Mia Martini: “Spaccami il cuore” (1985) – di Girolamo Tarwater

Mettiamo subito le cose in chiaro. Mia Martini è la voce italiana che preferisco, praticamente fuori classifica (in classifica, invece, stravince Mina). Nondimeno la sua carriera e la sua discografia (che in fondo è quello che ci rimane del suo percorso artistico) sono, per quanto sempre interessanti e mai banali, segnate da discontinuità e cesure anche qualitative non da poco. La mia preferenza – assoluta – va alla parte finale della sua vita, da E non finisce mica il cielo, quella in cui la sua energia interiore (sarebbe più giusto dire rabbia) è introiettata in modo così personale e intenso da diventare un unicum, un tesoro inimitabile, facendo di lei una interprete commossa, o piuttosto stravolta, dalla sua stessa interpretazione. Musicisti e parolieri le hanno dato delle canzoni bellissime e toccanti che lei ha portato a disperata, dolcissima intensità. C’è una canzone che – a mio avviso – inscena i paradossi di Mia Martini (scusate, ma io non riesco a chiamarla Mimì) in modo esemplare. Le incomprensioni e ingiustizie (con parziali recuperi) subite sono state declinate dal suo canto, con un vibrato che sposta via via l’energia dalla “quantità” (una potenza comunque mai non indifferente) alla “qualità”, attraverso un urlo che tende più al silenzio del raccoglimento sofferto che al grido. Canta per il pubblico, sì, ma soprattutto per sé, canta se stessa.
Spaccami il cuore incarna (perché la voce di Mia Martini è carnale, ha a che fare con le corde vocali, i muscoli del collo, quelli delle mandibole, della labbra: è una performance fisica) le contraddizioni e le contrarietà a cui la musicista non si è mai risparmiata. Una prima tensione – più esteriore e, alla fine, per quanto lancinante e drammatica, oltre che decisiva forse, non la più importante – riguarda la sua accoglienza nell’ambiente musicale. Paolo Conte ha scritto questa canzone per lei in occasione del Festival di Sanremo del 1985, ma il pezzo (col senno di poi clamorosamente) non viene nemmeno accettato per la gara. In effetti l’arrangiamento è quanto meno discutibile, un connubio veramente malriuscito tra canzone d’autore e arrangiamenti pop. Mia Martini, che nel 1982 a Sanremo aveva già attraversato “aspera” ed “astra” con E non finisce mica il cielo, premiata appositamente dalla critica per risarcirla “moralmente” della bocciatura nel concorso, sparisce dalle scene, ritornando, proprio a Sanremo, nel 1989 con Almeno tu nell’universo e questa volta le cose vanno meglio.
Nel 1992 registra un concerto, “Per aspera ad astra”, che sarà pubblicato in VHS quattro anni dopo, postumo. La versione di Spaccami il cuore è quasi irriconoscibile se confrontata con la registrazione del 1985. L’accompagnamento è, per la prima parte della canzone (quella decisiva), lasciata al solo pianoforte, con il risultato di mettere in risalto la voce della cantante. Ma ci sono altre due operazioni che rendono diversa la canzone. La prima riguarda l’arrangiamento della canzone stessa che, alla fine, vede coinvolta tutta la band in un crescendo che ritesse la canzone con un suono più pieno, con tanto di batteria e tastiere, ma non come una pienezza che riempia un vuoto. È piuttosto una declinazione diversa, una resa a certe sonorità più popolari che, comunque, qui restano ancora combinate a scelte fuori dai canoni, come suggerisce l’uso del kazoo. Tastiere e batterie avvolgono, accompagnano la voce, ma essa non ne vuole sapere. La abbracciano, almeno armonicamente, con grande tatto ma il rischio è quello di una anestetizzazione.
Dopo aver trattenuto per sé la canzone, ora è come se la lasciasse andare, libera di dispiegarsi fuori di sé: ormai dentro non ce la fa più a stare. Il finale di questa versione più che un crescendo è una resa.
La voce di Mia Martini è – per usare una immagine bislacca – come i pensieri di Simone Weil. Un mio vecchio professore diceva che erano come la grappa. È molto buona ma va bevuta solo a sorsi e bicchierini altrimenti i risultati sono deleteri. La versione solo voce e pianoforte – da questo punto di vista – non poteva reggere da sola, aveva bisogno di essere stemperata e ammorbidita. È una torsione a cui Mia Martini e la sua band non possono, non sanno opporre resistenza. Ma, in questo caso, è una resa all’altezza. Non vertiginosa come la prima parte ma non troppo slegata da essa. Ad esempio, in un commento su youtube qualcuno sottolineava come l’uso del kazoo sia una trovata decisamente “contiana”. Una intensità che si distende e si fa, almeno nel tempo di queste strofe, sopportabile. Ma c’è un’altra torsione a cui Spaccami il cuore è sottoposta in “Per aspera ad astra”. Di fatto la canzone è inserita in un medley, tre pezzi messi insieme. Nel mezzo sta la canzone di Conte, preceduta da un gospel, il ritornello di Nobody knows the trouble I’ve seen e seguita da un’altra cover, Ed ora dico sul serio di Chico Buarque.
