Mia Martini: “E non finisce mica il cielo” (1984) – di Girolamo Tarwater

Eravamo rimasti a “dolce e feroce”, ossimoro spietato eppure compassionevole, nella contiana Spaccami il cuore, ossimoro che attraversa tutto: vita, amore, lavoro, musica e parole. Non risparmia nulla e soprattutto non è figura retorica. Cosa sia questa dolce ferocia, questa feroce dolcezza, la sua esegesi migliore ci può venire forse solo dalla stessa Mia Martini, da un’altra sua canzone, vorrei dire “la sua canzone, scritta per lei da un autore che di contiano sembra avere ben poco, col suo rock spigoloso e ruvido, qui in versione più intima e tormentata. Un testo scritto da lui, Ivano Fossati, per lei e cantato da lei per lui. Non è questione di filologia o storia critica ma di verità del discorso, del canto, delle parole, della voce. Come Spaccami il cuore, anche E non finisce mica il cielo è una canzone che dice il contrario di quello che sembra dire, di quello che vorrebbe dire. Va contro sé stessa e si inerpica su sentieri pericolosi e necessari in cui inevitabilmente si finisce per cadere. E sì, è fin troppo evidente che non è per niente vero che “non finisce mica il cielo, anche se manchi tu”.
Ci si può raccontare una infinità di storie, illudersi in mille altri pensieri o fantasie ma la voce e il tessuto della canzone ci riportano ad altro, già dal faticoso inizio. Il cantato infatti si affaccia appoggiandosi, dopo tre battute di un solitario pianoforte, su un accordo di Sol, che della tonalità iniziale del pezzo (Re) è controsensibile, la sottodominante (stupisce sempre la perfezione imperdonabile del vocabolario musicale – chiedo preventivamente perdono per qualche mia incertezza o imprecisione al riguardo); un accordo più sospeso che incerto, che attende di risolversi nella sua tonica, il Re, principio e compimento del discorso armonico della prima parte della canzone, suo senso e mondo musicale in cui si muove. L’inizio è così apertura di uno spazio. Più che delineare o delimitare un orizzonte armonico, lo suggerisce e suggerisce da subito un esito diverso. Forse esita perché sa che l’attende (e così sarà) una deflagrazione. Nel rigo musicale dello spartito questo Sol (la distanza di una quarta: come le prime note, che durano una semicroma) ha bisogno del sostegno dell’accordo dominante, di un La che lo segue e lo eleva, gli dà forza e insieme spinge (rafforzato dalla settima, lui stesso un Sol, qui sotto altre vesti), quasi che già dall’inizio ci sia bisogno di un puntello, per poi appoggiarsi – letteralmente – sulla tonica (Fa#).
Appare allora già tanto atteso in così poche battute (ma il tempo non è questione solo di secondi che passano: ci sono secondi che fuggono via inosservati e secondi che durano eternità, infiniti cieli), il Re, che tuttavia volge subito nel suo accordo di terza minore (Fa#-), sospeso e immalinconito ulteriormente dalla settima. È un inizio stentato, ansioso, che esita faticoso, quasi balbettando su parole che non sono quasi parole (“e”, “non”, “mica”), che non si reggono da sole (una congiunzione e due avverbi), con un verbo (“finisce”) messo sottosopra, come circondato, accerchiato dalle negazioni (“non” prima e “mica” poi) e collegato dalla “e” iniziale a un prima che non c’è, sospeso quindi su un vuoto. E quando l’accordo alla fine del verso si risolve in Re anche il testo si decide, e ora, solo ora, alla fine di questo verso garbatamente tormentato trova il suo senso un “cielo” che però subito rinvia alle titubanze iniziali su cui si fonda: “anche se manchi tu”. Ancora due congiunzioni che da una parte legano a un prima (“anche”), dall’altro minano questo stesso rinvio (“se”) prima che il verbo, indice di una sparizione più che di una azione (“manchi”), nomini il correlato della fine del primo verso, quel “tu” che fa da eco a “cielo”.
E non finisce mica il cielo / Anche se manchi tu. All’accento, quasi una fossa, del primo “mica” (una “i” che pare non finire mai) fa eco nel verso successivo “manchi”, per un intratestuale struggente, doloroso, illuso “mica manchi”, l’unico modo per nominare un “tu”, presente nel suo venir meno, nel suo esser venuto meno. La prima strofa è perfetta, ogni elemento si incastra a perfezione, ma non per costruire un disegno ben definito; piuttosto per aprire uno spazio, per far emergere delle sfumature. Non conta il colore ma ciò in cui si fa cangiante, non conta la melodia ma ciò che le sfugge, non conta il detto ma il non detto, ciò che non si può dire, ciò che costa troppo dire. “Finisce”, “manchi”, “dolore”, parole mediane nei primi tre versi, aprono a “cielo”, “tu” e ancora “cielo”.
