metri di distanza dal veicolo, e cominciano a sparare all’impazzata contro i musicisti. Brian McCoy è il primo a cadere, colpito 9 volte alla schiena dai proiettili di una Luger. Stephen Travers è gravemente ferito, Geraghty e O’Toole provano a soccorrere il compagno. O’Toole viene raggiunto e ucciso con 22 colpi di mitraglietta, la maggior parte dei quali sparati al volto; Geraghty viene agguantato poco dopo ed eliminato con 2 colpi alla nuca: entrambi gli uomini avevano supplicato di essere salvati. McAlea, ferito leggermente, riesce a far perdere le sue tracce nel sottobosco, mentre Travers, gravemente ferito, decide con successo di fingersi morto. I paramilitari hanno fretta, temono di essere scoperti e fuggono via. Sulla scena della strage giungerà qualche ora dopo la RUC, la polizia dell’Ulster, avvertita da McAlea. La descrizione che ne fanno i militari è quella di un paesaggio di guerra: si pensi che l’esplosivo impiegato era così potente che dei due terroristi dell’UVF rimane ben poco, ad eccezione di un braccio di Somerville, facilmente riconoscibile poiché marchiato con un tatuaggio che riporta la sigla del gruppo lealista a cui apparteneva, ritrovato ad oltre 100 metri dal luogo dell’esplosione.
Non mancarono naturalmente i tentativi di depistaggio da parte dei paramilitari, con ricostruzioni improbabili volte ad avvalorare la tesi che la band fosse di fatto una sorta di propaggine dell’IRA, al punto che ai due terroristi che piazzarono la bomba, Boyle e Somerville, furono concessi i funerali solenni. Inoltre, negli stessi giorni, altre uccisioni furono perpetrate a danno di civili cattolici da parte di paramilitari con la solita modalità dei falsi check point. Negli anni successivi, grazie anche alle testimonianze dei sopravvissuti Travers e McAlea e al lavoro di indagine di giornalisti e inquirenti, si stabilirono le responsabilità dell’UVF e della milizia britannica dell’UDR, Ulster Defence Regiment, mentre concreta è l’ipotesi che dietro l’operazione ci fosse la regia dell’MI5, i servizi segreti britannici. La giustizia ha anche fatto il suo corso, e alcuni responsabili hanno conosciuto il carcere per lunghi anni, mentre altri sono morti senza pagare e senza esprimere alcun rimorso ma, a distanza di più di 40 anni, sembra che questa sconvolgente vicenda sia stata sostanzialmente cancellata, anche e soprattutto in Inghilterra. Lo stesso Travers, nel 2007, ha deciso di tornare a parlare della strage dopo lunghi anni di silenzio proprio con un libro testimonianza dall’eloquente titolo “The Miami Showband Massacre – A Survivor’s Search for The Truth”, affinché una storia così tremenda non sia completamente rimossa, anche alla luce di ciò che accade oggi: ad esempio, racconta il bassista nel suo libro, è utile sapere che mentre a Dublino c’è una statua che commemora il sacrificio insensato di quei tre musicisti, sulla Buskhill Road, la strada dove avvenne la mattanza, non c’è nulla – una targa, un cippo o altro – che la ricordi come monito alle nuove generazioni. Perché? A detta di Stephen Travers, quella è una zona ancora fortemente lealista alla corona e, a distanza di oltre vent’anni dagli “accordi del Venerdì Santo” che posero fine alla guerra, per il musicista c’è ancora tanto odio fratricida che scorre per le verdi e apparentemente placide brughiere d’Irlanda. Un odio che la Miami Showband, con la sua musica suonata indifferentemente per cattolici e protestanti, da un lato e dall’altro della barricata, cercava concretamente di arginare e sconfiggere. A riprova di ciò, si visiti la pagina Twitter di Travers, sulla quale a proposito della Miami Showband, scrive un epitaffio che mette ancora oggi i brividi: “Band cattolica e protestante del Sud e del Nord, abbiamo sconfitto il settarismo ovunque suonassimo”.

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