MeVsMyself: “Mictlán” (2019) – di Ignazio Gulotta

Continua il viaggio sperimentale del progetto MeVsMyself, alias Giorgio Pinardi, fra le sonorità del mondo, l’esplorazione delle potenzialità espressive della voce e le contaminazioni elettroniche. Il lavoro sulla voce che fa Pinardi, ispirandosi in parte a gente come Demetrio Stratos o Bobby McFerrin – ma anche ai canti polifonici e a quelli provenienti da culture musicali africane, asiatiche, brasiliane, in un continuo dialogo fra la contemporaeità e le radici ancestrali e antropologiche dell’esperienza musicale – non è mai fine a se stesso, ma volto anche a creare una forte empatia emotiva in chi ascolta. È la ricerca di un difficile equilibrio fra la ricerca di soluzioni inedite, ardite, a volte perfino respingenti e quella di creare un filo comunicativo con l’ascoltatore. La strada scelta da Pinardi è quella di attingere alle musiche tradizionali dei popoli, quelle che animano riti che accompagnano la vita quotidiana degli uomini fin dalla notte dei tempi. Sono musiche che rispondono ai bisogni fondamentali dell’uomo: stare insieme, condividere i momenti salienti della vita, comunicare, ballare, aspirare all’elevazione spirituale. È a questa tradizione che Pinardi si rifà, rifuggendo l’esotismo, il gusto fine a se stesso della stravaganza, per ritrovare nelle culture musicali afro-asiatiche e in quelle popolari una chiave per parlare ai contemporanei… ma veniamo ai brani:
Khnoum inizia con cupi rumori elettronici per poi svilupparsi intorno a vocalizzi ipnotici che si rincorrono incessanti: in studio Pinardi improvvisa, sovraincide, campiona per raggiungere l’effetto desiderato; un canto solitario di matrice mediterranea apre Tin Hinan, l’atmosfera è sospesa e senza tempo, sembra di assistere a un rito religioso compassionevole, se non fosse che a metà il ritmo cambia, la voce si fa scoppiettante, subentrano battiti scanditi delle mani e la voce simula un basso incalzante; Gurfa vede rincorrersi i vocalizzi onmatopeici di Pinardi su una base di percussioni dure e cacofoniche; Mbuki – Mvuki è un’originale rilettura del canto africano tradizionale, basato sul classico “botta e risposta”, solo che qui le voci si moltiplicano in un crescendo emotivamente trascinante per poi diventare canto tribale corale: notevole la capacità di Pinardi di esprimersi con tonalità diverse e di mutare anche qui il ritmo del brano; Sygyzy è un brano cupo, la voce gutturale e profonda sembra scontrarsi con una più acuta e sottile, i suoni si fanno aspri… eppure il brano funziona benissimo; per contrasto Tingo è un brano in cui samba e bossa nova sono sottoposte a un ritmo sincopato e nervoso e, fra l’inevitabile senso di nostalgia, si aprono squarci di solarità tropicale; Ohrvuum è un brano di intenso lirismo, avvolto in un’atmosfera spettrale e misteriosa, per poi mutare prima in una serie di borbotti infantili e poi in un canto polifonico rituale; chiude questo ricco e vario album Eostre, fra pianti di neonati, borborigmi, balbettamenti.
“Mictlán” arriva a quattro anni di distanza da “Yggdrasil” e conferma le qualità della musica di Pinardi che sarebbe un errore considerare solo per il suo indiscutibile virtuosismo, perché il disco è in grado di emozionare e coinvolgere, sta a chi ascolta farsi suggestionare dalle atmosfere proposte, apprezzarne i riferimenti musicali e culturali, gioire della creatività artistica, andare insomma oltre le prima impressioni di osticità che la musica sperimentale può dare.

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