Sarà dolore o è sempre cielo / Fin dove vedo. È tutta questione di “cielo” verso cui, poi, “vedo” si inerpica faticosamente, doloroso e roco, con la sua “o” che finisce una parola e apre mondi e cieli. Vedere il cielo è vedere un’assenza che però urge ed è sul punto di scoppiare. E qui, quasi un miracolo inatteso e dolce, fragili intervengono gli archi, un arrangiamento delicato ma decisivo, quasi ad accarezzare la voce, ad accompagnare e sostenere l’incipiente “paura”.
Chissà se avrò paura / O il senso della voglia di te / Se avrò una faccia pallida e sicura / Non ci sarà chi rida di me. Una “paura” che è anche da subito “voglia” e a cui, stranamente, stravolgendola fa eco “sicura”, così come si riecheggiano “te” e “me”, che ci sono e non ci sono. Un “me” (“rida di me”: è la sua prima apparizione, timida e sconsolata) cantato come il “vedo” precedente (con la vocale finale strozzata più che librata in alto) ma questa volta non ci sono più archi ad intrufolarsi dolcemente. Il suono si fa più pieno con un accordo di Fa# (due volte) che modula il Re verso il suo relativo minore (Si) e il basso sottolinea questo movimento a scendere. “Se cercherò” è stemperato da un “se” che, ancora una volta, non è esitazione o incertezza (il Fa# è quasi ingombrante, se non sfacciato, in questo senso) ma fluttuazione, sentire cangiante. E qui il “tu” sparisce davvero e diventa un generico, indeterminatoqualcuno”, come se il “me” (continuamente ripetuto) cercasse di spostare l’attenzione a un illusorio “lui-sé”.
Se cercherò qualcuno / Per ritornare in me / Qualcuno che sorrida un po’ sicuro / Che sappia già da sé.
L’illusione non è l’amore ma “lui” e – a ben vedere – nemmeno “lui (una parentesi, un tentativo fallimentare di sviare l’attenzione) ma la relazione tra un io e un tu. Con “che sappia già da sé” (si tratta di “qualcuno che sorrida un po’ sicuro”, come si vedrà, anzi: si sentirà, una illusione) la voce si arrampica e così il pianoforte che modula con note martellanti ascendenti l’armonia e la sposta, la sfonda verso il Sol, un altro regime armonico. Cambia quindi il mondo armonico, ma in realtà è lo stesso che nella seconda parte della canzone esplode in Sol. Vi si arriva con un La, dominante rivoltata però in minore, contrariamente all’inizio dove il Sol era aiutato dal La a risolversi in Re. Qui il La (fattosi minore) introducendo un Re7 serve a cambiare tonalità. In questo sfasamento non troviamo più la relativa minore (un eventuale Mi – corrispondente al Si – precedente) ma un più etereo e sospeso Do7+, a cercare forse di mitigare un cielo tormentato sempre più. Quel “sappia già da sé” che non rimette le cose apposto ma anzi, le porta a incandescenza, è echeggiato da “e se la verità”. Il “” diventa un “se”: lui è ormai solo un’ipotesi illusoria e il “sappia” richiama la “verità”, un sapere che l’amore invece di chiarire mette a soqquadro. Il discorso musicale non si fa sapere, si fa urlo di fuoco.
Se avrò una faccia / Pallida e sicura, sicura / Non ci sarà chi rida di me. Rida di me” non è lo stesso della prima volta, quando era ancora in Re. “Me” diventa l’ennesimo grido doloroso e rabbioso, ma ogni volta sempre più alto e profondo insieme, anche quando sembra spegnersi, come quel “sicura” che viene raddoppiato ma non sottolineato, piuttosto reso esitante (quasi un inciso, una piega in cui vorrebbe nascondersi). E poi soprattutto quando appare “te” (già prima “il senso della voglia di te” e ora “aspettando te”) si capisce la posta in gioco. Senza tu (“manchi tu”) non c’è io. Anche il finale strumentale quando la voce si è spenta, arresa, è insieme aperto e chiuso, sospeso e concluso non dalla nota della chitarra solista ma dall’accordo del pianoforte (dove tutto era iniziato), un arpeggio svolazzante che alzandosi al cielo come per una ultima folata cade lievemente a terra spegnendosi definitivamente. Ma prima ci sono gli ultimi tre versi. Sono introdotti da due “perché” che vorrebbero essere decisivi, quasi una risposta al “chi rida di me”. “Qualcuno” può diventare “te”? Il futuro (“avrò”) può aprirsi a una speranza (“aspettando”)? Ma questi versi finali inaugurano un balbettio di “p” con gli iniziali “perché”, “perché”, “potrei”, “per, “per”, “per”, ma anche la strana ecoaspettando te” e “scoprirmi”: è solo nell’attesa che te e me sono connessi.
