Metamorfosi: “Inferno” (1973) – di Alessandro Freschi

“Sulle rovine di antiche città crescono fiori senza colore. Alberi tristi tendono al cielo rami corrosi dal tempo…”. Ombre sfuocate imprigionate in lande glaciali come anime maledette confinate sulle rive del lago di Cocito. È un artwork quanto mai eloquente quello che la pionieristica Gamma Film dei fratelli Gavioli elabora per la copertina di “Inferno”, secondo 33 giri dei Metamorfosi pubblicato nel febbraio 1973 dalla Vedette Records, scuderia meneghina degli esordienti Pooh di Facchinetti e Fogli (“Per Quelli Come Noi”, febbraio 1966). Nei tratti immaginifici dell’illustratore Adelchi Galloni -vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 1965 con i disegni del carosello “Comitato Cotone” – si concretizzano le melodrammatiche visioni della rivisitazione della prima cantica de La Divina Commedia da parte della formazione capitanata da Davide ‘Jimmy’ Spitaleri, talentuoso flautista e vocalist in possesso di possente timbrica operistica e carismatica presenza scenica.
Formatosi a Roma sul finire degli anni sessanta, il primo nucleo dei Metamorfosi (il quintetto allora si faceva chiamare i Frammenti) porta sul palco i classici beat d’oltremanica e rivela una spiccata inclinazione per composizioni legate alle tematiche religiose: le cosiddette messe beat – ispirate dalla Riforma Liturgica di papa Paolo V con la redazione del Missale Romanum del 1570 – molto apprezzate dai movimenti giovanili degli anni sessanta. Non è un caso che nel primo full-lenght della band (“…e fu il sesto giorno” del 1972) filtrino nitide, attraverso liriche talvolta ingenue, intenzioni pacifiste con espliciti rimandi alla figura di Cristo. Dopo i consensi incassati con la partecipazione allo storico II° Festival di Musica d’Avanguardia e di Nuove Tendenze, tenutosi al Foro Italico nel giugno 1972, la line-up della band subisce una sostanziale trasformazione: al trio composto da Spitaleri, Enrico Olivieri (tastiere) e Roberto Turbitosi (basso) va ad aggiungersi il percussionista congolese Gianluca Herygers in luogo di Mario Natali. Nella circostanza si registra una ulteriore fuoriuscita, quella del chitarrista Luciano Tamburro, alla quale non fa seguito alcun avvicendamento, decretando di fatto il passaggio della formazione a quattro elementi.
Claustrale barba, capigliatura lunga e tunica rossa con croce bianca disegnata sul petto. Seduto su un rudimentale modello di sedia elettrica posta al centro del proscenio, Spitaleri si cala nelle vesti del profeta moderno (Olivieri lo accompagna da par suo indossando un saio da monaco) nel declamare i gotici orditi della rilettura del poema dantesco. È un “Inferno” rivisto e corretto, decisamente al passo coi tempi quello portato sulle scene dai Metamorfosi. Scorrendo i titoli dei sedici movimenti che compongono le due lunghe facciate-suite troviamo infatti collocati al fianco delle tradizionali tipologie di peccatori nuovi frequentatori del regno dell’oltretomba come razzisti, politicanti e spacciatori di droga. La completa assenza di strumenti solisti sposta le luci dei riflettori sulle tastiere che si ergono a ricoprire “la parte del leone”, conducendo le liturgiche recite del front-man in suggestivi vortici di sinfonie in chiaroscuro. La talentuosa sezione ritmica appare a suo agio nel prendere per mano la tenebrosa voce in mezzo a moog, sintetizzatori, organi ed altre diavolerie manovrate da Olivieri.
Progressive-rock quindi, nel senso più completo della parola, con inequivocabili richiami agli stilemi d’oltremanica cari al sommo Keith Emerson e ad una teatralità oscura tipica di muse dell’hard rock quali Arthur Brown o Alice Cooper. Un concept musicalmente convincente che, attraverso la metafora, tratteggia i malesseri del decennio in cui viene concepito (purtroppo ancora drammaticamente attuali) e che riesce nell’impresa di vendere qualcosa come diecimila copie. Nonostante gli ottimi consensi riscossi (“Inferno” sarà riconosciuto negli anni a seguire pietra d’angolo del periodo d’oro del progressivo italiano) e le velleitarie intenzioni di proseguire nei remake danteschi riscrivendo le successive cantiche mancanti, la parabola artistica dei Metamorfosi di lì a poco conosce di fatto il suo inaspettato epilogo. L’etichetta discografica Vedette del Maestro abruzzese Armando Sciascia che pur si è distinta per oculate strategie di mercato (sdoganando artisti proveniente dall’Elektra americana come i Doors e gli Stooges) dichiara il suo fallimento, lasciando di fatto il gruppo in mezzo ad una strada. Con il nuovo progetto, “Paradiso”, in fase di completamento, alla fine del 1973 il gruppo si scioglie.
Spitaleri vola negli States per perfezionare l’uso della voce e pubblica due lavori di buona fattura, il primo con lo pseudonimo “Thor” (1979) ed il secondo con il nome di battesimo Davide (“Uomo Irregolare” del 1980). Ritorna a stringere rapporti artistici con Olivieri sul finire degli anni novanta e, con il supporto del bassista-chitarrista Leonardo Gallucci e dal batterista Fabio Moresco, i rinnovati Metamorfosi riescono nell’impresa di completare e pubblicare “Paradiso” (2004), per la label Progressivamente, nonché di esibirsi in una memorabile performance live acustica nella parrocchia romana di Santa Galla, usufruendo del monumentale organo a canne – a trasmissione completamente meccanica – presente nell’abside della chiesa e costruito da Bartolomeo Formentelli (“La Chiesa delle Stelle”). Nel 2010, dopo che Aldo Tagliapietra ha annunciato il suo addio, Spitaleri ricopre temporaneamente il ruolo di cantante ne Le Orme, partecipando alla realizzazione dell’album “La Via della Seta”.  Il suo successivo ritorno in forza con la band originaria consente nel 2016 di apporre la parola fine alla trilogia dedicata al classico trecentesco. Le sette cornici dell’inedito “Purgatorio” suggellano, in modo più che dignitoso, un viaggio progressivo iniziato quasi cinquant’anni prima, quando sulla Porta dell’Inferno Jimmy ‘Caronte’ intimava… “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate, anime dannate, al caldo e al gelo soffrirete!”

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