Il gospel inizia con un a cappella, concentrando l’attenzione sulla vocalità. Qui Mia Martini tira fuori la sua anima soul, nera, con tutto l’immaginario che si porta dietro. Un blues impastato e roco, a metà strada da Billie Holiday e Janis Joplin. Ma non una sintesi, qualcosa a metà strada, piuttosto una esplosione di entrambe. Questa preghiera introduce il tema della solitudine: nessuno (a parte Gesù) conosce i problemi e i casini che lei ha visto, in cui non è difficile riconoscere (almeno in parte, ma di sicuro la più profonda, intensa e personale) la sua vita. Poi parte il pianoforte, con i suoi accordi su cui la voce di Mia Martini si appoggia. Altra soluzione geniale è la conclusione di Spaccami il cuore che letteralmente esplode con un assolo di batteria e si trasforma nel pezzo di Chico Buarque. Tanto la resa del pezzo di Conte è intensa e raccolta, tanto quella della cover di Buarque è accelerata e frenetica, un susseguirsi senza soste non più di pause sofferte ma di parole e ritmi che, tuttavia, hanno come esito il silenzio, un altro tipo di silenzio, non quello che inabita la musica e le dona profondità, ma quello di chi smette di cantare, di chi alza la bandiera e, finalmente, rinuncia a tutto. Non è un caso che, nella registrazione video del concerto, il sipario, in modo profeticamente drammatico, si chiuda. Mia Martini sta veramente facendo sul serio. Anche questa divertita filastrocca si arrende: “Ed ora dico sul serio”. E alla fine, si spegne, chinata su di sé, sul suo mistero, dolce e feroce. Alla fine (poco prima del silenzio e degli applausi) rimane solo la sua voce, come se la band non potesse più seguirla.
Quale è la toccante grandezza di questa Mia Martini? Quella di abitare le contraddizioni, di attraversarle, di soffrirle fino in fondo. Per lei le contraddizioni non sono da superare o dominare. Per lei conta il pathos e non il logos. Più Pascal e Kiekegaard che Hegel. Per lei non c’è mai sintesi ma solo frammenti e passione. Le sue parole non possono essere “grandi e teatrali”: “segui un pensiero dolce e feroce con me”. Così il testo a volte è cantato, altre volte aggredito. Certo, qui la ferocia è tutta introiettata e gli scoppia dai polmoni, uscendo con una forza di cui è assoluta padrona solo perché forse si è già totalmente arresa ad essa. Dal vivo, libera da ogni impegno formale, l’urgenza interiore è libera di esprimersi e sfarsi. Non è facile seguirla. Ci sono “mille sorrisi, tutti diversi”, quale scegliere? Solo uno? Nessuna certezza, solo una “Stella del dubbio”. Ma questo dubbio (Pascal e Kierkegaard docent) vale più di mille certezze. Nel testo si viene a creare una dinamica di sguardi, che nella versione live sono introdotti da quello del gospel: “Stammi a guardare non ti stancare (…) e ti faccio vedere (…) ma gli occhi poi s’incontrano”.
Mia Martini attraversa tutte le ambiguità di questo via vai di sguardi, attraverso la messa in scena della sua vita di artista: “Sono un’attrice (…) è un vecchio trucco illusionismo, roba da varietà (…) false e teatrali le mie parole”. Cosa contrappone a questa falsità da scena a questi sorrisi che pur incontrandosi non si incontrano? Quando il gioco passa e lei, cosa rimane da fare? “Segui un pensiero dolce e feroce con me”. Non più una parola, ma un pensiero “dolce e feroce”. Un ossimoro che non ambisce ad esserlo. Non si tratta di combinare dolcezza e ferocia ma di attraversare la distanza che le unisce. Questa vettorialità ossimorica della parola è espressa, nella canto, dai continui vocalizzi, in cui appunto non è più la parola a parlare ma la voce. La voce (supportata dal testo e dalla musica, certo) è il veicolo di quel pensiero che spacca il cuore e, spaccandolo, lo fa vivere. “Io ci sono e non ci sono”, “Stammi vicino” e “spaccami il cuore” sono la prossimità difforme a cui Mia Martini ci introduce.
Esserci e non esserci insieme. Qualcosa rimane sempre, inevitabilmente fuori, C’è e non c’è. Questo vivere le contraddizioni della vita, la vita come contraddizione, mi hanno sempre richiamato le riflessioni di un’altra grande imperdonabile italiana, Cristina Campo, a proposito delle favole. “Come ogni fiaba perfetta, anche questa ci mette a parte dell’amorosa rieducazione di un’anima – di una attenzione – affinché dalla vista si sollevi alla percezione. Percepire è riconoscere ciò che soltanto ha valore, ciò che soltanto esiste veramente. E che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo? L’amicizia del Mostro per Belinda è una lunga, una tenera, una crudelissima lotta contro il terrore, la superstizione, il giudizio secondo la carne, le vane nostalgie”. (Cristina Campo: “Gli imperdonabili“, Adelphi, Milano 1987, p. 10). Gli aggettivi usati da Cristina Campo richiamano quelli usati da Conte: “una lunga, una tenera, una crudelissima” sono echeggiati da “dolce e feroce”, un pensiero che è lotta contro terrore e nostalgie. L’importante è non sciogliere il nodo, è stando insieme – combattendo l’uno con l’altro – che gli aggettivi arrivano al loro senso, altrimenti svaniscono e si dileguano. La voce di Mia Martini è questo, incantato, teso campo di forze che ci solleva dalla vista alla percezione. Una amorosa rieducazione dell’anima. Una scuola che non è mai finita. “Una rosa, solo una rosa”.