Perché io avrò qualcuno / Perché aspettando te / Potrei scoprirmi ancora sulla strada / Per ritornare in me, per ritornare in me / Per ritornare in me. Ritornare”, tre volte: “a me” e un duplice “in me”. Ma nel canto un verso cambia, il secondo “ritornare in me” diventa “ritornare per te”. Senza un “te” il “me” non può resistere, non ha un luogo (cielo o casa, terra o infinito) dove tornare. Come il “sicura di prima, raddoppiato per essere infragilito, questo lapsus dice molte più cose che il testo stesso, quasi che Mia Martini scopra nelle parole qualcosa che, pure presente, sembra sfuggir loro o sfuggirle. Non può non cantare questo “tu” che il testo scritto elide. Dolce e feroce. “E non finisce mica il cielo” è una canzone di echi e riflessi, smottamenti e smussamenti, spostamenti e sprofondamenti. Il “se” ripetuto della prima parte (“se manchi tu”, “se avrò paura” – io e tu sembrano già a subito, così vicini, rincorrersi da lontano – “se avrò una faccia pallida e sicura”, “se cercherò qualcuno”, “e se la verità”, e ancora, finalmente, “se avrò una faccia”), diventa nella seconda parte una serie di “per” e di “perché” (il quadruplice, mutante “per ritornare in me”, e il duplice disperante “perché io avrò qualcuno”, “perché aspettando te”). “Faccia pallida e sicura” diventa “qualcuno sicuro” per poi tornare “sicura”, ma sicura non è se non della propria insicura fragilità. Il cielo è fatto di terra (sangue, ossa, nervi, legamenti, tutti tesi), il volo verso l’alto è caduta, la caduta volo. Il dolore è gioia, la gioia non esiste. Il “se” non è ipotetico ma concessivo, gioca sulle sfumature volatili, quelle che solo la voce riesce a suggerire. Anche la chiusura compie uno slittamento, dall’iniziale “manchi tu” si arriva al finaleritornare in me”.
Che sia tutto ricomposto? Quando tutto non fa altro che aprire crepe? Tra le righe, tra le note, tra i respiri si intravedono tante storie, parti di una sola, stessa storia: un rapporto complesso con il mondo dello spettacolo, con i colleghi, con Ivano Fossati che pure per lei ha scritto alcune delle sue più belle canzoni, struggenti, vere, sfuggenti, che la voce di Mia Martini sa afferrare e succhiarne il midollo che subito svanisce. Testi nervosi quanto mai lontani dalle sdolcinatezze sanremesi e con cui pure si confronta. Come dicevamo un mix di Janis Joplin e Billie Holiday, così simile, così diversa dalla sorella. È tutta questione di cielo: l’amore non si può dire, è uno spazio aperto. Cielo è un orizzonte di senso, l’infinito che abbraccia il nostro finito, la nostra piccola realtà. Ha ragione in questo senso Lacan, per cui l’atto sessuale (fare l’amore) non esiste. Vive della/nella sua sospensione. Se posseduto, ridotto a cosa, muore. Anzi più che spazio aperto, è qualcosa che apre uno spazio, che lo rende possibile, lo spazio in cui perdersi, non in cui possedersi. Esserne posseduti è perdersi. Anche quando alla fine si conclude.
E non finisce mica il cielo ci offre un percorso armonico (dal Re al Sol con tutto quello che c’è in mezzo) e testuale sofferto ma garbato, graffiante e graffiato ma non arreso se non all’amore stesso, delicato, fragile, esposto, proprio quando – quasi a sua insaputa, quasi malgrado – si scopre rabbioso. A tutto il resto resiste, solo qui si arrende, testimone che solo l’amore ci salva. Non prima di averci fatto a pezzi. Dolce e feroce, allora. C’è una ferocia dolce, un che di ferino nell’interpretazione di Mia Martini, un istinto, un’intelligenza precognitiva, un richiamo che espone e che richiama una belva ferita con la sua bellezza e dignità. C’è ancora una parola su cui soffermarsi. Una parola che fa rima con amore e legata indimenticabilmente a cielo: dolore. L’esegesi più credibile ce la offrono lo stesso Fossati e la stessa Mia Martini in La costruzione di un amore.
