Mi chiamerà porca e poi baby e poi porca – di Irene Spagnuolo

Virtù e Perversioni uno: “Mi chiamerà porca e poi baby e poi porca”
Non chiudeva mai la porta a chiave, Malena. Non voleva sapere chi sarebbe entrato a farle visita, la eccitavano il rischio e le sorprese. D’altra parte era una sfida, qualcosa che assomigliava alla trama di un tranello. Nel diario annotava i pensieri umidi, quelli che scriveva nell’attesa, quando l’uomo della sera non aveva ancora imboccato la scala; e – nessuno ha mai saputo come – indovinava esattamente cosa sarebbe accaduto, chi le avrebbe portato un orgasmo, a chi avrebbe dato piacere. Era come se si bagnasse di intuizione. Intratteneva quella relazione con la scrittura da un anno. Un anno filato: non avrebbe mai più rinunciato a quel dono tra le gambe che le portavano con foga. Assomigliava all’amore, la passione che ci mettevano per stupirla e farla godere. Sul filo della virilità, spinta ossessivamente. Ormai era corsa quella voce. Quella del suo candore e dei suoi pruriti. Non era mestiere, era una specie di languore che all’imbrunire le prendeva tutto il corpo e le metteva addosso un bollore sconcio. Candida e sconcia, proprio così. D’altra parte stavano bene insieme, le due anime, non le importava definirsi in un modo o nell’altro, in realtà non le importava neanche che lo facessero gli altri. Aveva quella voglia e la assecondava. Il resto apparteneva a un mondo che si attorcigliava su parole che non conosceva. Le sue erano molto più sensuali e avevano il suono dei sensi lasciati puri, senza un vocabolario a metterli in fila compiuta. I suoi seni sodi, le sue natiche floride, le sue cosce tornite, la sua bocca carnosa avevano confidenza con la lingua erotica, quella delle poesie che scriveva dopo ogni convegno sessuale. I pensieri umidi si preparavano all’affondo con gioia e fierezza, le poesie piantavano il coltello nell’umanità sbrodolata, dolce, sbilenca, feroce, sublime. Immaginò l’uomo e si infilò nel pizzo nero. Avrebbe potuto attenderlo nuda invece volle che la trovasse nella lingerie da annusare e strappare. Che la intravedesse, prima di prendere a leccarla, toccarla e possederla. Morbidamente, l’avrebbe accolto morbidamente. Distesa a letto con gli occhi socchiusi, come se il sonno stesse per rapirla. Come se il sesso dovesse coglierla in tutta la sua naturalezza. Sorrideva. Sorrideva di gratitudine all’uomo che varcava la soglia e la guardava eccitato. Avevano tutti lo stesso fottutissimo desiderio di vivere come lei. Candida e sconcia. Non dava e non rubava sentimenti, respirava il battito della verità; e la verità, certo, è spregiudicata, impudica, libera. 
“Sarà alto, robusto, con i capelli neri ondulati, le mani forti, il cazzo grosso. Giocherà con i miei capezzoli ma non sarà un gioco da bambini. Mi tapperà la bocca, ohhh si mi tapperà la bocca. Mi prenderà da dietro, mi vorrà sopra di lui, avrà gli occhi di sperma. Mi chiamerà porca e poi baby e poi porca, ripetutamente. Riderà appena solo alla fine, celando lo sconcerto e lo stupore, quando gli mostrerò le mie righe, i miei pensieri umidi.” (…) “Rimetterà i pantaloni senza rivolgermi lo sguardo, farà un lungo sospiro, si annoderà la cravatta. Se ne andrà dandomi teneramente un bacio sulla guancia come un arrivederci, scenderà le scale leggero e veloce.” Questo aveva scritto dello sconosciuto… e questo avvenne. Lui poteva avere all’incirca 30 anni, bello e tonico, con un patrimonio davvero apprezzabile e una foga che Malena assecondò con la sua carne rovente. Neanche una parola, lui aveva la fretta del bisogno e uno strano pudore. Solo quel “porca e baby, baby e porca”… con il furore del momento. Gli riusciva difficile ammettere che la visita a Malena fosse solo libidine ma del resto non riusciva a intrattenersi. Avrebbe forse fatto conversazione con una sgualdrina? Che fosse una poetessa lo sapeva ma quella porta aperta ogni sera era una vocazione alla voluttà che la consegnava alle donne da letto. Lei stava al gioco, a quello dei capezzoli e alla baldoria di quell’erezione che le entrava dentro. Spalancava gli occhi, si mordeva le labbra e taceva. Si muoveva al suo ritmo e intanto si lasciava solleticare dall’ispirazione. Che ne sapeva quel cazzo vestito da damerino dei versi che gli avrebbe dedicato? A un tratto ebbe voglia di dirglielo ma si trattenne, lasciò che lui si sentisse padrone del tempo e degli eventi. Lo strinse, con le unghie che quasi gli ferirono i fianchi e lui la trovò più porca e meno baby. La cavalcò e poi la volle su di lui stringendole i seni con le mani. Esplose in un urlo che a Malena arrivò come un rantolo. Lei si scostò accarezzandosi i capelli fino ad attorcigliarli a piccoli boccoli intorno alle dita. Lui si alzò, si infilò i pantaloni e fece, una mossa dopo l’altra, quello che Malena aveva scritto. Anche ridere, contratto, alla lettura dei pensieri umidi. I versi un giorno forse li avrebbe letti, stampati chissà dove, ma non avrebbe riconosciuto il cazzo e l’anima di cui narravano.

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