Nobody knows the trouble I’ve seen / Nobody knows but Jesus
Nobody knows the trouble I’ve seen / Glory, Hallelujah
Nobody knows the trouble I’ve seen (spiritual tradizionale)

Sono un’attrice / Stammi a guardare / non ti stancare. / Dammi un aggancio
Una trama qualunque / e ti faccio vedere. / Mille sorrisi / e tutti diversi / E tu scegline uno.
Ti potrà servire / Spaccami il cuore / ti potrà servire / È un vecchio trucco illusionismo
Roba da varietà. / Ma gli occhi poi s’incontrano / E vedrai quando il gioco poi passerà a me.
Bella da dire / e da tentare / e non da offrire / Bella da dire / e da gridare / spaccami il cuore
Io ci sono e non ci sono / Spaccami il cuore / e se mi vedi fotografa.
È un vecchio trucco illusionismo / Roba da varietà. / Ma gli occhi poi s’incontrano
E vedrai quando il gioco poi passerà a me / Spaccami il cuore / ridi e sorridi
Spaccami il cuore / Non ascoltare / grandi e teatrali / Le mie parole / Segui un pensiero
dolce e feroce con me / Stella del dubbio / stammi vicino / spaccami il cuore.
Spaccami il cuore (Paolo Conte)

Ed ora dico sul serio / Non vorrei cantare più / La canzone da niente / Che si canticchia
Distrattamente / Prendo a calci la poesia / Prendo a pugni l’armonia / E dico soltanto: no
Corro fino a che c’è strada / Quando passerà la banda / La finestra chiuderò
Ed ora dico sul serio / Non vorrei cantare più / La canzone di ieri / Tutta sorriso, scacciapensieri
Tu che stai ad ascoltare / Vuoi sapere cosa accade / Nel giardino a casa mia?
Il sempre-verde è appassito / Il primo amore ha tradito / Il non-ti-scordar-di-me
Ed ora dico sul serio / Non vorrei cantare più / Io vorrei rinunciare / A fare e rifare
La ninna-nanna / Io vorrei fare silenzio / Un silenzio tanto fondo / Che il vicino picchierà
Venga il vigile il dottore / Venga il prete col portiere / A pregarmi di cantare
Ed ora dico sul serio / Non vorrei dire di più / Dico sul serio
Ed ora dico sul serio (Chico Buarque)

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