La costruzione di un amore / spezza le vene delle mani / Mescola il sangue col sudore / Se te ne rimane / La costruzione di un amore / Non ripaga dal dolore / È come un altare di sabbia / in riva al mare / La costruzione del mio amore / Mi piace guardarla salire / Come un grattacielo di cento piani / O come un girasole / Ed io ci metto l’esperienza / Come su un albero di Natale / Come un regalo ad una sposa / Un qualcosa che sta lì e che non fa male / E ad ogni piano c’è un sorriso / Per ogni inverno da passare / Ad ogni piano un paradiso da consumare / Dietro una porta un po’ d’amore / Per quando non ci sarà tempo di fare l’amore / Per quando farai portare via / la mia sola fotografia / Ma intanto guardo questo amore / Che si fa più vicino al cielo / Come se dietro l’orizzonte / Ci fosse ancora cielo / Son io, son qui e mi meraviglia / Tanto da mordermi le braccia /
Ma no, son proprio io / lo specchio ha la mia faccia /
Son io che guardo questo amore / Che si fa più grande fino al cielo / Come se dopo tanto amore / Bastasse ancora il cielo / E tutto ciò mi meraviglia / Tanto che se finisse adesso / Lo so io chiederei / Che mi crollasse addosso / E la fortuna di un amore / Come lo so che può cambiare / Dopo si dice l’ho fatto per fare / Ma era per non morire / Si dice che bello tornare alla vita / Che mi era sembrata finita / Che bello tornare a vedere / E quel che è peggio è che è tutto vero / Perché / La costruzione di un amore / Spezza le vene delle mani / Mescola il sangue col sudore / Se te ne rimane / La costruzione di un amore / Non ripaga del dolore / È come un altare di sabbia / In riva al mare / E intanto guardo questo amore / Che si fa grande fino al cielo / Come se dopo tanto amore / Bastasse ancora il cielo / E tutto ciò mi meraviglia / Tanto che se finisse adesso / Lo so io chiederei / Che mi crollasse addosso, sì.
Anche in questa canzone c’è una tensione verso l’alto, un salire che si fa vicino al cielo, “grande fino al cielo”, che diventa però alla fine pure un crollare addosso. È un cielo di sangue e sudore, impastato più di umana terra che di angeliche nuvole o svolazzanti Cupidi. È un amore che “non ripara dal dolore” e (ennesimo decisivo, leggero slittamento) “non ripaga del dolore”. Anche qui il testo e la costruzione armonica giocano su trapassi e slittamenti, su piccoli cambiamenti, spostamenti, distorsioni, piccole o grandi cangianze come il passaggio da minore a maggiore da strofa a ritornello. Una mutevolezza e instabilità insieme solida come un tessuto di raso, una seta, la piuma di un uccello, di un pavone, ma non come esibizione maschile che debba conquistare (e lottare per questa conquista) ma con reticenza femminile, consapevole di sé e delle ferite ricevute, come una leonessa resa solitaria, un fiore nascosto nella selva. C’è, ma bisogna scovarlo e avere occhi per guardarlo. Una versione femminile del Cavaliere dell’infinito di Kierkegaard, barcollante eppure esperto ballerino. Una vocazione alla passione, sempre sul filo di e a rischio di autolesionismo. Un equilibrio (molto kierkegaardiano) tra cielo e terra che si risolve solo con la caduta. Il cielo è ciò che sfugge alla terra, alla presa. È l’infinito che abbraccia senza presa, l’orizzonte su cui si delinea la nostra figura, quanto mai incerta nei suoi contorni ma sicura, sicurissima, nel suo cuore, nella sua essenza, nella sua pulsazione interiore, intima, nel suo battito profondo, nel respiro che la alita, la (tra)passa, la attraversa. Da dove, insomma, scaturisce, sgorga, esplode il suo canto.
E non finisce mica il cielo / Anche se manchi tu / Sarà dolore o è sempre cielo / Fin dove vedo / Chissà se avrò paura O il senso della voglia di te / Se avrò una faccia pallida e sicura  / Non ci sarà chi rida di me / Se cercherò qualcuno / Per ritornare in me / Qualcuno che sorrida un po’ sicuro / Che sappia già da sé / Che non finisce mica il cielo / E se la verità / Possa restare in questo cielo / Finché ce la farà / Se avrò una faccia / Pallida e sicura, sicura / Non ci sarà chi rida di me / Perché io avrò qualcuno / Perché aspettando te / Potrei scoprirmi ancora sulla strada / Per ritornare in me, per ritornare in me / Per ritornare in me.
Riferimenti bibliografici: Evelyne Grossman: “L’angoscia del pensare. Artaud, Beckett, Blanchot, Derrida, Foucault, Levinas, Lacan” (Moretti&Vitali 2012). Adriana Cavarero: “A più voci. Filosofia dell’espressione vocale” (Feltrinelli 2005)2.
Jean-Loup Charvet: “La voce delle passioni” (Medusa 2003). Eugenio Borgna “La solitudine dell’anima” (Feltrinelli 2011). Sören Kierkegaard: “Timore e tremore” (Mondadori 2016).

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